“Pensioni” Un dietro-front che ci costerà nove miliardi

19/06/2007
    martedì 19 giugno 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    PREVIDENZA E POLITICA

      Un dietro-front
      che ci costerà
      nove miliardi

        STEFANO LEPRI

        ROMA
        Il nodo vero del negoziato sulle pensioni è come trovare i soldi per mettere a riposo prima dei 60 anni alcune decine di migliaia di lavoratori, tra cui molti militanti sindacali che animarono le lotte degli anni ‘70. Ed ecco le cifre che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa metterà sul tavolo: oltre nove miliardi di euro in dieci anni nell’ipotesi più pesante, 2,5 miliardi nella più leggera. Da 120.000 a un massimo di 300.000 sarebbero le persone coinvolte.

        L’ipotesi A, consentire ancora per un biennio la pensione di anzianità a 58 anni, e per un altro biennio a 59, arriverebbe a un costo massimo annuo di 2,5 miliardi di euro nel 2001, per poi decrescere man mano. L’ipotesi B, un biennio di età minima a 59, sfiora il miliardo di costo nel 2012. Sono queste le cifre precise messe a punto dagli esperti del governo, che le forze sociali riceveranno oggi. Calcolano quanto costa sostituire più graduali «scalini» di innalzamento dell’età allo «scalone», ovvero ai 60 anni minimi dal 2008 stabiliti, con effetto ritardato, dalla legge che il centro-destra approvò nel 2004.

        Le due ipotesi sembrano segnare i limiti massimo e minimo della trattativa; l’età minima per la pensione di anzianità (sempre con il requisito di 35 anni di contributi) salirebbe comunque dal 1° gennaio 2008 rispetto ai 57 anni attuali; a 58, oppure a 59. Entrambe prevedono un innalzamento dei requisiti più rapido per i lavoratori autonomi, un anno in più, rispettivamente a 59 e a 60 anni dal 2008, a 60 o a 61 dal 1020, a 61 oppure 62 dal 2012. Entrambe le ipotesi, inoltre, confermano la norma della legge Maroni che riduce a due, da quattro, le «finestre» annue in cui le pensioni di anzianità possono essere ottenute.

        In partenza gli oneri sarebbero modesti: per il 2008, 26 milioni di euro nell’ipotesi A, 10 nella B; salirebbero molto negli anni successivi della legislatura, 442 milioni di euro oppure 294 nel 2009, 1.965 oppure 510 nel 2010, 2.456 oppure 630 nel 2011. Non è escluso che la trattativa si diriga verso una ipotesi intermedia, di aumenti dell’età ogni 18 mesi. Per la diversa opzione che resta aperta, quella delle «quote» (il requisito per la pensione di anzianità sarebbe un numero formato dalla somma degli anni di età più gli anni di contributi) non ci sono cifre pronte.

        Come coprire queste spese, senza far pesare sul Paese la minaccia di nuovi aumenti delle tasse? Ieri il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha smentito che si vogliano aumentare i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti; parrebbe escluso anche un aumento dei contributi agli autonomi, mentre è probabile, dal 2008, un nuovo aumento per i precari. I risparmi ottenibili unificando gli enti previdenziali sono aleatori nell’importo e comunque si manifesterebbero con gradualità negli anni. I risparmi ottenuti omogeneizzando i trattamenti privilegiati sarebbero insufficienti. L’innalzamento a 62 anni dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne incontra molta opposizione. Damiano smentisce invece un’altra ipotesi circolata ieri: incentivi a chi resta. Non sarebbe dunque vero che si pensa a un nuovo tipo di incentivo per convincere a restare al lavoro oltre l’età per la pensione di vecchiaia (65 anni per gli uomini, 60 per le donne). E’ un argomento controverso, quello degli incentivi dopo che a giudizio dell’Inps il «bonus» della legge Maroni ha fatto risparmiare poco o nulla, perché incentivava soprattutto persone a reddito alto che sarebbero rimaste attive in ogni caso. La voce circolata ieri si riferiva a un premio in percentuale, da stabilire (1,5-3%) per ogni anno in più.