«Per la Cgil, un congresso anti-crisi» intervista Gianni Rinaldini segretario generale della Fiom

18/12/2009

«La democrazia non gode buona salute e anche in Cgil rischia di essere vissuta come un problema, se la presentazione di un documento congressuale alternativo a quello della segreteria solleva tanto scalpore. Naturalmente parlo delle pratiche, non delle enunciazioni che abbondano: sono tempi in cui la democrazia è molto evocata, pochissimo praticata». Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, lancia segnali d’allarme che vanno dalla crisi economica al futuro del sindacato. E chiede un congresso di svolta.
Partiamo dalla crisi. Due milioni di disoccupati «ufficiali», più gli «invisibili ». Cassa integrazione record, operai sui tetti. Ma dicono che il peggio è passato. E’ vero?
Io non vedo segnali positivi, almeno se si assume il lavoro – non la borsa – come indice di riferimento.
Basta guardarsi attorno. L’assurdo è che si pensa di poter ripartire come prima, puntando sulle esportazioni, competendo sul costo del lavoro, tagliando il welfare per ridurre il debito pubblico (gonfiato per salvare la finanza). Il governo, poi, estende le precarietà – reintroduce il lavoro a chiamata – mentre scemano le tutele, come per le pensioni, che diminuiscono fino al 4%per il calo del montante contributivo, calcolato sul Pil. Il sindacato dovrebbe rispondere mettendo in discussione tutti gli accordi di un’era concertativa cancellata dalla politica di governo e dalla crisi economica. E invece…
Invece?
Balbettiamo, sperando nella Confindustria «buona» contro quella «cattiva». Perché è vero che i padroni sono divisi, ma è una divisione che andrebbe usata alzando il livello del confronto, con uno sciopero generale che unifichi tutti i conflitti aperti, perché la crescita di tante esasperazioni «separate » e sempre più individuali non promette nulla di buono.
In questo panorama la Cgil va divisa al congresso: non c’è il rischio che i lavoratori non capiscano?
Per rispetto dei lavoratori eviterei di usarli a sostegno di questa o quella posizione. Il problema è come vogliamo presentarci di fronte a loro: sarebbe grave se si volesse rappresentare il dibattito democratico come una sorta di lacerazione dell’organizzazione, argomento da sempre usato a sinistra per impedire il confronto. Salvo poi implodere, a un certo punto.
Sta succedendo questo? Non c’è libertà di confronto in Cgil?
Dobbiamo stare tutti molto attenti: se non si concede piena dignità a ogni posizione – facendo trasparire che le ragioni altrui non sono di merito, ma di altra natura – si rischia la degenerazione del confronto e questo è un problema di pratica democratica: si deve poter discutere e votare liberamente sul merito delle proposte.
Ma un congresso unitario non sarebbe stato più utile per trovare le risposte sindacali alla crisi?
Sicuramente avrebbe rassicurato le burocrazie. Ma non ci sarebbe stata nessuna reale discussione, come per lo scorso congresso che fu un’autocelebrazione. Non si rischia la lacerazione? Si parla di «scissionismo»… Ho letto un’intervista della segretaria generale della Flai fatta solo di congetture e insulti, come se ci fosse chi lavora per la Cgil e chi contro la Cgil. Ho letto anche su una pubblicazione dello Spi che noi vogliamo sciogliere quel sindacato, una falsità che non sta scritta da nessuna parte. La realtà è che siamo tutti della Cgil e noi non vogliamo nemmeno costituirci in area programmatica, né durante, né dopo il congresso. La Cgil dovrebbe preoccuparsi di chi reagisce in quel modo al confronto democratico che dovrebbe, invece, essere elemento costitutivo per un’organizzazione che vuole rappresentare milioni di persone.
Ma qual è lo scopo del documento «La Cgil che vogliamo»?
Aprire una discussione a tutto campo sul futuro del sindacato, considerando conclusa la fase della concertazione. Epifani dice che il solo conflitto non basta…
Questa è un’ovvietà. Il problema è se si costruisce il conflitto a partire da un’analisi e un’elaborazione autonoma del sindacato – che ha il voto dei lavoratori come unica legittimazione – o se si plasma la pratica sindacale sulle compatibilità definite da altri, cioè da governo e Confindustria.
La Cgil ha questa colpa?
La concertazione svaniva ogni giorno di più e noi continuavamo a inseguirla. E questo mentre Cisl e Uil facevano una scelte precise: dall’accordo separato al via libera allo scudo fiscale di Tremonti. Insomma, non abbiamo preso atto che si è costituito un asse governo- Confindustria-Cisl-Uil analogo a quello dei tempi del Patto per l’Italia e dell’attacco all’articolo 18. Pensare poi di recuperare un ruolo contrattuale con una logica emendativa, con gli accordi delle singole categorie, rischia di scardinare la Cgil, se viene meno un sistema contrattuale universale.
E, invece, che deve fare la Cgil?
Innanzi tutto avrebbe dovuto contrastare radicalmente l’applicazione dell’accordo separato e non lasciarne la gestione a ciascuna categoria, con esiti tra loro diversi. Il problema non era solo Federmeccanica. Come si è visto il problema è nell’asse governo-Confindustria, nell’esito finale della concertazione di cui sono rimasti solo i vincoli: se gli aumenti devono stare dentro i limiti posti dal governo, il lavoro paga tutto, tutto è predeterminato (al ribasso), i lavoratori non possono decidere su nulla e la democrazia scompare. Quel che serve è ritrovare una pratica rivendicativa nelle categorie e a livello confederale. Cosa vuol dire, ad esempio, «contrattazione territoriale » se vengono già predefiniti vincoli insuperabili? Per rilanciare il ruolo della confederazione nei territori devi promuovere vertenze in un rapporto stretto tra camere del lavoro e categorie. Serve più confederalità, non meno.
A proposito, Epifani giudica un pericolo per la confederalità le firme di tre leader di categoria (Fiom, Fp, Fisac) al documento n.2…
La confederalità non si costruisce in termini gerarchici. Quella è un’idea di Cisl e Uil che riducono le categorie a un ruolo corporativo, con gli enti bilaterali sotto la gestione politica della confederazione.
Nella storia della Cgil la confederalità è una pratica generale che vale per tutti, non è una divisione burocratica delle funzioni e vive nelle categorie. Del resto se vogliamo un sindacato davvero generale, di tutto il lavoro subordinato («atipico» incluso), serve una comunità di intenti e di pratiche a partire dall’estensione dei diritti – compreso l’art.18 –, dalla riduzione delle precarietà, con l’abolizione dell’interinale e dei Co.Co. Pro… Insomma, una svolta nel merito. Questi sono i termini del confronto congressuale. Non altri.