Per favore, pensate ai salari e alle pensioni

09/04/2004


  economia e lavoro




venerdì 9 aprile 2004
Per favore, pensate ai salari e alle pensioni
La caduta del reddito di operai e impiegati. Epifani: e il governo non ci convoca
di 
fe.m.


ROMA Operai e impiegati che si impoveriscono, lavoratori autonomi che vedono aumentato il loro reddito: così le statistiche di Bankitalia. Sono medie in cui qualcuno probabilmente non si riconoscerà ma un dato è inequivocabile, una parte del paese ha meno ricchezza a disposizione e non si tratta di una situazione statica, di una foto scattata e lasciata lì, è una tendenza, qualcosa che continua. Di statico a ben vedere c’è solo la negazione pervicace da parte del governo dell’esistenza stessa del problema. Era Natale del 2002 quando Silvio Berlusconi pontificava sull’inesistenza del carovita e invitava tutti a spendere e a spandere. Qualche settimana fa ha in qualche modo ammesso che forse un problema c’è dando però la colpa alle «massaie improvvide» incapaci di fare la spesa. Sarebbe folklore se di mezzo non ci fossero i conti del paese e le peggiorate condizioni di vita una larga fetta della popolazione. Il sindacato l’andava dicendo da tempo, la Cgil prima di altri, e ieri il suo segretario ha ribadito che la situazione «è il risultato delle scelte di politica economica del governo». A questo punto ci sarebbe da rimboccarsi le maniche e intervenire fermando la corsa di prezzi e tariffe, usando anche la leva del fisco per una più equa redistribuzione, e favorire il rinnovo dei contratti, «è importante – ha detto Guglielmo Epifani – recuperare il potere d’acquisto perso». «Si sono trasferite ingenti risorse dai dipendenti agli autonomi», ha aggiunto il leader della Uil Luigi Angeletti, «i prezzi non sono diminuiti. Se qualche prezzo è fermo è perché le persone non comprano».
Pensare alle retribuzioni e alle pensioni, anch’esse da rivalutare, è
quello che tutti i sindacati chiedono, una priorità che pare non riguardare il governo: stando ai timori dei sindacati del pubblico impiego si appresterebbe a finanziare la riduzione delle tasse sui redditi più alti con le risorse destinate al rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici tutti scaduti a fine dicembre. Vale la pena di ricordare che tra loro ci sono circa 600mila lavoratori della sanità che ancora aspettano gli aumenti retributivi del contratto precedente, rinnovato dopo due anni, già scaduto, ma bloccato dalla Corte dei Conti. È evidente che se per il pubblico impiego non arriveranno risposte, continua il leader della Cgil, «credo che la mobilitazione, la lotta sarà decisa».
Probabilmente dovrà esserlo. Il governo per ora si è mostrato sordo,
e come ha ricordato ieri Savino Pezzotta non è bastata una manifestazione di oltre un milione e mezzo di persone a Roma (il 6 dicembre), uno sciopero generale di 4 ore (il 26 marzo), ancora un milione di pensionati a Roma (il 3 aprile) per fare quello che il leader della Cisl ha chiamato un gesto di «riconoscimento». Non è ancora arrivata la fatidica convocazione a Palazzo Chigi per discutere del documento sullo sviluppo che i sindacati unitariamente avevano inviato al governo e che, tra l’altro, comprendeva il documento sulla competitività a suo tempo siglato con la Confindustria.
Pezzotta irritatissimo accusa Berlusconi e i suoi uomini di voler «marginalizzare i corpi intermedi», di «disconoscere la rappresentanza sociale», di voler farne a meno. Epifani aggiunge che l’assenza di un confronto è «un problema democratico». «Dopo Pasqua ci vediamo con Cisl e Uil», ha concluso. Evidentemente anche le confederazioni dovranno pensare a un modo per farsi sentire. I pensionati sabato scorso non ci sono riusciti, penalizzati più di altri, alle prese con problemi specifici di chi ricorre spesso e volentieri ai servizi pubblici, i percettori di assegni previdenziali si sono visti assegnare dalle medie di Bankitalia, molto più di quanto il Paese reale sia in grado di tollerare. In tre anni, i redditi dei pensionati
sarebbero cresciuti dello 0,7% secondo i calcoli della banca centrale.
Quali pensionati? si chiede in aperta polemica la Fnp-Cisl. Come è possibile – protesta il segretario Antonio Uda – «venirci a raccontare che gli 800 mila anziani venuti a Roma la settimana scorsa, rappresenterebbero un popolo di benestanti che incassa 21.911 euro all’anno?». I sindacati dei pensionati non chiedono solo «panieri» ad hoc per calcolare l’incidenza dell’inflazione sui redditi dei più anziani
(da loro stime risulta essere molto penalizzante), ma anche «analisi
dettagliate e stratificate e non pastoni da cui tirar fuori astrazioni-frankenstein che non esistono nella realtà sociale diffusa.
Il sindacato non può sapere di quali medie siano figli i 21.911 euro annui di cui parla Bankitalia (oltre 3 milioni al mese del “vecchio conio”). Sappiamo bene invece quanto percepiscono i pensionati in carne e ossa, nostri associati». I dati forniti dalla Cisl dicono che su
14milioni e 400 mila pensionati più della metà (7milioni e 800mila) non sfondano il tetto dei 500 euro al mese, e tra i rimanenti ben 4milioni e mezzo si collocano sotto quota mille euro.