Per i contratti a termine scatta l’ora x

23/10/2001

Il Sole 24 ORE.com







    Per i contratti a termine scatta l’ora x
    Massimo Mascini
    ROMA – Una legge «che dà molte garanzie in più ai lavoratori». O invece, al contrario, una legge «che disegna per gli anni a venire relazioni industriali inaccettabili». Dichiarazioni opposte, la prima di Giorgio Usai, di Confindustria, la seconda di Giuseppe Casadio della Cgil. Esprimono il senso della divisione profonda che tuttora caratterizza le due organizzazioni quando parlano di contratti a termine. Domani entra in vigore la nuova normativa, ma questo non cancella i motivi che in primavera hanno diviso il fronte delle parti sociali, impedendo alla Cgil di firmare un testo comune che poi il Governo di Silvio Berlusconi e il Parlamento hanno tradotto in un testo di legge. A rinfocolare gli animi è bastato, del resto, qualche giorno fa un articolo del giurista Pietro Ichino, secondo il quale la nuova normativa rischia di tradursi in una «trappola» per le imprese. A suo avviso infatti il non aver indicato causali specifiche che giustifichino il ricorso ai contratti a termine, preferendo una formula molto generica potrebbe agire a sfavore della norma per il pericolo che l’interpretazione data a questa formula generica da un’impresa non sia poi condivisa da un giudice del lavoro. Non si tratta di un cavillo giuridico. Ieri ne hanno discusso a lungo tutti i maggiori giuslavoristi, chiamati a un convegno dal Cesri, il Centro per lo studio delle relazioni industriali della Luiss. E Valerio Speziale, presentando la relazione introduttiva, non ha respinto questo timore, a suo avviso reale. Un pericolo reale, del resto, se anche il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi si è rivolto agli «operatori del diritto», come li ha chiamati, per raccomandare loro di «aiutare i magistrati a non esprimere la loro fantasia creativa o la loro militanza». Giorgio Usai ha sostenuto che in realtà il pericolo non dovrebbe esistere, ma il dubbio resta forte. E lo resta soprattutto perché mantengono la loro virulenza le divisioni politiche sottostanti la lacerazione sociale avvenuta al momento della formulazione dell’avviso comune non sottoscritto dalla Cgil. Casadio è stato preciso in questo, sparando a zero su questa normativa, colpevole a suo avviso soprattutto di rompere l’equilibrio che prima esisteva tra legge e contratto. Era infatti il combinato disposto di queste due fonti, legge e contratto, a regolare l’impiego a termine. Non in maniera ottimale – ha ricordato il sindacalista – tanto è vero che la si voleva rimodernare, ma quanto bastava perché un’impresa che volesse assumere per sue esigenze un lavoratore a termine non trovasse ostacoli. Adesso invece – ha detto Casadio – è il contratto individuale a stabilire l’esigenza del termine. E questo, indebolendo sia il contratto collettivo sia la legge, a suo avviso disegna relazioni industriali inaccettabili. Sarebbe possibile un nuovo negoziato per recuperare il consenso, sanare il vulnus, per usare un termine caro alla Cgil? Casadio dice di sì, utilizzando la possibilità aperta dalla stessa legge per l’uso in successione di questi contratti. Ma Sacconi chiude subito la porta. «Nessuna riapertura del negoziato – sostiene – al massimo qualche modifica interpretativa. Ormai di altro si deve negoziare, di interinale e part-time». Il sottosegretario però va al di là dei meri contratti a termine, nega che il Governo abbia imboccato, come sembra affermare la Cgil, una strada che esclude il confronto sociale e dà ombra alle parti sociali. Al contrario, il dialogo che il Libro bianco del Governo vuole avviare su tutti i temi più importanti, è il metodo che «dà enfasi sociale alle imprese e alle loro rappresentanze e attribuisce responsaiblità ai lavoratori e ai loro sindacati». Certo, aggiunge, ormai non è più tempo dei veti che invece colpevolmente i Governi di centrosinistra hanno accettato. È questa la strada – aggiunge Sacconi – attraverso la quale è possibile aumentare l’«intensità occupazionale della crescita», che tradotto in termini più comprensibili significa che è questa la strada attraverso la quale si spera non di sollecitare maggiore crescita, ma certo di alzare il tasso di occupazione, dando una prospettiva più consistente a chi è escluso dal mercato del lavoro.
    Martedí 23 Ottobre 2001
 
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