Pescara. Dal sommerso il 15% della ricchezza

07/10/2004


            giovedì 7 ottobre 2004

            Pagina 16 – Regione
             
            Dal sommerso il 15% della ricchezza
             
            Il lavoro nero incide nell’edilizia e nei servizi Dal 2005 norme più restrittive nei cantieri
             
             
             
            ANTONIO DE FRENZA


             PESCARA. Euro più euro meno, il 15 per cento della ricchezza prodotta nella regione viene dal lavoro irregolare. Si tratta di lavoro legale, ma sommerso, al di fuori dei controlli fiscali e contributivi. Il dato, diffuso dall’Istat, varia molto da settore a settore.

            Il settore più virtuoso è l’industria, dove solo il 5,1 per cento degli addetti non risulta in regola con le leggi sul lavoro. La situazione peggiora nei servizi con il 14,2 per cento di irregolarità, mentre raggiunge livelli allarmanti nel settore delle costruzioni (21,2) e in agricoltura (28,7).
             Rispetto alle altre regioni, e all’Italia in generale, l’Abruzzo si pone, com’è tradizione, a metà tra Nord e Sud: è l’ultima nel Mezzogiorno per tasso di lavoro illegale e tra le prime tima del Centro-Nord. Regione cerniera dunque, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti.
             A formare l’esercito del lavoratori in nero – che in base alle cifre del totale degli occupati nella regione (492 mila) sfiora le 50 mila unità -, concorrono certamente i lavoratori impiegati senza contratto nelle aziende, i lavoratori immigrati senza permesso, ma anche lavoratori occasionali, “inconsapevoli”, come studenti, casalinghe, pensionati, accupati per breve tempo in lavori temporanei o nelle aziende familiari durante i picchi di produzione.
             È quello dei servizi (ristorazione, alberghi, trasporto merci, commercio), uno dei settori dove è più presente quest’ultima categoria di lavoratori.
             A fine luglio i sindacati Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, hanno distribuito 3.500 questionari per monitorare il fenomeno: ««Stiamo facendo una verifica del test», dice il segretario regionale della Filcams-Cgil Antonio Terenzi, «comunque abbiamo già la conferma delle percentuali di lavoro nero registrate, un fenomeno favorito dalla forte mobilità e dalla mancanza di fidelizzazione. In sostanza, i lavoratori si avvicinano al terziario con l’idea che prima o poi troveranno qualcosa di meglio. Ma non sempre è così e molti rischiano di ritrovarsi senza pensione».
             Non vanno meglio le cose, secondo Terenzi con la legge Biagi, che aumentando gli strumenti di flessibilità «porta a stabilire rapporti di lavoro sempre più individualizzati, dove l’autonomia del singolo prevale sull’autonomia collettiva», a tutto vantaggio, secondo i sindacati, del datore di lavoro.
             Qualche passo avanti è stato fatto nel settore delle costruzioni che registra, come s’è visto, una quota di lavoro nero pari al 21,2 per cento degli addetti.
             Il mese scorso è stata definita l’applicazione del decreto legislativo 276/2003 (deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro) che completa l’introduzione del Durc, il documento unico di regolarità contributiva, nei lavori pubblici e privati. Attualmente il Durc è in fase sperimentale in 12 province italiane, dal 2005 sarà applicato a livello nazionale.
             «Con questa norma il committente di un cantiere ha l’obbligo di verificare se i lavoratori impiegati sono in regola», spiega Riccardo Gentile, segretario regionale della Filca-Cisl, «si tratta di una norma nella quale l’Abruzzo ha fatto da battistrada. Il primo protocollo a livello nazionale è stato firmato nel 1997 con i comuni di Chieti e di Pescara. Oggi è diventata norma nazionale a distanza di sette anni, estendendone l’applicazione anche ai privati».
             «Noi comunque continuiamo a sostenere che il miglior controllo sul lavoro nero lo deve fare il direttore dei lavori responsabile del cantiere, in questo senso va fatto un richiamo alla professionalità degli ordini».