Per i co.co.co. tutta una vita da precari, anche in pensione

14/07/2003



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  Economia e lavoro




domenica 13.07.2003
Per i co.co.co. tutta una vita da precari, anche in pensione

MILANO Precari nella vita lavorativa, precari anche nella vecchiaia.
Dopo anni di lavoro e di contributi versati, i co.co.co – i collaboratori
coordinati e continuativi (un esercito di quasi un milione e 900mila
persone, per limitarci a quelli «certificati») – rischiano di poter contare soltanto su una pensione che, in molti casi, è più bassa di quella assicurata dall’assegno sociale: 40 anni di versamenti contributivi possono portare infatti ad una pensione annua compresa tra i 2.227 e i 5.056 euro, contro i 4.138 euro circa dell’assegno
sociale.
A fare i conti in tasca ai collaboratori è un rapporto del Cerp – «Pre
videnza dei parasubordinati: situazione attuale e prospettive» – che
sarà presentato martedì prossimo. A rischiare di più sono i collaboratori che hanno iniziato presto, a 24 anni, e che rimangono co.co.co per tutta la vita. Le elaborazioni, infatti, mostrano che un ventiquattrenne che dopo 10 anni di collaborazioni diventa dipendente aumenta il valore della propria pensione, dopo 40
anni di contributi, a 15.895 euro l’anno.
Lo studio basa le elaborazioni sulle stime di reddito da collaborazione
calcolato in base ad analisi statistiche dell’Istat, puntando su un reddito medio che varia con l’aumentare dell’anzianità. In cifre, il
collaboratore che abbia cominciato a pagare i contributi a 19 anni (a
partire dal 1996, anno di istituzione della gestione separata Inps) una
volta raggiunta un’anzianità di 40 anni, percepirà una pensione di quasi 2mila euro l’anno inferiore a quella sociale: 2.227 euro contro i 4.138 dell’assegno sociale; poco più di 171 euro al mese per tredici mensilità, contro i 318 euro mensili, considerate tredici mensilità, della «sociale».
In questa ipotesi, spiega il rapporto, la ragione della «scarsa» copertura previdenziale risiede «prima ancora che nella ridotta aliquota contributiva, nei livelli di reddito particolarmente bassi che caratterizzano la carriera di chi comincia a lavorare molto giovane». Per loro, infatti, pur considerando un’attività lavorativa di 40 anni e già una aliquota del 20% costante, la pensione percepita non supera i 2.441 euro l’anno, pari cioè a 188 euro al mese per tredici mensilità. Ammontare che verrà integrato al livello dell’assegno sociale solo al raggiungimento dei 65 anni.
Un futuro più roseo si configura per coloro che nel 1996 si sono
iscritti alla gestione separata a 24, 32 o 42 anni di età: per loro, infatti,
la copertura sarà superiore a quella offerta dall’assegno sociale. Nel caso dei 24 anni di età e una anzianità di 40 anni la pensione annuale sarà di 4.199 euro: circa 323 euro al mese (per 13 mensilità), che diventano 4.537 euro all’anno considerando l’aliquota del 20% prevista dalla normativa a regime. Nel caso dei 24 anni e un’anzianità di 35, il livello della pensione resta comunque di 245 euro mensili.
Nell’ipotesi che il lavoratore raggiunga l’età dei 65 anni prima dell’anzianità di 35 anni, cioè nei casi di iscrizione a 32, 42 o 52 anni, si ha rispettivamente una pensione, secondo la normativa vigente, di
5.056, 4.333 e 2.280 euro all’anno (in quest’ultima ipotesi il risultato
basso dipende principalmente dal breve periodo di contribuzione considerato).
In tutti questi casi, sottolinea comunque il rapporto, i valori si riferiscono alla copertura previdenziale maturata da un soggetto la
cui intera carriera lavorativa sia svolta da parasubordinato. Diverso è il caso di chi dopo 10 anni da collaboratore diventa un lavoratore dipendente: la pensione di un 24enne salirebbe dai 4.199 euro di chi ha fatto per tutta la vita un collaboratore a quota 15.895 euro l’anno: sarebbe comunque più bassa dei 20.514 che spetterebbero ad un lavoratore dipendente.