“Personaggio” D´Alema e il girotondo (F.Merlo)

23/02/2007
    venerdì 23 febbraio 2007

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    Il Personaggio

      D´Alema e il girotondo

        Francesco Merlo

          Non prendetelo come un paradosso: in un Paese dove nessuno batte la strada dritta, la caduta del governo Prodi o, più precisamente, la sconfitta in Senato di D´Alema, è stata una storica e bella novità, la sola degli ultimi anni, finalmente fuori dall´insopportabile schema longanesiano dell´Italia che è grave ma è non seria. Per la prima volta, infatti, è accaduta una cosa grave e seria per questioni gravi e serie, al punto che il ministro D´Alema non sembrava neppure italiano. Di più: abbiamo visto un D´Alema che faceva di tutto per farci dimenticare D´Alema.

          Abbiamo visto un D´Alema caduto ma liberato o, meglio ancora, mondato da quella pessima grana antropologica, da quella vecchia ideologia della doppiezza di cui è impastata l´Italia, una malattia che riguarda tutti noi che siamo cresciuti a sinistra e vorremmo restarci, i professionisti, gli intellettuali, i giornalisti, la scuola.

          Si potrebbe ricavarne un saggio sul linguaggio che non somiglia alle cose che nomina e che finalmente in Senato è stato smentito da un D´Alema che ha invece affrontato di petto i giganteschi nani della sua coalizione, non ha concertato, tramato, rattoppato, contraddicendo appunto anche il se stesso arrogante e borioso che si accontentava di mettere in ginocchio gli antagonisti con le battute, gli aforismi e il sarcasmo mentre, per le consuete vie ritorte, sotto sotto si assicurava il consenso di chi lo biasimava. Insomma, per la prima volta D´Alema non ha usato quei proiettili che, solo nella politica italiana, colpiscono il bersaglio per aggiramento.

          E infatti D´Alema è caduto su una linea di responsabilità: «È questa la politica internazionale dell´Italia, se non vi piace non votatela». E´ caduto davanti a un girotondo di vecchi bambini, ed è stata una caduta bella proprio perché non sarà indolore. E´ stata una caduta chiara e semplice, dopo mesi angosciosi, non dovuta a quel maneggio di favori, di posti di sottosegretario, di nomine e di ripicche al quale anche questo governo ci ha abituato, non dovuta insomma alla bachicoltura domestica che nella storia della Repubblica ha sempre fatto cadere i governi.

          E´ vero che D´Alema è la vittima che non c´è stata a Vicenza, l´altra faccia di quella compostezza, la prova che l´estremismo italiano, anche quando si trattiene e si contiene, ha comunque bisogno di sfogare e di fare il botto. E però cade in piedi, cade da leader e viene persino voglia di aiutarlo questo D´Alema che vuole liberarsi di D´Alema e ha preso l´aria dello statista che non si usura più negli affaracci e affarucci interni, ma si espone al vento della storia.

          Mercoledì scorso in Senato c´era il Dalema delle foto e dei filmati dall´estero: all´Onu, negli Usa, in Medio Oriente. Fateci caso, nelle immagini di repertorio: quando sta tra i grandi della terra D´Alema diventa insofferente del poco spazio italiano. Guardate come si allunga e come si agita a cercare uno sbocco d´aria e di luce per le sue ristrette misure, anche fisiche.

          Insomma, già prima della bella sconfitta, c´era un D´Alema internazionale che stava cercando di farci dimenticare il D´Alema nazionale che spuntava fuori da ogni pasticcio pugliese e che aveva fatto dei suoi baffi il nuovo simbolo dell´ambiguità italiana, soppiantando anche la gobba di Andreotti. Diventato ministro degli Esteri, in lui aveva persino fatto capolino l´eleganza, che è voglia di ritirarsi, di indietreggiare dal frastuono volgare. Per la verità, a noi che conosciamo bene i suoi artifici, all´inizio ci sembrò solo una commedia provinciale, una riedizione di "L´aria del Continente", il palcoscenico internazionale abitato come una barca, quel ridicolo "bye bye Condy" affidato ai soliti giornalisti compiacenti. Troppe volte lo avevamo visto raggomitolarsi nel suo guscio di timidezza solo per meglio candidarsi, financo al Quirinale. E ci ricordavamo del meridionale arguto e sospettoso che dichiarava il suo appoggio a Occhetto, o a Veltroni o a Prodi mentre preparava tagliole e intanto architettava complessi piani di battaglia nelle banche e nei giornali, o dosava i filtri magici dell´inciucio.

