Pericolo sommerso per le co.co.co

18/12/2003

ItaliaOggi (Lavoro e Previdenza)
Numero
298, pag. 31 del 17/12/2003
di Daniele Cirioli


Allarme contenuto nelle note di aggiornamento al Monitoraggio per il 2003 del ministero del welfare.

Pericolo sommerso per le co.co.co.

A rischio la trasformazione delle collaborazioni a basso costo

Pericolo sommerso per le co.co.co.: il rischio è conseguente alla riforma del lavoro a progetto e riguarda i servizi lavorativi che hanno un mercato solo se a basso costo. Il part-time, inoltre, si tinge di rosa; la riforma del dlgs n. 276/03, infatti, riduce l’interesse verso tutti i lavoratori salvo qualche preferenza per la componente femminile. Sulla riforma del collocamento, infine, l’83% dei centri per l’impiego ha già attuato le novità, ma solo il 50% pratica gli incontri volti all’inserimento lavorativo e agli interventi formativi ai disoccupati. I dati sono contenuti nelle note di aggiornamento al Monitoraggio delle politiche del lavoro per il 2003 del ministero del lavoro.

La riforma del lavoro. Il Monitoraggio dedica ampio spazio a riflessioni in ordine alle più importanti riforme degli ultimi tempi: quella del lavoro (a opera della legge n. 30/03 e del conseguente dlgs n. 276/03) e quella del collocamento (contenuta dal dlgs n. 181/00 come innovato dal dlgs n. 297/02). Particolarmente interessanti sono le considerazioni circa la riforma del lavoro a progetto. In attesa delle istruzioni operative ministeriali (che lo stesso Rapporto dice di imminente emanazione), il documento spiega i tratti fondamentali delle nuove collaborazioni coordinate e continuative. Prima di tutto, conferma la distinzione in due tipologie dei rapporti di co.co.co.: quelle soggette alle nuove regole del lavoro a progetto e quelle esonerate dal rispetto dei nuovi principi del dlgs n. 276/03. Nel primo novero, per il quale resta possibile instaurare il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa alla vecchia maniera, vi rientrano taluni soggetti e particolari fattispecie: i pensionati di vecchiaia, i soggetti iscritti ad albi professionali ecc. nonché le prestazioni occasionali, cioè quei rapporti di durata fino a 30 giorni e compensi sino a 5 mila euro annui. (questi ultimi rapporti, in particolare, vanno a costituire delle ´mini co.co.co.’ come indicato su ItaliaOggi del 4/11/03). Nel secondo novero, invece, vi rientrano tutte le altre collaborazioni per le quali si rende indispensabile la presenza di un progetto, per definizione a termine.

Quanto alle conseguenze occupazionali, il documento ministeriale accusa il rischio che una quota delle vecchie co.co.co. possa finire nel sommerso. La riforma, si legge nel rapporto, ha evidente intenzione di contrasto di tutte quelle situazioni in cui le co.co.co. si configuravano come rapporti subordinati mascherati, difficilmente trasformabili in lavori a progetto; pur tuttavia, evidenzia il connesso rischio che possano scomparire o finire nel sommerso tutte quelle collaborazioni che riguardavano servizi lavorativi che hanno un mercato solo perché a basso costo (praticamente la maggioranza dei rapporti di co.co.co.), e che avevano mantenuto tale status grazie alla difficoltà della prova del vincolo di subordinazione. Infine, il rapporto anticipa l’arrivo di una circolare ministeriale che chiarirà i profili sostanziali del nuovo rapporto di lavoro a progetto, nonché gli intendimenti non punitivi e di sostanziale non equiparazione al lavoro subordinato di quella che anche in termini di rappresentanza collettiva si viene configurando come una categoria precipua di ´professionisti d’impresa’. Sempre in merito alla riforma del lavoro (dlgs n. 276/03), il monitoraggio evidenzia come le novità del part-time configurano tale rapporto più ´flessibile’ rispetto al passato, con la conseguenza di un maggior interesse per le imprese ma molto meno per i lavoratori. Il basso interesse, in particolare, riguarda soprattutto quei lavoratori coinvolti in situazioni in cui il rapporto a tempo parziale non sia una soluzione temporanea o di ripiego momentaneo nell’attesa di altre occasioni lavorative. Diversamente, invece, una crescita di appeal del part-time potrebbe verificarsi nella componente femminile, per ragioni legate all’offerta di lavoro a tempo ridotto.

Riforma del collocamento. Funziona poco la riforma del collocamento. Solo l’83,1% dei Centri per l’impiego ha attuato la riforma dei servizi all’impiego introdotta dal dlgs n. 181/00 e corretta dal dlgs n. 297/02; poco più della metà (il 50,2%) offre i primi interventi ai disoccupati. La percentuale più alta di applicazione si rileva comunque nel Centro Italia, quella più bassa nel Meridione. Il Monitoraggio, tra l’altro, prende in esame gli effetti dei citati provvedimenti in merito al ruolo più attivo affidato ai Centri per l’impiego nei compiti di prevenzione della disoccupazione di lunga durata. I Centri, infatti, sono tenuti a offrire ai senza lavoro: a) un colloquio di orientamento, entro tre mesi dall’inizio dello stato di disoccupazione; b) una proposta di adesione a iniziative d’inserimento lavorativo o di formazione e/o riqualificazione professionale o altra misura che favorisca l’integrazione professionale.

Stando all’indagine statistica, il divario è particolarmente marcato tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno; nelle prime, infatti, si raggiungono punte dell’88,6% di Centri che operano a regime con le nuove norme (e le nuove iniziative) a favore dei disoccupati, mentre nel Sud la percentuale si ferma a poco meno del 21%. Le ragioni delle diversità sono da ricercare nei diversi tempi di attuazione e di recepimento a livello regionale della riforma del collocamento (il dlgs n. 181/00), nonché nell’attesa della nuova legge di riforma del mercato del lavoro (legge n. 30/03, attuata dal dlgs n. 276/03). Ha funzionato poco, inoltre, anche la ripulitura (e poi abolizione) delle liste di collocamento. Nonostante fosse questo un obiettivo del dlgs n. 181/00, spiega il Monitoraggio, in talune situazioni a conclusione della procedura di autocertificazione (i disoccupati sono tenuti a presentarsi al Centro per l’impiego e autocertificare l’immediata disponibilità a lavorare), solo pochi risultavano tra i ranghi dei disponibili, tanto che si è resa necessaria una ´riapertura’ del censimento con la convocazione di tutti i silenti. Caso esemplare è stato quello di Torino, dove solo il 10% dei vecchi iscritti si era presentato per l’autocertificazione.