Peugeot, via 8000 posti il governo, inaccettabile

13/07/2012

Persino Le Monde sembra irritato: «Cinque anni di aiuti e di promesse» il titolo, poi una foto di Sarkozy ancora presidente, Sarkozy colto in una smorfia che dovrebbe dire contrarietà e preoccupazione, quindi un sottotitolo, che spiega come dal 2007 il gruppo Psa stia tagliando regolarmente posti di lavoro, malgrado gli aiuti economici e le pressioni politiche. Libèration sembra più distaccato, quasi rassegnato: apre con la vittoria di Pierre Rolland al Tour, non dimentica un Berlusconi sorridente, annunciando un «ritorno al futuro», arriva infine a Peugeot-Citroen con la reazione, dura, del ministro delle attività produttive, Arnoud Montebourg, collezionando appena dopo una serie di reazioni ancora più dure, cominciando da quella del capo del governo francese, Jean-Marc Ayrault, che parla di «choc» e avrebbe chiesto ai vertici di Psa d’avviare «senza indugi» la concertazione con l’obiettivo del «mantenimento di una attività industriale in tutti i siti francesi». Compreso quello parigino di Aulnay-sus-bois, nel mirino da una trentina d’anni, dove ancora lavorano oltre tremila persone, tutti dipendenti, più alcune centinaia nel conto di piccole imprese di servizio. Aulnay è sulla lista nera: dovrebbe chiudere nel 2014. Psa Peugeot Citroen, all’undicesimo posto tra i produttori mondiali con il cinque per cento del mercato, appena sopra la Fiat, mezzo punto sotto, dovrebbe tagliare in tutto ottomila posti di lavoro. Dopo Aulnay, l’altro taglio pesante riguarda Rennes: via mille e quattrocento lavoratori su poco più di cinquemila. Un disastro, «annunciato» secondo molti in Francia, negato però nella stagione preelettorale da ministri e comprimari di governo. Il ministro di Sarkozy, Eric Besson, meno di un anno fa dichiarò che
mai la Peugeot Citroen avrebbe tagliato un posto di lavoro. Rassicurava i francesi, dopo che la Cgt aveva reso pubblico un documento segreto, le linee del piano di ristrutturazione, in cui Psa prevedeva la fine di Aulnay e dello stabilimento di Sevelnord. «Oggi – commenta Bernard Thibault, storico segretario della Cgt – Peugeot Citroen ci presenta finalmente il suo piano: 8-10 mila posti di lavoro in meno. Quale sarà l’impatto di quel piano sul Paese? Proviamo a moltiplicare quei numeri per tre o quattro volte e avremo la risposta». E quindi? «Ci batteremo con tutte le nostre forze».
PIOVESULBAGNATO
Ieri si è visto: sciopero nelle fabbriche del gruppo. Tanta tensione e tanta pioggia (a Parigi si viveva un clima novembrino) come capitò quando la Francia chiuse la sua più famosa fabbrica automobilista, un simbolo, la prima e l’unica ad aver subito nel dopoguerra questa sorte: la Renault di Billancourt. Quando Sartre pronunciò la famosa sentenza: «Non bisogna far mancare la speranza agli operai di Billancourt». Anche mentendo, sottintendeva il filosofo francese. Gli operai di oggi non s’illudono. S’erano illusi sino a ieri quando anche i loro sindacati brindavano al successo dell’incontro promosso dal governo francese, tre giorni di appassionato dibattito, presenti le stesse organizzazioni imprenditoriali, sul «valore della concertazione ». In un colpo Philip Varin, capo del gruppo automobilistico, ha spazzato via tanti buoni propositi. Per questo, Montebourg ha richiamato con vigore quel patto. Varin ha semplicemente risposto che il taglio sarà solo di 6500 posti, gli altri lavoratori verranno ricollocati, che la crisi è pesante, non si mostra di certo passeggera e marca soprattutto il mercato continentale con un calo progressivo
e continuo, con perdite che, secondo Varin, si annunciano per Psa tra l’8 e il 10% anche nel 2013 e sono già diquasi un miliardo in questi primi sei mesi del 2012. Quanto possa la «concertazione» di Hollande-Montebourg è difficile prevedere in una situazione di conti pubblici sicuramente meno grave di quella che vive l’Italia,ma di fronte a una teoria imponente ormai di annunci dello stesso tono: al di là delle disponibilità del bilancio pubblico, è il lavoro sotto attacco anche in Francia. L’orizzonte si è improvvisamente annerito. L’accusa, da sinistra e dai sindacati, agli industriali e alle loro organizzazioni è di aver occultato le loro reali difficoltà e i loro propositi per compiacere Sarkozy, per potersi presentare al confronto elettorale come il capo di una repubblica in piena salute. Si dimostra che così non proprio non era, malgrado la presenza sorridente e ottimista di Sarkò al fianco della Merkel. Il Pil non precipita sotto zero come in Italia, ma la politica un po’ keynesiana dei grandi investimenti strutturali non parte, perché mancano i soldi, e l’industria va al rallentatore anche in Francia.L’industria automobilista è in prima fila a pagare il crollo dei consumi, come ci insegna Marchionne e come purtroppo confermano i numeri, solo che a Parigi c’è qualcuno che cerca di contrastare la tendenza, mentre in Italia si lascia fare e, come il ministro Fornero, si commenta che non sarà un governo a trattenere la Fiat,masarà il rinnovato stato del Paese a convincerla. Una considerazione orgogliosa, forse presuntuosa, certo molto educata. Le storie di Peugeot Citroen e Fiat possono solo dimostrare quanto i piani anticrisi europei siano fragili, quanto i modelli economici adottati siano impotenti. Senza lavoro non si va avanti e il lavoro in Europa è una nave tra gli scogli. Intanto i titoli del gruppo francese hanno perso in Borsa il 2,74%, a 6,94 euro, raggiungendo così il più basso livello storico.