Pensioni, via lo scalone per decreto

23/04/2007
    sabato 21 aprile 2007

    Pagina 10 – Politica

    PRODI E I SUOI MINISTRI STUDIANO CONTROPARTITE PER I SINDACATI

      Pensioni, via lo scalone per decreto

        Roberto Giovannini
        Teresa Pittelli

        Sul tavolo verde della riforma delle pensioni i giochi sono ancora apertissimi. Ma se i sindacati saranno convinti a suon di concessioni e fette di «tesoretto», il governo – è il progetto allo studio dei ministeri economici – potrebbe varare in giugno un decreto legge con importanti novità: il via immediato ai nuovi “scalini” che eviteranno il trauma dell’aumento secco a 60 anni (lo “scalone Maroni”) dell’età minima di pensionamento; il blocco per sei mesi delle pensioni di anzianità, con il temporaneo congelamento delle finestre di uscita di luglio e di ottobre; l’aumento (forse 100 euro al mese) delle pensioni più basse; l’incremento e l’estensione anche ai lavoratori discontinui dell’indennità di disoccupazione; la cassa integrazione anche per i dipendenti delle piccole imprese. Un ricco menu, cui – se verranno superate le obiezioni formulate da una parte dei sindacati e i timori di impopolarità – potrebbe aggiungersi anche una novità: l’aumento dell’età minima per il pensionamento di vecchiaia delle donne, che potrebbe passare dagli attuali 60 anni (65 per gli uomini) ad almeno 62. Una riforma graduale, non attuata per decreto legge, e varata in cambio di misure compensative. Ad esempio, la concessione di un anno di contribuzione figurativa per ogni figlio dato alla luce, o un computo della pensione più favorevole.

        Sarebbe certamente un cambiamento importante per la società italiana. Tradizionalmente, il trattamento più favorevole previsto per le donne ha fondamento nelle oggettive penalizzazioni di carriera e di retribuzione. Tuttavia, le donne hanno una speranza di vita molto maggiore, e di recente la Corte di Giustizia Ue ha espresso dubbi. Tra le ipotesi, quella di passare a 61 anni dal 2008, e giungere a quota 62 anni dal 2012-2014. Nel governo non c’è unanimità, ma i consensi per una riforma «soft» sono maggioritari. C’è il sì di Emma Bonino e Linda Lanzillotta, sarebbe d’accordo anche Tommaso Padoa-Schioppa, nella maggioranza concorda Tiziano Treu (Dl). Il cautissimo ministro del Lavoro Cesare Damiano vuole soprattutto evitare una possibile reazione negativa dei sindacati, ma al ministero fonti qualificate confermano che «è una delle ipotesi allo studio». Si dice, infine, che nonostante il «no» prevalente in Cgil, il leader Guglielmo Epifani sarebbe in realtà disponibile.

        Tutto sarà discusso al tavolo governo-parti sociali, che presumibilmente chiuderà dopo le elezioni amministrative. Se l’intesa sarà raggiunta (il clima è tutt’altro che negativo: nonostante le frizioni tra le confederazioni e Padoa-Schioppa, è possibile che la fetta di «tesoretto» da destinare al welfare aumenti un po’), in giugno potrebbe arrivare anche il decreto legge per attuarne i contenuti.

        Del pacchetto potrebbe farebbe parte anche l’eventuale ammorbidimento dello scalone previdenziale Maroni, sostituito da “scalini” di uno o due anni. Una misura che verrebbe compensata nel primo periodo dal congelamento di due finestre per il pensionamento di anzianità (luglio e ottobre). Agli aventi diritto si chiederebbe di attendere altri sei mesi, rispettivamente in gennaio ed aprile. I sindacati continuano a opporsi all’innalzamento non volontario dell’età di pensionamento e alla revisione dei coefficienti, ma alla fine potrebbero essere portati a dover giocare la carta dello scambio tra il via libera agli «scalini» e alla riforma degli ammortizzatori sociali e una stretta sui coefficienti, sia pure graduale o rinviata di un paio d’anni. «Il negoziato si deve chiudere nel giro di qualche settimana», ha incalzato ieri Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, mentre Morena Piccinini (Cgil) e Domenico Proietti (Uil) ricordano che «la partita è ancora tutta aperta».

        Molto dipenderà dall’andamento dei tavoli della trattativa, soprattutto quello sugli ammortizzatori sociali, che sarà convocato da palazzo Chigi la prossima settimana, probabilmente tra giovedì e venerdì. Ma su questo tema governo e sindacati hanno già concordato alcuni punti fermi: del riordino degli ammortizzatori farà parte l’estensione del sussidio di disoccupazione, che salirà dal 40% al 60% dell’ultima retribuzione, e sarà esteso anche ai lavoratori discontinui. La vecchia indennità di disoccupazione, inoltre, sarà sostituita da un «patto di servizio» con i centri per l’impiego: questi ultimi (e non più l’Inps) erogheranno il sussidio solo a condizione che il disoccupato si lasci coinvolgere dalle attività di formazione e ricollocamento. Accanto al sostegno ai disoccupati nel provvedimento rientrerebbe un bonus di 50-100 euro per le pensioni basse, che riguardano oltre un milione di lavoratori a basso reddito che hanno versato i contributi dovuti, ma i cui trattamenti non superano i 400 euro al mese.