Per Sakineh chiesta l’impiccagione

29/09/2010

La vita di Sakineh è appesa a un filo, anzi sarebbe meglio dire a una corda, visto che le ultime notizie che arrivano da Tehran parlano di condanna all’impiccagione. Tuttavia le versioni sono contraddittorie. Secondo quanto scriveva ieri Tehran times, il quotidiano iraniano in lingua inglese che citava il procuratore generale GholamhosseinMohseni-Ejei, SakinehMohammadi Ashtiani è stata condannata a morte per impiccagione per l’uccisione del marito. Notizia parzialmente smentita dal ministro degli esteri Ramin Mehman Parast, secondo il quale il processo non sarebbe ancora finito. La donna iraniana, 43 anni, in carcere a Tabriz con l’accusa di complicità nell’uccisione del marito e di adulterio, era stata condannata alla lapidazione nel 2007. La notizia della condanna è arrivata in occidente solo nel 2010, attraverso un appello dei figli, e ha suscitato una grandemobilitazione internazionale che sembrava aver raggiunto il suo effetto: il presidente iraniano Ahmadinejad a New York annunciava che la sentenza non era stata emessa. Un’affermazione ambigua che lasciava spazio alla speranza che invece viene spezzata con l’annuncio della condanna all’impiccagione, perché la pena per complicità nell’uccisione del marito (forca) prevale sull’adulterio (lapidazione). La lotta per salvare Sakineh deve continuare. Le notizie contraddittorie fanno supporre divergenze all’interno degli apparati dello stato teocratico, tra la magistratura (il cui controllo spetta alla ultraconservatrice guida spirituale Khamenei) e il governo pur sempre legato ai mullah. Entrambi tuttavia non sono mai stati inclini ad allentare la morsa della sharia (secondo la loro interpretazione) soprattutto nei confronti delle donne. La lapidazione non è una novità nel paese degli ayatollah e molti prigionieri rischiano pene pesanti. La maggioranza di queste donne e uomini sono in carcere solo per aver criticato il regime e difeso i diritti civili.