Per aggirare lo scalone si riparte dagli incentivi

29/06/2007
    venerdì 29 giugno 2007

    Pagina 2/3 – Primo Piano

    Analisi
    Previdenza la partita più difficile

      Per aggirare lo scalone
      si riparte dagli incentivi

        ALESSANDRO BARBERA

        Stemperata la tensione della notte di trattativa, chiuso l’accordo nel governo sul Dpef e chiuso sulle pensioni basse, governo e sindacati ieri hanno provato a mettersi alle spalle lo scalone Maroni. La mina che incombe sulla concertazione: come superare il meccanismo che dal primo gennaio 2008 farebbe salire l’età pensionabile da 57 a 60 anni.

        «Ne parleremo nei prossimi giorni», ha detto il sottosegretario Enrico Letta. «Da lunedì avremo i primi contatti», aggiunge la segretaria Ugl Renata Polverini. Il vertice di Palazzo Chigi ha soddisfatto le sigle, che hanno incassato 900 milioni a favore delle pensioni basse e l’impegno a varare da subito il provvedimento che permetta di erogare entro l’autunno la una tantum. «Sarà di circa 300 euro», dice il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Di scalone non si è parlato per nulla. La riunione è durata appena un’ora e si è notata l’assenza di Guglielmo Epifani, apparso solo alla fine. La soluzione? «Dipende dal governo, speriamo faccia in fretta», ha detto il leader della Cgil.

        La trattativa riprenderà da dove ci si era lasciati dopo la rottura di martedì notte. Il governo si era detto disposto a discutere di un meccanismo di incentivi volontari: si era ipotizzato l’un per cento per ogni anno fino ai 60, il 2% per chi avesse superato i 40 anni di contributi e avesse deciso di rimanere al lavoro. Tutto è saltato non appena si è passati a discutere dell’età minima di pensionamento e di come raggranellare all’interno del sistema le risorse necessarie a compensare i maggiori costi. La quadratura del cerchio resta difficile: Prodi e Padoa-Schioppa non possono accettare di far tornare le lancette dell’età minima a 57 anni, ma soprattutto non potrebbero presentarsi a Bruxelles con una riforma che – anche se spalmata in più anni – non raggiunga lo stesso obiettivo di risparmi previsti dalla legge Maroni. Una legge che – giova ricordarlo – prevede di innalzare l’età minima obbligatoria a 62 anni nel 2014.

        La prima ipotesi del governo era infatti quella di introdurre «scalini» obbligatori, ovvero un meccanismo che avrebbe aumentato l’età di un anno ogni 18 mesi o due anni, fino a raggiungere la soglia dei 62. Ma sia i sindacati che Rifondazione hanno detto no. Il vero nodo della trattativa non è tanto l’aumento dell’età in sé, ma a chi applicarla. E i sindacati hanno fatto capire chiaramente al governo che per categorie come i metalmeccanici è una strada impraticabile. Da qui l’idea degli incentivi che però senza nessun innalzamento dell’età costerebbero carissimi alle casse dello Stato e risulterebbero indigeribili all’ala riformista della coalizione. I tecnici della Ragioneria e dei sindacati stanno facendo mille proiezioni per tentare di raggranellare i risparmi necessari. Si sta cercando ad esempio un compromesso su come accorpare gli istituti previdenziali, ma al momento nessuna soluzione varrebbe quanto necessario a compensare il costo degli incentivi.

        Insomma, benché ieri i sindacati e Rifondazione fossero soddisfatti per aver incassato il via libera al pacchetto Damiano e all’aumento delle pensioni minime, fra loro c’è la consapevolezza che la soluzione sullo scalone non è a portata di mano. Da qui la dichiarazione preoccupata di Franco Giordano: «Nessuno pensi di rinviare la soluzione del problema». Anche all’interno dei sindacati c’è chi teme che il governo non voglia rimettere mano alla «mina» pensioni e preferisca a questo punto aspettare che le acque si raffreddino. Aspettare fino al momento in cui la differenza la farebbe solo il fattore tempo: «Lo scalone? Il rischio è che slitti tutto a dopo l’estate».

        Lui lo nega, ma più che una previsione quella di Luigi Angeletti sembra una convinzione.