Per i piccoli negozi è una tragedia

20/09/2004


            sabato 18 settembre 2004

            parlano i commercianti

            Per i piccoli negozi è una tragedia

            Luigina Venturelli

            MILANO «Ormai siamo solo dei tappabuchi. La gente non viene più a fare la spesa con la lista, ma compra solo quello che si è dimenticata di prendere al supermercato». La signora Lena Di Lauro non ha più alcuna illusione sul ruolo marginale ormai riservato ai piccoli negozi: nella sua drogheria, una sola stanza alla periferia sud di Milano con le pareti stipate fino al soffitto di scatole e barattoli, entrano sì e no venti persone al giorno. «Non comprano che un tubo di dentifricio o un litro di latte – continua – con cui non mi posso certo guadagnare la giornata di lavoro. Da quando nella zona hanno aperto ben tre supermercati, gli incassi sono diminuiti almeno del 30% e mi hanno pure aumentato l’affitto. Resisto un anno e poi chiudo, come molti colleghi del quartiere che stanno solo aspettando la pensione».
            Anche al punto vendita alimentare di Filippo Schinocca, nei pressi della stazione Centrale, le cose non vanno molto meglio: «Da gennaio ad oggi abbiamo registrato un calo nelle vendite del 25%. Con tutti questi allarmi sull’economia che va male, la gente si spaventa: prima comprava le bottiglie di vino da 12 euro l’una, adesso lo scaffale è tutto pieno, più di 4 euro non vogliono spendere. Resistiamo solo perchè questa è una via di passaggio e perchè facciamo consegne a domicilio agli anziani che non si possono muovere da casa. Ma gli altri abitanti del quartiere se ne vanno tutti al centro commerciale».

            Mentre gli ipermercati attirano i consumatori con promozioni speciali e prezzi ribassati, qualcuno prova a puntare sulla golosità dei clienti. La salumeria di Domenico Sterpi è piena di verdure sottolio, specialità regionali, mostarde e conserve artigianali: «Queste cose le tengo solo per riempire gli spazi vuoti ed arredare il negozio. I clienti adesso prendono solo i piatti pronti, come vitello tonnato e crespelle, quando non hanno nulla in casa da mangiare perchè aspettano il sabato per fare scorte al discount. Lo scontrino medio non supera i 10 euro, così i guadagni sono diminuiti del 20%».

            Schiacciati dalla grande distribuzione anche i dettaglianti di scarpe e abbigliamento. «Ormai non si guarda più il rapporto qualità-prezzo, la gente guarda solo il cartellino del costo e compra tutta roba cinese. Questo maglione – spiega il titolare del negozio Mario Colombo – è di pura lana e lo vendo a 52 euro. Lo stesso modello in acrilico, fabbricato a Taiwan, si trova nei centri commerciali a un terzo del prezzo». Alla spietata concorrenza della grande distribuzione si aggiunge la generale crisi dei consumi: «In tre anni ho perso oltre il 50% nelle vendite, così sono costretto a lasciare questo mestiere che faccio dagli anni Settanta. Allora era un altro mondo, oggi di dieci clienti che entrano solo uno acquista qualcosa. Del resto non c’è liquidità, come fanno le persone a prendersi un nuovo capo d’abbigliamento se con lo stipendio da 1000 euro devono anche pagare l’affitto?».

            Con il canone di locazione pure i negozianti devono fare conti che spesso non tornano. Se ne lamenta la signora Liliana, che gestisce un piccolo locale con vetrina da cui spuntano vestiti fiorati per la terza età: «Una volta vendevo anche per 800mila lire al giorno, ora ci sono settimane in cui incasso 150 euro in tutto: considerando i 500 euro che devo pagare per l’affitto, non arrivo a fine mese. Devo chiedere un prestito in banca, mi serve per continuare a lavorare, a cinquantadue anni non mi assume nessuno, se no me ne andrei sotto padrone».