Pensioni: un mare di bugie per giustificare i tagli (J.Halevi)

10/07/2007
    martedì 10 luglio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina )9 – editoriale

      Pensioni: un mare di bugie
      per giustificare i tagli

        Joseph Halevi

          Chiunque abbia letto il dettagliato articolo di Luciano Gallino su La Repubblica di giovedì 5 luglio intitolato «lettera aperta all’Inps sulle pensioni italiane» capirà senza difficoltà alcuna che non esiste un problema di solvibilità futura dell’istituto preposto al pagamento delle pensioni. In particolare Gallino osserva che il fondo pensioni lavoratori dipendenti avrà per il 2007 un avanzo di esercizio di circa 3,5 miliardi di euro. Il deficit dell’Inps deriva dalla gestione di fondi impropri, come quello dei dirigenti di azienda che da solo ha un disavanzo di 2,8 miliardi di euro. Questa e altre somme vengono scaricate sul fondo dei lavoratori dipendenti che quindi non può che andare in rosso. Gallino sottolinea inoltre che il deficit imputato all’Inps origina da poche centinaia di migliaia di unità, come appunto i dirigenti di azienda. Ne consegue che la questione dell’età pensionabili dev’essere svincolata da incombenze contabili che non ci sono, ma va legata piuttosto a una valutazione del lavoro nella società contemporanea, in Italia in particolare. Ma non è di questo che si sta discutendo. La riduzione dell’età pensionabile viene venduta come un’operazione di cassa volta a salvare/garantire le pensioni dei giovani, nonché a restare nell’ambito dei criteri dei patti di stabilità europei.

          Per ciò che riguarda il primo aspetto l’operazione di cassa è un puro imbroglio. Infatti l’erogazione dei contributi dipende dal reddito percepito, il quale dipende dall’occupazione, in quantità e qualità. A sua volta l’occupazione dipende dagli investimenti. Non vi è nessuna relazione tra i risparmi di cassa ottenuti attraverso la riduzione dei pagamenti e la percezione dei contributi innalzando l’età pensionabile, e l’insieme degli investimenti necessari ad assicurare un alto livello occupazionale. Pescando nell’esperienza dei paesi angloamericani si nota inoltre – tralasciando le perdite dovute ai fallimenti di fondi di investimento – che mentre aumenta l’età pensionabile, aumenta la precarizzazione e il part time nel campo occupazionale e si impoveriscono le stesse pensioni.

          L’altro argomento riguarda l’ormai trita questione del rientro nei parametri dei patti di stabilità europei, speciosamente sollevata da Eugenio Scalfari con foga antisindacale e anticomunista su Repubblica di domenica. Lo si dica chiaramente: si devono arraffare soldi laddove si può, non al fondo dei dirigenti di azienda (in passivo), ma a quello dei lavoratori dipendenti (in attivo) sicuramente sì. Ripeto brevemente ciò che è stato detto molte volte. Non vi è alcuna ragione di considerare validi i parametri di riferimento dei patti. Essi sono da sempre arbitrari, come scritto più volte; ora sono superati nella recente pratica. Ieri i patti venivano ignorati dalla Francia e dalla Germania e oggi sono oggetto di scontri durissimi tra Francia ed Europa. In realtà essi non rappresentano più un punto di accordo, per quanto errato, bensì un pomo della discordia su cui si sta sfaldando la governabilità europea. Perciò il nodo-pensioni va svincolato da considerazioni su «risparmi» e solvibilità dell’Inps, nonché dai marci parametri europei. Mentre si deve partire dall’impoverimento dei pensionati odierni e futuri in atto in molte parti del mondo angloamericano, dovuto alle nuove forme di accumulazione capitalistica.