Persi 350 mila posti dal 2008 E altri 200 mila sono in bilico

19/05/2010

Trecentocinquantamila posti di lavoro persi da aprile 2008 a febbraio di quest’anno, il 7% degli addetti. Circa duecentomila appesi ad un filo, altri seicentomila tenuti in vita dagli ammortizzatori sociali. Il settimo rapporto Cisl sull’andamento del comparto industriale sembra un bollettino di guerra. E’ la conseguenza di una crisi di cui si parla forse troppo poco, almeno nei suoi grandi numeri: dalla primavera di due anni fa a febbraio, calcola il rapporto, il settore manifatturiero ha perso un quinto della produzione (il 20,8%), il 22% del fatturato, il 24,5% degli ordinativi. Nonostante la ripresa iniziata quest’anno, «nei prossimi due-tre anni, per carenze strutturali preesistenti, solo un terzo delle imprese appare in grado di agganciare la ripresa internazionale». La parte più vitale del sistema imprenditoriale, quello che ha reagito meglio alla crisi, sono circa un milione di aziende. «Imprese in gran parte di medie dimensioni e spesso nate dentro a sistemi produttivi locali».
Benché questa elite di imprenditori si trovi quasi esclusivamente al nord, la crisi finora ha colpito soprattutto il cuore industriale del Paese: Lombardia e Piemonte. Nel Mezzogiorno le due Regioni che più hanno sofferto sono Puglia e Basilicata. La Lombardia, che ha il 25,2% degli occupati totali dell’industria, conta il 35,2% delle ore di cassa integrazione. Il Piemonte, con il 9,9% degli addetti, concentra sul suo territorio il 16,6% delle richieste di cassa integrazione. Rispetto alla Lombardia, il Piemonte ha una più alta percentuale di imprese di piccole dimensioni in crisi. In Puglia e Basilicata, con rispettivamente il 3,9% e lo 0,6% di occupati, si concentrano il 5,7% e 1% delle ore di cassa. Soffre un po’ meno il Lazio: 4,9% di occupati, 7% delle ore di cassa integrazione.
Il settore che ha subito di più la crisi è ovviamente il metalmeccanico: da solo vale il 41,1% delle richieste di ore di cassa interazione nel 2008 e il 55% del 2009. Il settore metallurgico è quello nel quale il 2009 segna la più marcata flessione della produzione: nel confronto con il 2008, l’aumento delle ore di cassa ordinaria e straordinaria autorizzate è infatti dell’854% contro il 411% del meccanico, il 363% del legno e il 308% di chimica, petrolchimica e lavorazione delle materie plastiche. Numeri impietosi, ai quali vanno aggiunti almeno 150mila lavoratori il cui posto sarebbe «a fortissimo rischio». E poiché la rilevazione è ancora in corso – le aziende censite per ora sono 688 – il sindacato di Via Po stima che il numero di posti effettivamente a rischio superi le 200mila unità. Di questi, almeno ventimila sono addetti nelle telecomunicazioni. E poi metalmeccanico, tessile, chimica, impiantistica, industria alimentare. Fra i grandi stabilimenti, sono a rischio il futuro della Vinyls di Ravenna, Porto Marghera, e Porto Torres.
Da tutto questo «il Paese si salva solo con la cooperazione e non con i litigi fini a se stessi», dice il leader Raffaele Bonanni. «Le forze politiche e la parti sociali devono unirsi tra di loro per un patto sociale» che non deve solo servire a «placare le ire», ma a procedere verso «l’eliminazione degli sprechi e delle ruberie».