«Per garantire l’autonomia, triplice controllo sulla nomina»

19/12/2005
    lunedì 19 dicembre 2005

    Pagina 2 – Primo Piano

    LA RIFORMA – MACCANICO AUSPICA LA RATIFICA DI CAMERE E QUIRINALE ALLE SCELTE DEL GOVERNO

    «Per garantire l’autonomia, triplice controllo sulla nomina»

      Antonella Rampino

      ROMA
      «Un governatore indicato dal governo, la cui nomina sia ratificata da due terzi del Parlamento, e meglio ancora con decreto controfirmato dal presidente della Repubblica: se sarà davvero questo il meccanismo con il quale si arriverà in futuro alla designazione della nuova leadership di Banca d’Italia, la sua autonomia sarà salva». Antonio Maccanico, che ha vigilato a lungo sulle istituzioni del Paese, prima da braccio destro di Pertini al Quirinale, poi anche guidando la privatizzazione di Mediobanca, non ha dubbi nel rispondere all’interrogativo che oggi si pongono in molti, politici e non, davanti ai piani che il ministro Tremonti va elaborando per imboccare una volta per tutte la via d’uscita dal Fazio-gate. Ma il punto è che la procedura di nomina del governatore, pur utilissima a sbloccare la situazione, è irrilevante sotto il profilo della garanzia di autonomia. La quale risiede piuttosto nell’esercizio della funzione. «La nomina del governatore è sempre stata sottoposta ai massimi presidi istituzionali: la proponeva il ministero del Tesoro, ci doveva essere l’approvazione del presidente del Consiglio e infine il vaglio del presidente della Repubblica» osserva Rainer Masera che ha lavorato da economista nella Banca d’Italia all’epoca in cui governatori erano Carli, Baffi, e infine Ciampi. Come dire che la nomina è sempre stata governativa, anche se come ricorda Masera «Guido Carli ci diceva sempre che l’indipendenza della banca risiedeva nella fiducia delle istituzioni che l’avevano accordata». Quel che cambierebbe con le nuove regole è il formale potere di nomina e revoca del governatore, che attualmente è nelle mani del Consiglio Superiore. Un potere «semplicemente simbolico, perché nel corso della lunga storia della Banca d’Italia il Consiglio Superiore ha sempre seguito le indicazioni del governo», osserva Lamberto Dini che fu il direttore generale competitore di Antonio Fazio all’incarico di governatore: «Il punto è proprio che oggi il governo non ha dato e non dà al Consiglio le indicazioni che dovrebbe dare», dice Dini. Dunque, i Tredici sono oggi lo scoglio contro cui si arena qualunque progetto di voltare pagina separando i destini del governatore da quelli della Banca d’Italia.

      Ma attenzione alla sostanza. «Nessuno mette in questione l’indipendenza delle varie authority italiane: il punto è che oggi il sistema bancario non è più pubblico come una volta, ma largamente privatizzato. E siccome la Vigilanza deve rimanere nelle mani della Banca d’Italia, è ovvio che essa debba rispondere al Parlamento» dice Bruno Tabacci, centrista di maggioranza che ha fatto del ridisegno delle istituzioni economiche italiane il centro della sua azione politica. Piuttosto, «l’autonomia sarebbe in pericolo se si volessero portare le partecipazioni nel capitale di Banca d’Italia in quota al Tesoro: quello sì che metterebbe sotto controllo del governo Via Nazionale», avverte Dini. Ammettendo che «per fortuna la cosa non è alle viste, il disegno che Tremonti coltivava sembra al momento accantonato».

      C’è poi un punto di sostanza: con l’avvento dell’euro la politica monetaria dalla Banca d’Italia si è spostata alla Banca centrale europea. Dunque, l’autonomia decisionale che garantisce il rigore nella gestione della moneta contro i politici impiccioni è più necessaria a Francoforte, dov’è garantita infatti nello statuto, che non a Via Nazionale. Ma anche lì, il presidio istituzionale dell’indipendenza della Bce non sta certo nei criteri di nomina, quanto nell’esercizio della funzione. Tra parentesi, poi, in Europa «c’è un paradosso: abbiamo una costituzione materiale economica estremamente rigida, ma siamo senza una carta costituzionale che completi il disegno», osserva Masera. Resta insomma il dubbio che, stretta tra le rigidità di Maastricht e il rigore consacrato con tanto di autonomia della Bce, non possa nascere certo una politica economica europea.

        Di certo però di vulnus all’indipendenza di Via Nazionale si parlerà e si discuterà a lungo, se davvero il Parlamento dovesse varare i nuovi criteri di nomina del governatore. E questo perché l’indipendenza che la Banca d’Italia ha avuto nei suoi sessant’anni di storia era di dimensione quasi sacrale. «Per quanto a lungo io ci abbia riflettuto, non ho mai capito come Mussolini si sia potuto far convincere da Beneduce a concederla, e fino a quel punto», osserva Nerio Nesi, che da banchiere di lungo corso nella sua vita ha avuto molto a che fare con Via Nazionale, fingendo di dimenticarsi che l’accordo, al momento del varo dello statuto della Banca d’Italia, fu che la politica avrebbe potuto dire la sua facendo pesare il proprio parere sulla nomina del direttore generale, se non proprio del governatore. Anche se, aggiunge con buona dose d’ironia Nesi, «Eddie George, quand’era governatore della Banca d’Inghilterra, mi diceva sempre che l’indipendenza delle banche centrali esiste, ed è così forte proprio perché non venga mai esercitata». Come dire che anche l’autonomia della Banca d’Italia «è stata un’invenzione e una convenzione, accettata da tutti i governi dell’Italia repubblicana».