          Poi però aveva cominciato a piacerci quella sua insofferenza, che è diventata la nostra stessa insofferenza, per ogni accenno al pollaio italiano, al Partito democratico, ai Pacs, ai Dico, ai vescovi… E si capiva che gli ci voleva del bello e del buono per tenersi fuori standoci dentro. Anche quando si riuniva il governo, come ci hanno raccontato gli altri ministri, D´Alema si dedicava ai suoi dossier internazionali un po´ come al caffè ci si dedica alla granatina e al gelato. E solo di tanto in tanto scatenava, brevemente, la sua ira. E allora lanciava quel sano veleno che è diventato il nostro veleno. Sui Dico, per esempio: «Qui sono il solo che non ha incontrato Dio, e il solo che in agenda non ha previsto alcun incontro con Dio». Certo, sono battute malefiche che qualificano e distruggono, ma che governano le discussioni, come del resto è accaduto anche in Senato, perché rimandano a una sostanza vigorosa, alla politica estera appunto, che è il nuovo campo di forza non solo di D´Alema, ma di tutti noi.

          E´ infatti dall´estero che la storia ci è arrivata addosso imponendoci nuovi dossier, nuove competenze, l´uso delle lingue…. Come D´Alema, che oggi riesce ad esprimersi in spagnolo, francese e inglese, abbiamo scoperto che il nostro mondo non sta a Gallipoli ma a Shangai, e che bisogna rovesciare la vecchia certezza della storiografia di sinistra che concepiva la politica estera al servizio di quella interna. E´ vero il contrario: è nei rapporti con gli altri che si definiscono anche le gerarchie interne e i rapporti tra di noi.

          Non sappiamo quanto sia stato velleitario il D´Alema che cercava di spiegare che le ragioni dell´Occidente non sono solo quelle americane perché ci sono anche quelle italiane, ma certo ci piaceva quel suo stare con l´America e con l´Europa, e soprattutto quel suo ripetere a tutti che, nella partita di politica estera, o l´Italia scende in campo o non può lamentarsi di trovare il campo occupato dagli altri; ci piaceva e ci metteva in allarme, perché appunto erano due le foto segnaletiche, due i D´Alema, e l´uno scacciava l´altro.

          Ecco: è a quel punto che sono arrivati il discorso in Senato e la caduta. Ebbene, forse è stato per quel respiro internazionale, per le guerre, per Condoleezza e per il Libano, per Kabul e per Gerusalemme, e soprattutto per quel suo negarsi al mezzuccio e per quel suo presentarsi allo scoperto, ma insomma la faccia di D´Alema, espressiva com´è, ce l´ha finalmente comunicato come vincente lo sforzo che avevamo visto: il tormento appunto non tanto di chi si sta liberando di un mestiere per impararne un altro, ma di chi smette un vizio, depone una filosofia superata, si disintossica da un veleno spirituale, si disfa di una brutta idea di se stesso.

          Ora ci sono le consultazioni, riprendono i pasticci e i prodigi della politica, e forse che ci sarà un Prodi bis o forse no; e forse si vota o forse no. Comunque vada, a noi piacerebbe che l´Italia aiutasse tutti i D´Alema a liberarsi dei D´Alema. D´Alema e D´Alema infatti non possono restare perennemente in conflitto né potranno riposizionarsi su un piano sghembo. D´Alema e D´Alema insomma non saranno le nostre nuove convergenze parallele, come Achille e la tartaruga che non si raggiunsero mai. E´ meglio che uno soccomba. Ed è bene che questa bella storia non finisca male, come accadde a quel napoletano che si esibiva in pernacchie : "Hai fatto no bummolo più grande do cuasone".