Perché non decolla la riforma del commercio

19/04/2004

15 aprile 2004 N.16





RIVOLUZIONI: AL PALO GLI EFFETTI (MANCATI) DELLA LIBERALIZZAZIONE BERSANI


Perché non decolla la riforma del commercio

di  Roberto Seghetti

9/4/2004

 

Nuove aperture, orario lungo, offerta di benzina con lo sconto… I piani della grande distribuzione si scontrano con un ostacolo imprevisto: il federalismo. Che ha trasferito fette di potere alle amministrazioni locali ma ha trasformato l’Italia in una giungla. A danno dei consumatori.

 

Ditegli Avellino e ad Aldo Soldi, presidente della Coop Toscana-Lazio, evocherete un incubo
. Qualche anno fa la catena di supermercati aveva deciso di aprire un nuovo punto vendita nella città campana. Investimento: una trentina di milioni di euro. Ma i negozianti si misero di traverso. Risultato: «In due anni e mezzo abbiamo aperto e chiuso i battenti tre volte» racconta Soldi. Alla fine ce l’ha fatta, ma a costo di una lunga e faticosa battaglia.

Benvenuti nella liberalizzazione del commercio all’italiana
. Mentre in Germania decidono la libertà di saldo e in Francia la benzina si vende a prezzi scontati davanti ai supermarket, a Roma e Milano, Napoli o Palermo si torna indietro: la liberalizzazione del commercio firmata dall’ex ministro Pier Luigi Bersani, dopo essere passata per competenza federale alle regioni, è finita in un pantano. Un vero peccato, se si tiene conto che nel 2003, con l’inflazione che viaggiava ben al di sopra del 2 per cento, nella grande distribuzione i prezzi sono cresciuti di appena l’1,3.

Ma soprattutto se si pensa al contributo possibile della modernizzazione del commercio alla crescita dell’economia
. Secondo uno studio del Cermes-Bocconi, il guadagno di efficienza che si otterrebbe con un intervento innovatore nella distribuzione dei beni di largo consumo, nelle reti dei carburanti e dei servizi sarebbe pari allo 0,78 per cento del prodotto interno lordo. Come dire: lo stesso risultato previsto per la riforma delle pensioni.

Ma come e perché si è impantanata la liberalizzazione del commercio? Semplice: dopo la riforma federale del 2001, ogni amministrazione se ne è andata per la sua strada
. Così, usciti dalla porta, i lacci e i lacciuoli destinati a imbrigliare i giganti della distribuzione sono tornati dalla finestra. «In effetti sono stati fatti molti progressi, ma non nascondo che in alcune regioni c’è stata una gestione frenante» conferma a Panorama lo stesso padre della riforma, Pier Luigi Bersani. Un fenomeno testimoniato anche da studi e dossier messi a punto dai centri più diversi, dal rapporto Ancd-Conad alle rilevazioni della Faid, federazione della grande distribuzione. Come per incanto si sono moltiplicati gli ostacoli all’apertura degli ipermarket, la flessibilità degli orari è diventata spesso solo una speranza, la liberalizzazione delle promozioni un sogno. Per non parlare della guerra del carburante.

Aprire una grande struttura distributiva è un’odissea non solo ad Avellino
. Da mesi nei comuni lombardi di Desio, Lissone e Muggiò si discute attorno al progetto di un centro commerciale da 60 mila metri quadrati presentato dal gruppo Pam-Panorama. Il piano fa litigare gli amministratori locali, con prese di posizione a favore e contro, raccolte di firme e proposte di mediazione, secondo un canovaccio ben conosciuto in tutta Italia, e senza distinzione di partito. Le conseguenze si possono verificare nelle statistiche sullo sviluppo della distribuzione moderna. Oggi i negozi tradizionali sono 640 mila, contro i 622 mila del 2001. Gli ambulanti sono diventati 120 mila da 112 mila. La grande distribuzione è passata, nello stesso periodo, da 11.440 ad appena 12.422. Riflette con rammarico unito a un pizzico di ironia Giovanni Cobolli Gigli, presidente Faid: «Siamo contenti, se dal momento del progetto a quello dell’apertura passano solo, ripeto solo, sei anni».

Ma non basta. Il ritorno del potere alle regioni ha provocato anche una disposizione a macchia di leopardo di resistenze e flessibilità
. «Un pasticcio» come ha detto il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano. Con esiti a volte singolari. Come la scelta di spostare i supermercati e i centri commerciali a cavallo dei confini regionali a seconda della maggiore o minore disponibilità delle diverse amministrazioni.

Nonostante gli ostacoli, i progetti di sviluppo per il futuro sono consistenti
. Secondo un’analisi della AcNielsen, società di ricerca nel largo consumo, da oggi al 2010 sono in cantiere 200 ipermercati, per un investimento di 10 miliardi di euro. Per larga parte riguardano il Sud, dove i ritardi sono maggiori. Afferma Cobolli Gigli: «Oggi la distribuzione moderna copre il 44,6 per cento dei consumi. Nel 2008 puntiamo a crescere, ma non oltre il 52 per cento».

La disposizione a macchia di leopardo di resistenze e flessibilità riguarda anche orari, domeniche, promozioni
. Un guazzabuglio. Assago e Rozzano, per esempio, sono due comuni vicini a Milano. Il primo ha deciso di definirsi area turistica, il secondo no. Risultato: ci sono due centri commerciali a 4 chilometri l’uno dall’altro. Quello di Assago la domenica è aperto, quello di Rozzano molto spesso non può aprire.

