“Pensioni” Una proposta per il dialogo tra governo e sindacati (M.Messori

14/09/2006
    gioved� 14 settembre 2006

    Pagina 29 – Economia

    Et� pensionabile

      Una proposta per il dialogo
      tra governo e sindacati

        di Marcello Messori

          La previdenza � diventato uno dei temi pi� caldi di discussione fra governo e sindacati e nell’ambito della stessa compagine governativa. Oltre a dipendere dalla delicatezza dei problemi sul tappeto (per esempio: aumento dei contributi per i lavoratori precari e autonomi, varo della nuova legge sui fondi pensione), ci� � dovuto al sovrapporsi di interventi che dovrebbero, invece, essere tenuti separati perch� destinati a tipologie diverse di lavoratori.

          Si considerino le due principali modifiche proposte da autorevolimembri del governo e indotte dal progressivo allungarsi della vita media degli italiani: (1) l’adeguamento dei coefficienti di trasformazione che causer� il sensibile abbassamento di future pensioni pubbliche e (2) il posponimento dell’et� pensionistica. Da un certo punto di vista, ambedue le modifiche sono inevitabili e urgenti. La prima costituisce un elemento costitutivo della riforma Dini (1995); per di pi�, in base alle scadenze previste da quella stessa riforma, essa avrebbe dovuto essere attuata gi� un anno fa. La seconda modifica � invece sollecitata dall’esigenza dicancellare il distorsivo �scalone�, introdotto per il 2008 dal passato governo, pur non rinunciando ad agganciare la durata media del lavoro a quella media di vita. Da un altro punto di vista per�, le due modifiche incontrano comprensibili resistenze perch� hanno elevati costi sociali: abbassano i futuri benefici previdenziali pubblici, gi� ridimensionati dalle inevitabili riforme degli anni Novanta.

          Per attenuare il conflitto fra queste opposte prospettive, va notato che le due modifiche in esame andrebbero applicate a tipologie diverse di lavoratori e non dovrebbero, quindi, sommare i loro effetti. I lavoratori pi� giovani, entrati nel mercato del lavoro dopo la fine del 1995 o in anni di poco precedentiquella data, ossia investiti dalla riforma Dini, otterranno pensioni pubbliche largamente commisurate ai versamenti previdenziali effettuati durante la loro attivit� lavorativa. Se � quindi necessario applicare a tali lavoratori l’adeguamento dei coefficienti di trasformazione, sarebbe contradditorio imporre una rigida et� di pensionamento: una volta fissata una soglia di et� minima cos� da evitare un perverso incentivo a favore del lavoro "nero" e di una successiva �pensione sociale�, l’uscita dall’attivit� lavorativa dovrebbe essere libera e flessibile. Viceversa i lavoratori pi� anziani, il cui regime previdenziale non� stato toccato o � stato toccato solo in iccola parte dalla riforma Dini, continueranno ad ottenere pensioni pubbliche debolmente legate ai versamenti previdenziali effettuati; pertanto essi subiranno penalizzazioni al pi� marginali a seguito della modifica dei coefficienti di trasformazione. Fatta salva la tutela di chi � entrato precocemente nel mercato del lavoro e ha svolto attivit� usuranti, per questa tipologia di lavoratori si pone un effettivo problema di collegare uscita dal lavoro e speranza di vita mediante il posponimento dell’et� pensionistica.

          In termini di policy, ne deriva che: l’innalzamento dell’et� per la pensione deve essere una misura temporanea e limitata ai lavoratori ◄4anziani╗, in quanto serve ad attenuare alcuni squilibri della troppo lunga transizione verso il regime pensionistivo disegnato dalla riforma Dini; tale innalzamento deve combinarsi con l’effettiva possibilit� di utilizzare i lavoratori �anziani╗ in modi economicamente e socialmente efficaci; gli effetti dell’ineludibile e periodico adeguamento dei coefficienti di trasformazione devono essere compensati dal massiccio ingresso dei lavoratori "giovani" nella previdenza complementare.