Per l’anzianità rispunta la soglia dei 60-62 anni

27/10/2003


27 Ottobre 2003

TECNICI E POLITICI LAVORANO AD UNA POSSIBILE MEDIAZIONE

retroscena
Roberto Giovannini
Per l’anzianità rispunta
la soglia dei 60-62 anni
Torna in auge la proposta di Cazzola e Brunetta che lascia invariati
i 35 anni di contributi e prevede l’innalzamento progressivo dell’età

ROMA
SARANNO deluse le aspettative di chi si attende grandi novità dall’annunciata «proposta complessiva» del sindacato confederale sulle pensioni. Primo, perché nonostante tutto il lavoro di elaborazione vera e propria di un nuovo documento sindacale non è stato nemmeno abbozzato. Secondo, perché a quanto si apprende la «proposta» non prevederà (almeno per ora) alcuna significativa innovazione rispetto al documento unitario sulla delega previdenziale predisposto da Cgil-Cisl-Uil nello scorso marzo. Infine, perché in ogni caso la «proposta» parlerà soltanto incidentalmente di pensioni: si concentrerà soprattutto sulle questioni della politica economica (a partire dai prezzi), della competitività e dello sviluppo.
Insomma, come si affannano a ripetere i sindacalisti in interviste e dichiarazioni, «la prima mossa ora sta al governo», che non può certo attendersi che il confronto a parole voluto da tutti possa riprendere dal testo della riforma varato in autunno dal Consiglio dei ministri. Che comunque oggi dovrebbe sbarcare formalmente in Parlamento (a meno di sorprese) nella versione licenziata dal’Esecutivo, con una sola modifica significativa, che riguarda le casse previdenziali autonome o privatizzate (tra cui quella dei giornalisti). La norma che estendeva gli effetti della riforma anche a questi istituti verrà infatti cancellata.
Nel campo del governo e della maggioranza la situazione non è semplice. Tutti, infatti, si rendono conto che ottenere un consenso del sindacato (o meglio, di Cisl e Uil) su una riforma le cui linee guida siano quelle dell’emendamento che oggi Maroni dovrebbe formalmente presentare in Parlamento è compito impossibile, anche ipotizzando una graduazione più moderata dell giro di vite sull’anzianità contributiva. Allo stesso tempo, per il governo sarebbe inaccettabile adesso fare marcia indietro e accettare la richiesta sindacale di negoziare «facendo finta» che la proposta Tremonti-Maroni non sia mai esistita.
Come uscirne? Non mancano, nel centrodestra e anche nell’Esecutivo, le personalità che da tempo si esercitano a studiare nuove soluzioni tecniche in grado di riaprire la strada a una mediazione. Udc e Alleanza Nazionale in questi giorni stanno rispolverando un progetto messo a punto ai primi di settembre da due esperti come Giuliano Cazzola e Renato Brunetta. Un progetto che non dispiace anche al potente sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, molto ascoltato in Confindustria. Sul tema più scottante, ovvero, l’innalzamento dell’età di pensionamento di anzianità, si pensa a lasciare il requisito dei 35 anni di età contributiva, aumentando però gradualmente l’età minima anagrafica dal 2005: che salirebbe a 60 anni nel 2012, a 62 nel 2015. Si aprirebbe alla richiesta sindacale del «silenzio-assenso» per il conferimento del 75% del Tfr ai fondi pensione. Si ridurrebbe a un solo punto la decontribuzione a favore delle imprese per i nuovi assunti. Dal 2005, verifica della «Dini», con modifica legata all’aumento delle speranze di vita dei coefficienti di trasformazione. Infine, dalla seconda metà del 2004 scatterebbe un semiblocco delle finestre di anzianità (compensato obbligatoriamente col superbonus), in grado di permettere di «fare cassa» da subito.
Idee che – sulla carta – potrebbero non incontrare un «niet» da parte del sindacato, e che sempre sulla carta potrebbero in fondo accontentare anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (che per adesso mantiene però una posizione di netta chiusura). Il problema è «il contesto»: ovvero, riuscire a fare questa mossa nel momento politico e sociale opportuno.
Un contesto che per adesso è tutt’altro che favorevole. Come spiega il numero due della Uil Adriano Musi, oggi il sindacato non può che dire di no a queste «mediazioni». «Certo, ci sono alcune aperture – spiega – ma una proposta simile sull’età di pensionamento non mi convince. Prima di tutto, vogliamo che sia fatta un’operazione verità sui conti previdenziali e sullo sviluppo». Per il sindacalista, il primo passo è togliere dal tavolo la proposta «ufficiale» del governo, che deve rinunciare a chiedere ai sindacati di accettare un risparmio dell’1% annuo sulla spesa previdenziale. «Gli aumenti delle pensioni minime sono assistenza, non previdenza – conclude Musi – non possono pretendere di farci pagare la loro campagna elettorale». «Sulle pensioni – insiste il segretario confederale Cisl Pier Paolo Baretta – non ci deve essere un pacchetto precotto. Non si può diluire con una diversa gradualità una proposta che è sbagliata».
E la proposta sindacale? «Sarà basata sul nostro documento di marzo», spiega Musi; ovvero, per l’aumento dell’età di pensionamento si pensa soltanto agli incentivi, anche se diversamente modulati. E poi, si richiede un aumento della contribuzione a carico dei lavoratori autonomi e degli agricoli. E poi il documento parlerà di politica dei redditi, di fisco, di Finanziaria e Mezzogiorno.