Il caso di Como è ancora più singolare: è tutto territorio turistico, tranne la zona vicina alle dogane
. E così tutti aperti la domenica, tranne l’ipermercato costruito nell’area sfortunata. Identica la situazione per promozioni e saldi. In Sardegna si possono fare una sola volta l’anno, e solo per 30 giorni. In Piemonte sono quasi liberi: infatti a Serravalle (Alessandria) è potuto nascere forse il più importante outlet d’Italia, un megacentro dove gli sconti ci sono tutti i giorni.

Il caso forse più eclatante riguarda però il mercato della benzina
. Nel 1998 fu prevista la chiusura di almeno 7 mila pompe di benzina. Sei anni dopo ne sono state tagliate appena 3-4 mila. E l’Italia resta in testa per il numero dei benzinai: 23.400 impianti, 8 mila in più della Francia, il doppio di quelli inglesi, quasi il triplo delle pompe in Spagna. Le conseguenze? Prezzi alle stelle. La grande distribuzione, sulla scorta delle esperienze fatte negli altri paesi, avrebbe voluto entrare in questo mercato con impianti aperti nei piazzali dei centri commerciali, pronta a fare forti sconti. Niente da fare.

Mentre in Francia una pompa su tre è gestita dalla distribuzione moderna e in Gran Bretagna un impianto su dieci, in Italia sono state inaugurate appena quattro pompe in sei anni: tre del gruppo francese Carrefour, una Auchan
. «Nell’impianto di Bussolengo forniamo carburante a 5 centesimi in meno al litro rispetto ai prezzi consigliati dalle compagnie petrolifere» dice Benoit Lheureux, amministratore delegato per il settore alimentare del gruppo Rinascente. Ma è come correre in salita, con buona pace dei consumatori. Spiega Cesare Magni della Carrefour: «La quantità di carburante erogato nella rete italiana è in media di 1,5 milioni di litri a pompa. Nelle nostre stazioni in Italia è di 10 milioni, con punte di 20 milioni. E questo ci consente di abbassare i prezzi. Se potessimo aprire pompe anche negli altri nostri supermarket faremmo anche lì forti sconti».



ALTA PRESSIONE CORPORATIVA


Cobolli Gigli, presidente della Faid, teme l’effetto elezioni

«Il problema non si risolve mettendoci l’uno contro l’altro. Dobbiamo lavorare insieme: le regioni con il governo nella conferenza Stato-regioni e i piccoli dettaglianti con i grandi nella Confcommercio»: Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Faid, federazione che rappresenta i giganti della distribuzione, è convinto che gli ostacoli alla modernizzazione del commercio possono essere superati. Ed è preoccupato, invece, per l’eventuale effetto elezioni. «A livello nazionale tutti riconoscono che bisogna liberalizzare di più» dice in questa intervista a Panorama. «Ma più si scende a livello locale e più le pressioni corporative diventano forti: è qui che l’azione della politica, non importa se di destra o di sinistra, diventa difficile. Soprattutto se in vista ci sono elezioni. Lo capisco, ma non lo giustifico, perché se si deve pensare ai 2 milioni e mezzo di commercianti che votano bisogna pensare anche ai 23 milioni di consumatori che da un commercio più moderno hanno tutto da guadagnare».

I piccoli commercianti temono di essere schiacciati.

Dopo la riforma Bersani il numero dei piccoli esercizi e anche degli ambulanti è cresciuto. Va bene così, purché entrino tutti, comprese le associazioni di categoria a livello locale, nell’ordine di idee che bisogna rinnovarsi. Forme di collaborazione già esistono. Nei 600 centri commerciali aperti in Italia ci sono 14 mila negozi. Penso anche all’esperienza del franchishing. Bisogna andare avanti. Nella Confcommercio è stata appena rinnovata la presidenza di Sergio Billè per i prossimi quattro anni. Lui stesso afferma che il futuro va gestito con un’ottica innovatrice. La Faid è d’accordo e pensa che questo sia il momento per discuterne.

Il governo che può fare? Ha già annunciato il taglio delle tasse…

Il governo dovrebbe spingere le regioni ad armonizzare le regole locali. Va benissimo, infatti, la riduzione delle imposte per aiutare i consumi. Ma poi le amministrazioni locali devono anche favorire le opportunità di spesa, con le aperture dei negozi, gli orari flessibili, la possibilità di fissare liberamente i prezzi e di vendere la benzina. Poi, certo, ci sono anche oneri e costi che andrebbero rivisti.

A cosa si riferisce?

I costi di gestione sono aumentati in misura abnorme e spesso siamo svantaggiati rispetto all’industria. Penso per esempio al costo del gas. Senza contare i problemi fiscali. Il presidente Silvio Berlusconi ha definito l’Irap un’imposta iniqua: penalizza le imprese che hanno più personale e si deve pagare anche con il bilancio in perdita. Non c’è dubbio: deve essere rivista. Ma non basta. La grande distribuzione è interessata anche all’abolizione della memoria fiscale dei registratori di cassa.

La Finanziaria ha offerto la possibilità di farne a meno…

Ma questo vale per i piccoli che accettano il concordato. I grandi operatori devono mantenere le casse sigillate e custodire i rotolini di carta per due anni. I magazzini sono pieni di scatoloni. È un costo inutile, oltre che pesante: la grande distribuzione per sua natura registra tutto, ma così la gestione di una cassa ci costa in media 900 euro l’anno. Per le aziende Faid sono in tutto 36 milioni. Potremmo usarli per contenere i prezzi più di quanto abbiamo già fatto.