Per le imprese la flessibilità paga ma il sindacato è diviso

28/12/2000

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Giovedì 28 Dicembre 2000
italia – economia
Per le imprese la flessibilità paga ma il sindacato è diviso

(NOSTRO SERVIZIO)

ROMA. La valutazione sui dati Istat divide gli esponenti del mondo politico, del sindacato e dell’imprenditoria. Se quasi tutti concordano sul fatto che parte del merito per la diminuzione del numero di disoccupati spetta al buon andamento dell’economia degli ultimi tempi, sul ruolo della flessibilità e sulla situazione del Mezzogiorno i pareri sono discordi.

Plaude ai risultati raggiunti il ministro del Lavoro, Cesare Salvi: «Le politiche del lavoro del centro-sinistra hanno pagato e l’obbiettivo europeo del pieno impiego entro il 2010 si conferma non soltanto realistico, ma raggiungibile in tempi più brevi di quelli indicati dalla Ue». Salvi precisa: «Dall’inizio della legislatura a oggi il traguardo del milione di occupati in più è stato superato».

Sul fronte sindacale, fra Cgil e Cisl è scontro sulla valutazione dei dati. «Al Sud — dice Giuseppe Casadio, segretario confederale della Cgil — si registrano dinamiche positive che devono far riflettere chi continua a invocare regimi speciali per il Mezzogiorno». «I dati di oggi — continua Casadio — sono gli effetti positivi di una modernizzazione del mercato del lavoro condotta mantenendo alto il livello di tutela per i lavoratori». Diverso il giudizio di Savino Pezzotta, leader della Cisl: «La situazione occupazionale nel Sud presenta ancora forti elementi di drammaticità. I dati Istat – aggiunge — dimostrano che quel poco che si è fatto per l’occupazione lo si deve ai nuovi strumenti di flessibilità introdotti grazie al negoziato con le parti sociali. Il Governo, invece, ha fatto poco per utilizzare e rendere più stabile la ripresa economica».

Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, indica nella ripresa economica la «chiave di lettura» per l’andamento dell’occupazione, ma aggiunge: «Ora la vera sfida per il sindacato è quella di creare "buoni" posti di lavoro». Una critica, questa, mossa anche dagli economisti del Polo Antonio Marzano e Renato Brunetta, secondo i quali i nuovi posti corrispondono a contratti part-time o a impieghi di bassa qualità e quindi di bassi salari: «Non si tratta — dicono — di nuova occupazione standard». Anche il segretario dell’Ugl, Stefano Cetica, parla di «aumento effimero».

Per la Confindustria, i dati sono confortanti ma le tendenze non colmano il ritardo rispetto ai Paesi Ue: «Nell’ultimo biennio le unità di lavoro sono cresciute dell’1,7% in Europa e dell’1% in Italia; nel 2000 dovremmo arrivare a 1,3-1,4%, contro l’1,8% della media europea». Secondo la Confindustria, la crescita occupazionale «è dovuta in buona parte all’introduzione dei primi strumenti di flessibilità, ma c’è da chiedersi quali maggiori effetti sulle dinamiche dell’occupazione e dell’emersione sarebbero derivati dall’introduzione di forme di flessibilità più incisive». Aggiunge la nota degli industriali: «Il dato dimostra il dinamismo degli imprenditori che, pur in presenza di riforme della flessibilità solo parziali e di una perdita di competitività pari a una riduzione di quote di mercato mondiale del 25% negli ultimi 5 anni, hanno saputo comunque creare nuove opportunità di lavoro».

D’accordo sul ruolo degli impieghi atipici anche la Confcommercio, che ricorda però come «sul piano territoriale rimane inalterato il divario tra il Nord e il Sud». Secondo la Confesercenti, infine, il gran merito della crescita dell’occupazione deve essere attribuito al settore dei servizi: «Hanno prodotto quasi il 90% dei posti di lavoro in più e 100mila nuovi impieghi sono stati creati nel commercio».

Mi.Ca.