Pesano le riforme mancate

16/02/2004


14 Febbraio 2004

LA STAGNAZIONE VISTA DA ESPERTI ED ECONOMISTI

analisi

    Il supereuro frena l’export
    Pesano le riforme mancate
    Fiorella Kostoris: l’occupazione cresce solo perché cala la produttività
    Brunetta: fondamentali buoni ma niente crescita, è un vero paradosso

    Roberto Giovannini

      UN Paese che non ce la fa a crescere, e che anche in questo 2004 rischia di segnare drammaticamente il passo. Questa è l’impietosa fotografia dell’economia italiana che – a partire dai dati Istat sullo stagnante quarto trimestre del 2004 – formulano esperti ed economisti. Le cause? Tutti o quasi puntano il dito sul supereuro, che ha messo al tappeto il tradizionale motore dell’azienda Italia, ovvero le esportazioni. Qualcuno suggerisce che sarà possibile ripartire soltanto se si spingerà il pedale sull’acceleratore delle riforme, tenendo conto che molti «fondamentali» dell’economia italiana sono buoni o accettabili. Altri spiegano che senza una politica di redistribuzione a favore dei meno ricchi la sperata «spinta dai consumi» non arriverà. Ma in generale, a questo punto le prospettive per il 2004 della crescita economica si annunciano davvero cupe: per gli addetti ai lavori, l’obiettivo del governo di un Pil in aumento dell’1,9% è considerato «irraggiungibile». Qualcuno scommette ancora su un possibile +1,5%; altri, invece, alla luce di un primo trimestre 2004 previsto come deludente, dicono che a meno di improbabili miracoli l’Italia si fermerà a un modestissimo +1,1/1,2 per cento di crescita. Un dato che – tra l’altro – farebbe saltare il quadro di finanza pubblica immaginato dal governo.
      Proviamo, a vedere le ragioni di questa stagnazione. Secondo il Centro Studi di Confindustria, a pesare è soprattutto la battuta d’arresto dell’industria, penalizzata dalla supervalutazione dell’euro rispetto al dollaro, che a quanto pare però colpisce le imprese italiane in misura più dura di quanto accada a quelle del resto di Eurolandia. Certo, l’economia è appesantita dalla stagnante congiuntura europea, ma da noi pesa anche un clima di fiducia particolarmente negativo. Cala la produzione industriale, diminuisce la competitività delle produzioni italiane sui mercati internazionali, facendo declinare le esportazioni dirette verso l’area del dollaro.
      E anche la crescita dell’occupazione, per l’ex presidente Isae Fiorella Kostoris, alla luce del Pil bloccato segnala «un forte decremento della produttività».
      E per il 2004, non si annuncia affatto un’inversione di tendenza. Gianluigi Mandruzzato, economista di Banca Intesa, teme uno scenario di rallentamento dei consumi interni, che invece nel corso del 2003 avevano relativamente salvato la situazione, mentre sul versante degli investimenti (sia pubblici, nonostante le molte dichiarazioni del governo, che privati) non ci si potrebbe attendere alcuna significativa ripresa. Lo dimostrerebbe anche la previsione generalmente condivisa che «vede» per il primo trimestre del 2004 una crescita inchiodata allo 0,2%, con un pesante effetto di trascinamento dal 2003. Se così fosse, ammettono gli economisti, anche una primavera-estate 2004 con un passo più sostenuto (0,4/0,5% congiunturale, ovvero un tasso di crescita annualizzato dell’1,6-2%), nel complesso la crescita del 2004 si ridurrebbe a ben poca cosa: 1,1 per cento, o poco più. Le difficoltà maggiori riguarderanno ancora l’industria, penalizzata dal supereuro. Per Dario Focarelli, capo economista dell’Ania, «il problema è se la crescita Usa si rivelerà sostenibile, e se l’Italia e l’Europa saranno in grado di agganciarla. Da questo punto di vista, la forza dell’euro costituisce un serio elemento di incertezza e di preoccupazione».
      Per l’economista (ed eurodeputato di Forza Italia) Renato Brunetta, l’Italia è nel bel mezzo di un paradosso: «i fondamentali dell’economia sono oggetivamente buoni, dall’occupazione all’inflazione, dalla pressione fiscale alla finanza pubblica, dai consumi alla tenuta del potere d’acquisto, per chiudere con una riduzione delle aree di povertà. Ma nonostante questo, la crescita è bassa. Non è mai successo». Un fenomeno europeo, dice Brunetta, ma che per l’Italia ha cause speciali, come una bassa produttività e una bassa competitività, oltre a una componente «psicologica» che penalizza la fiducia. Come uscirne? Con «forti azioni di politica economica: fare subito la riforma delle pensioni, implementare quelle della scuola e del mercato del lavoro, con le privatizzazioni delle public utilities centrali e locali, e con la piena realizzazione della riforma fiscale».
      Una ricetta sbagliata, replica Marcello Messori, economista e animatore della Fondazione Di Vittorio. Anche perché i «fondamentali» – a cominciare dal differenziale d’inflazione e dai conti pubblici – sono tutt’altro che positivi. «La chiave è la crisi dell’export dovuta all’euro forte – spiega Messori – che per le industrie italiane tradizionalmente specializzate e molto reattive al prezzo è stato un duro colpo. I grandi gruppi industriali sono sempre di meno, e l’unico che competeva davvero sui mercati esteri, cioè Parmalat, è finito come è finito». Per l’economista, serve un progetto alternativo di politica economica, con misure strutturali su ricerca e formazione, e «interventi per riequilibrare a favore dei ceti più poveri la distribuzione del reddito. Tutto il contrario di quel che ha fatto il governo Berlusconi».