Per un euro in più 63 milioni di deficit

09/05/2005
    sabato 7 maggio 2005

    analisi

      QUANTO COSTA ALLO STATO INNALZARE I SUOI STIPENDI
      Per un euro in più 63 milioni di deficit
      Solo con l’offerta più bassa il disavanzo salirebbe al 3,7%

      Stefano Lepri

        ROMA
        SI parva licet…l’autunno caldo dei metalmeccanici, 1969, si fece per cento lire in più l’ora. La vertenza degli statali 2004-2005 si fa per un centinaio di euro al mese, al lordo delle tasse: che, stando alle tabelle storiche sul potere d’acquisto, valgono di meno, e in un Paese molto più ricco di allora. Ma con l’euro non ci si può permettere un’inflazione più alta degli altri Paesi membri, altrimenti sono guai. E i soldi non è facile trovarli; dato che già i 95 euro al mese offerti dal governo porterebbero la zona rischio del deficit pubblico italiano al 3,7% del prodotto lordo, ossia oltre il mezzo punto di tolleranza che (si dice) il nuovo Patto di stabilità europeo permette oltre la soglia del 3%.
        Naturalmente con le cifre bisogna andarci cauti, perché perfino un dato basilare, ossia il numero di persone che in Italia possono essere definiti dipendenti delle pubbliche amministrazioni, non è del tutto certo. La Ragioneria generale dello Stato li censisce, con un certo ritardo: i dati più recenti sono del 2003 e danno 3.221.000 persone, circa trentamila in meno rispetto all’anno prima, quindi un successo del blocco delle assunzioni. Mentre la Corte dei Conti nota che un diverso calcolo dell’Istat – non per concrete teste ma per «unità di lavoro» – segna numeri in aumento fino al 2004; e ne conclude che il blocco delle assunzioni ha avuto «risultati del tutto insoddisfacenti».

          Nelle valutazioni del governo, ogni euro in più di aumento sullo stipendio mensile costerebbe alle casse dello Stato 63 milioni di euro in più (0,0045% del prodotto lordo). Dunque cinque euro in più, per arrivare a 100, farebbero lo 0,0225% di deficit in più, in una situazione in cui per l’appunto anche i centesimi contano, quanto a rispettare o a trasgredire il patto di stabilità. In più, i datori di lavoro privati temono che quella cifra tonda, 100, rialzi l’asticella per i rinnovi contrattuali dei loro dipendenti, che finora hanno ricevuto meno: tra gli 80 e i 95 euro al mese in quelli conclusi nell’ultima annata.

            Cento euro in più, rispetto a quanto? Secondo dati del ministero dell’Economia, la retribuzione lorda media dei ministeriali veri e propri dovrebbe aggirarsi sui 36.186 euro per questo anno 2005; e c’è da precisare che per i ministeriali il governo offre 85 euro al mese (95 è la media tra i vari comparti). Ma la vera questione è un’altra: che nel pubblico impiego, tra automatismi, passaggi di carriera, indennità varie, «competenze accessorie», elargizioni mirate, accordi locali, ciò che i sindacati contrattano a livello nazionale è solo una piccola parte della dinamica effettiva delle paghe.

              Così da una parte i sindacati protestano che il rinnovo contrattuale è in ritardo di diciassette mesi, durante i quali gli unici incrementi da contratto nazionale sono stati alcuni modesti arretrati del rinnovo 2002-2003, e che c’è dunque una perdita di potere d’acquisto da recuperare. Dall’altra, il governo sostiene che la dinamica effettiva delle paghe è stata superiore all’inflazione, dunque non c’è niente da recuperare. In mezzo alle ragioni opposte dei sindacati nazionali e del governo sta un pulviscolo di incrementi decisi qua e là da poteri vari, a favore di certuni ma non di certi altri; cosicché è ben possibile che nel concreto alcune buste-paga siano rimaste le stesse, mentre altre si siano gonfiate fin troppo.

                Nei dati riportati ieri l’altro dalla Corte dei Conti, negli anni dal 2000 al 2004 i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici dovrebbero avere, nella media, accresciuto il loro potere d’acquisto: +4,6% all’anno in moneta, superiore non solo al +2,5% annuo medio del costo della vita nelle rilevazioni ufficiali, ma anche al +4% del prodotto lordo sempre espresso in moneta. Secondo il consigliere economico di Silvio Berlusconi, Brunetta, negli ultimi dieci anni i dipendenti pubblici hanno guadagnato terreno rispetto ai dipendenti privati. O meglio, questi ultimi – in settori esposti alla concorrenza, contenuti nei costi dalla necessità di competere – sono rimasti quasi fermi in termini di potere d’acquisto, una media di +0,3% all’anno, mentre i pubblici hanno potuto contare su più del doppio, +0,7%.