Per gli anni di contributi spunta «quota 42»

11/09/2003






giovedì 11 settembre 2003

RETROSCENA

E per gli anni di contributi spunta «quota 42»

      ROMA – Quando il ministro del Lavoro Roberto Maroni ha avanzato la proposta, in una intervista al Corriere , molti l’hanno accolta come un’idea balzana. A cominciare dagli industriali. Il super incentivo pari a un aumento del 33% circa di stipendio per indurre chi ha raggiunto l’età pensionabile a restare al lavoro sta invece prendendo corpo come una delle misure principali per traghettare il sistema previdenziale al 2008. Sono tre i nodi principali che il governo dovrà sciogliere nella delega attualmente all’esame del Senato, nella quale è già previsto il trasferimento nella busta paga dei lavoratori di almeno il 50% dei contributi previdenziali. Il primo riguarda l’entità del «bonus». Maroni ha proposto di dare al lavoratore che accetta di rinviare la pensione il 100% dei contributi non più versati alla previdenza. Una misura sulla quale anche il ministero dell’Economia sembra concordare, ma che non è gradita alla Confindustria. Lo stesso dicastero guidato da Giulio Tremonti non esclude la possibilità che il super incentivo possa essere detassato per risultare ancora più attraente.
      Il secondo punto è il trattamento fiscale. Il trasferimento in busta paga dell’intero ammontare dei contributi previdenziali farebbe infatti lievitare l’imponibile e, di conseguenza, il prelievo fiscale. E il beneficio si potrebbe ridurre, secondo alcuni calcoli, a un più misero 20% circa. Escludendo invece il «bonus» dall’imponibile, l’incremento netto della retribuzione raggiungerebbe il 32,7%. Resta tuttavia da valutare in che misura questa detassazione potrebbe comportare una perdita di gettito e non può quindi essere data per scontata.
      La terza questione riguarda l’eventuale ripristino del divieto di cumulo fra pensione (d’anzianità) e reddito (da lavoro) abolito dall’ultima Finanziaria, che era stato pure ventilato. A via XX Settembre si tende però a escludere la possibilità di una marcia indietro.
      I tecnici stanno anche studiando possibili alternative allo schema principale della riforma, quello dei 40 anni di contributi come requisito minimo per andare in pensione, a partire dal 2008, prima dell’età di vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 per le donne). L’ipotesi «subordinata» prevede un’anzianità contributiva, a partire dal 2008, di 38 o 39 anni anziché 40. Ma via via crescente, per arrivare a 42 anni al 2016. Si tratta di una proposta che potrebbe non risultare inaccettabile per la Lega Nord (che chiede maggiore gradualità) e al tempo stesso non scontentare quanti, nel governo, si attendevano forse una riforma ancora più rigorosa. Qualcuno di loro si era persino sbilanciato sulla possibilità di introdurre i famigerati (per Lega e sindacati) disincentivi, sia pure con il consenso delle parti sociali.
      Durante il vertice di maggioranza di martedì sera, a Palazzo Chigi, il vicepremier Gianfranco Fini, presidente di Alleanza nazionale, non ha rinunciato a ricordare al leader della Lega, Umberto Bossi: «Sulle pensioni, prima avevate una posizione, poi l’avete cambiata». E ha aggiunto: «Se questo serve per dimostrare che la Lega esiste ed è determinante per il governo, accomodatevi pure».

      E mentre si discute la spesa previdenziale continua a crescere: più 5,4% rispetto al 2001. In tutto quasi 174 miliardi di euro, il 13,8& del Pil.
Sergio Rizzo


Economia