Per gli amici viaggi in saldo

08/04/2005

    7aprile 2005

      ECONOMIA

      TURISMO / IL CASO TRENITALIA-GANDOLFI
      Per gli amici viaggi in saldo
      La Cit valeva più di 60 miliardi di lire. Ma le Ferrovie l’hanno venduta a metà prezzo. Beneficiando parenti di politici e manager legati alla Fininvest

      di Marco Lillo

        Era tra le prime società di viaggi. La Cit, Compagnia italiana turismo, del gruppo Ferrovie, vantava uffici anche alla Camera e al Senato. Oggi, a sette anni dalla privatizzazione, vive alla giornata grazie a un prestito-ponte delle banche, paga con difficoltà gli stipendi e il fatturato è in calo del 23 per cento. I deputati per i loro biglietti si rivolgono altrove, ma la Cit continua a fare notizia nel Palazzo. La settimana scorsa sono diventate pubbliche le accuse di Calisto Tanzi sul matrimonio fallito tra Cit e Parmalat. Tanzi ha raccontato di mazzette che avrebbe pagato per scaricare i debiti del comparto turistico del suo gruppo sulle Ferrovie. Ora invece a far notizia è la vendita della Cit all’imprenditore lombardo Gianvittorio Gandolfi. La vendita risale al 1998, ma nello scorso febbraio è finita nel mirino dei tre consiglieri di amministrazione delle Ferrovie di diversa estrazione politica: Stefano Zaninelli in quota Lega, Marco Staderini (Udc) e Luciano Canepa (vicino ad An). I tre consiglieri sono saltati sulla sedia quando hanno scoperto che il 26 giugno scorso Trenitalia ha firmato una transazione da 5 milioni di euro in favore di Gandolfi per chiudere i conti della cessione di Cit. Sulla questione hanno chiesto a Trenitalia una relazione, che è stata consegnata al consiglio di Ferrovie alla fine di febbraio, firmata dal direttore affari generali Giovanni D’Ambros. Ma la questione non sembra chiusa. Lo stesso Elio Catania, presidente del gruppo Fs, si è impegnato a riferire in consiglio sulla questione e non si esclude un’azione di responsabilità nei confronti deli amministratori dell’epoca.

        Nella relazione, che "L’espresso" ha potuto visionare, si legge che "con la transazione il ricavo netto della vendita della Cit è stato pari a 30 miliardi di lire (15,5 milioni di euro)". Una conclusione sorprendente visto che i giornali dell’epoca titolavano: "Cit venduta a Gandolfi per 61 miliardi e 461 milioni di lire". Ma nella relazione si spiega perché il prezzo si è dimezzato: "Il prezzo della vendita, determinato con riferimento alla situazione patrimoniale al 30 settembre 1997, è stato fissato in 61,461 miliardi di lire. Tale importo, in base al contratto, doveva essere rettificato in conseguenza delle variazioni patrimoniali intervenute fra il 30 settembre 1997 e la data della vendita. La suddetta variazione (.) veniva quantificata in 21,621 miliardi di lire; pertanto il prezzo risultava pari a 39,840 miliardi di lire". Non è finita. C’è una seconda riduzione dovuta ai contenziosi. Nel 2003 la Cit, controllata da Gandolfi, ricorre a un collegio arbitrale per chiedere oltre 16 milioni di euro: circa sei milioni di euro erano dovuti da Ferrovie perché il gruppo, secondo Gandolfi, si era impegnato a farsi carico degli strascichi del fallito accordo con Tanzi. Altri dieci, sempre secondo Gandolfi, erano dovuti a sopravvenienze passive per fatti accaduti prima della vendita. Trenitalia, dopo aver valutato, "il ragionevole rischio di un costo complessivo conseguente alla prosecuzione dell’arbitrato stimabile nell’ordine dei 10 milioni di euro", ha deciso in data 23 giugno 2004 di approvare la transazione che fa precipitare il ricavo effettivo ai 30 miliardi di lire finali. Un prezzo da saldo, se si pensa che la sola filiale britannica di Cit è stata ceduta a circa venti milioni di sterline (circa 60 miliardi di lire) al gruppo First Choice, dopo l’acquisto dalle Ferrovie da parte di Gandolfi. Chi sono i soci di Cit che hanno beneficiato dello sconto? Accanto a Gandolfi, spicca il nipote di Giulio Andreotti, Luca Danese, che era sottosegretario ai Trasporti al momento della privatizzazione. Nonostante sia titolare di una quota inferiore allo 0,1 per cento in Cit, Danese è stato nominato presidente della Cit Belgio. Anche Candia Camaggi, manager Finivest e moglie del cugino di Berlusconi, Giancarlo Foscale, vanta una quota di poco inferiore allo 0,1 per cento e non è l’unico dirigente Fininvest coinvolto nell’avventura Cit. All’inizio del 2001 anche un uomo vicinissimo a Silvio Berlusconi come Carlo Bernasconi (deceduto nel luglio dello stesso anno), aveva avuto una piccola quota della controllante di Cit, Compagnia Vacanze, e aveva occupato un posto in consiglio. Mentre Ubaldo Livolsi, ex amministratore delegato Fininvest, è stato presidente di Cit fino all’anno scorso, oltre che autore del piano (fallito) di risanamento. Una quota dello 0,6 per cento è intestata invece a Tiziana Moschetti, figlia dell’ex senatore Giorgio, detto "er biondo", celebre cassiere della Democrazia cristiana romana negli anni d’oro di Vittorio Sbardella. Una quota dello 0,25 per cento di Cit, invece, è intestata a Giuseppe Vimercati, che è titolare anche di una quota del 12,5 per cento della Compagnia delle Vacanze Spa, azionista di maggioranza della Cit Spa. Vimercati era il banchiere che guidava il Mediocredito Lombardo, che ha finanziato Gandolfi nella sua avventura.