Per salvarsi deve cedere sull’art.18

22/05/2002

19-05-02, pagina 30, sezione ECONOMIA

 
 
 
PER SALVARSI DEVE CEDERE SULL’ART.18
ENRICO ROMAGNA-MANOJA

ENRICO ROMAGNAMANOJA Non era mai accaduto, nei quasi cent’ anni di storia della Confindustria, che qualcuno – e, tra questi, molti grandi nomi dell’ imprenditoria italiana – avesse preso in seria considerazione la possibilità di rovesciare il suo presidente non rinnovandogli il mandato per un secondo biennio. Se Antonio D’ Amato riuscirà ad evitare questo affronto è solo grazie ai venti di crisi che soffiano a Torino e che sconsigliano in questo momento una così dirompente rottura tra gli industriali. Esattamente come è successo qualche giorno fa tra i soci Hdp, con la richiesta di proroga del patto del sindacato fatta da Gianni Agnelli, dopo mesi di battaglie, allo scopo di «salvaguardare l’ autonomia del Corriere della Sera.» Il tentativo di mettere il presidente di Confindustria in minoranza alla prossima assemblea del 23 maggio è solo l’ ultima e più clamorosa manifestazione del dissenso che è andato crescendo negli ultimi mesi all’ interno del mondo industriale nei confronti della linea di D’ Amato. Dissenso sfociato, il 18 aprile scorso, nella nomina della sua nuova squadra con appena 77 voti favorevoli e, cioè, con la maggioranza dei presenti ma con meno della metà degli aventi diritto (164). Accolto, nel marzo del 2000, come l’ uomo che era riuscito a sconfiggere il vecchio establishment, il primo presidente meridionale della Confindustria non è riuscito a far tesoro di questo vantaggio competitivo: il non aver coinvolto anche l’ opposizione – il «gotha» dell’ imprenditoria italiana – nella definizione della sua politica e l’ aver troppo appiattito la sua linea su quella del governo Berlusconi hanno progressivamente trasformato i malumori che serpeggiavano tra gli industriali in una voglia di rivincita che non fa certo bene all’ immagine e alla forza contrattuale di Confindustria. L’ errore più grave di D’ Amato è stato quello di irrigidirsi oltre ogni misura sulla richiesta di modificare l’ art. 18 dello Statuto dei lavoratori: un tema che ha avuto come solo effetto quello di farne una bandiera intorno alla quale da mesi ruota inutilmente tutto il dibattito sulle riforme economiche; di ricompattare un sindacato diviso; di spaccare il mondo delle imprese alle quali poco o nulla importa dell’ art. 18; e di mettere, infine, con le spalle al muro lo stesso governo, obbligato a subire uno sciopero generale per una questione che, a livello di sistemapaese, non ha certo lo stesso impatto, ad esempio, della riforma previdenziale. D’ Amato, a questo punto, farebbe un grave errore se volesse liquidare il tentativo di rovesciarlo come una semplice voglia di rivincita delle «grandi famiglie» sconfitte in occasione della sua ascesa ai vertici di Viale dell’ Astronomia. Il presidente della Confindustria ha una sola possibilità davanti a sè: quella di sparigliare. Faccia, cioè, una proposta in grado di rimettere in moto il dialogo sociale che si è impantanato, con l’ aggravante di aver lasciato spazi pericolosi ai fantasmi del terrorismo. Soltanto un atto di coraggio politico come la rinuncia a chiedere di modificare l’ art. 18 eliminerebbe d’ incanto l’ opposizione all’ interno del mondo industriale e riporterebbe governo e parti sociali, in un clima di ritrovata serenità, intorno a quel tavolo delle riforme necessario affinchè l’ Italia agganci la ripresa economica.