Per i disoccupati il posto è lontano

13/12/2002




              13 dicembre 2002

              ITALIA-LAVORO


              Per i disoccupati il posto è lontano

              Istat: al Sud i senza lavoro sono di lunga durata

              P.L.


              MILANO – L’occupazione cresce e la disoccupazione cala. Ma per chi è senza lavoro da molto tempo è assai difficile riuscire a trovare un posto. L’Istat ha presentato ieri il suo rapporto sulla mobilità nel mercato del lavoro: sotto esame quattro anni, dall’aprile ’98 all’aprile 2002, in cui sono stati creati 1.400.000 posti di lavoro, per arrivare a un totale di 21 milioni e 757mila occupati. Ma nello stesso periodo, il divario tra le due metà del Paese si è accentuato. Il rapporto tra il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno e quello del Centro-Nord è passato da 3,1 a 3,8: nel Sud il tasso è quasi quattro volte superiore a quello del resto d’Italia. E nelle regioni meridionali è più difficile uscire dalla condizione di senza lavoro, soprattutto per i disoccupati di lunga durata. L’Istat misura il tasso di permanenza, cioè la quota di persone disoccupate per un certo periodo: nel Mezzogiorno, i senza lavoro da almeno un anno sono il 60,5% del totale e il dato è aumentato rispetto agli anni precedenti. Ad aprile 2002 – si legge nel rapporto – la quota di persone in cerca di lavoro da almeno dodici mesi è di poco inferiore al 60% e nel Sud aumenta al 66 per cento. «Si tratta del doppio della media dell’Unione europea», ha sottolineato il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, intervenuto alla presentazione: sotto accusa il mercato del lavoro «inefficiente e poco trasparente, la cui situazione è aggravata dal divario territoriale Nord-Sud». Ancora ieri la Svimez ha lanciato l’allarme sul Mezzogiorno, che registra il tasso di disoccupazione più alto d’Europa, Svimez confronta il dato 2001, superiore di undici punti alla media europea. I dati Istat confermano le distanze. I disoccupati che nel Mezzogiorno in un anno sono riusciti a trovare un lavoro sono appena il 14,2 per cento. Al Centro la quota di disoccupati «permanenti» scende al 50,3% (di poco inferiore alla media nazionale del 53,9%) mentre il 22,8% ha trovato un lavoro nel corso dell’anno e al Nord solo il 37% del totale è senza lavoro da almeno dodici mesi: in questo caso, il 36,4% «transita» verso un’occupazione. Il saldo positivo registrato dall’Istat di 1,4 milioni di posti di lavoro (di cui circa 440mila nell’ultimo dei quattro anni) è dovuto a una notevole mobilità, da più di 2,5 milioni di movimenti: ma il rapporto tra entrate e uscite è sceso nell’ultimo anno a 1,08 (108 ingressi ogni cento uscite) rispetto a 1,29 del 2001. Da queste cifre, l’istituto ricava il tasso del turnover, cioè il rapporto tra i movimenti e gli occupati. Anche in questo caso si registra una discesa, dal 13,7% del ’99 al 12,1% di quest’anno. L’indagine rivela un «notevole grado di stabilità». Il 94% delle persone occupate a inizio periodo sono nella stessa condizione un anno dopo. In generale, nel quadriennio 1998-2002, il tasso di permanenza nell’occupazione dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato e orario pieno è pari a circa il 96 per cento. Le percentuali scendono in proporzione alla flessibilità del lavoro, nelle varie categorie dei dipendenti «non standard»: per i lavoratori part time l’indice è del 93%, mentre nei contratti a termine è dell’86% per il tempo pieno e dell’81% per il part time. «Il risultato – sottolinea l’Istat – attenua il timore sull’instabilità occupazionale del lavoro "non standard"». Inoltre, quattro lavoratori a termine su dieci dopo un anno sono assunti a tempo indeterminato. Il rapporto mette in evidenza il crescente apporto delle donne nel ricambio occupazionale: ogni cento uomini che escono dal lavoro ne entrano 106, mentre il rapporto tra le donne è cento a 110. Il ritmo è stato costante negli ultimi quattro anni, tanto che il «differenziale di genere», cioè la distanza tra i due sessi nell’occupazione, è sceso da 26,9 a 25,5 punti.