“Pensioni” Tutti giù dallo scalone

24/05/2007
    N.20 anno LIII – 24 maggio 2007

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        Tutti giù dallo scalone

          La riforma resterà nelle buone intenzioni. Perché Prodi frenerà Padoa-Schioppa. Mentre invece ci sarebbero ottime soluzioni. Parola di tecnico

          colloquio con Giuliano Cazzola di Emiliano Fittipaldi


            La quota 60 per lui rappresenta già un risultato confortante. "I dati del sondaggio sono il segno di una società più moderna e consapevole dei politici che la rappresentano. Accettare la soglia dei 60 anni, ben tre più di adesso, è un grande passo avanti dell’opinione pubblica. Anche il risultato sulle donne è molto positivo: la maggioranza degli italiani vuole un trattamento paritario dei sessi". Giuliano Cazzola, docente di diritto della previdenza sociale all’Università di Bologna e senior advisor del Centro studi Marco Biagi, si dice però preoccupato: "Al di là del sondaggio, temo che la grande riforma della previdenza resti solo una sfilza di buone intenzioni".

            Professore, anche lei tra gli scettici?

              "Per quanto rozzo, quello del 2004 è stato un intervento di riordino importante che ha suturato una piaga infetta del sistema: un limite troppo basso dell’età pensionabile di anzianità ereditato dalla riforma Dini del 1995. La riforma Maroni assicurerebbe un risparmio a regime di 9 miliardi di euro già nel 2011. Dal 2008 al 2013 i risparmi cumulati ammonterebbero a ben 39 miliardi. A mio avviso, il governo ha sbagliato a riaprire il vaso di Pandora della previdenza. Per giunta senza essere ancora in grado di richiudervi le forze malefiche che ne sono uscite. Di certo la riduzione dello scalone avrà un costo altissimo".

              Il Tesoro ha detto chiaramente che senza una riforma strutturale il sistema esploderebbe.

                "Il sistema non sopporterebbe gli effetti di una contemporanea doppia manipolazione, sia della legge Maroni – l’abolizione del cosiddetto scalone – sia della riforma Dini (la mancata revisione dei coefficienti). Che è poi quanto chiedono i ‘compagni di merende’ dei sindacati e della sinistra radicale. Della questione scalone abbiamo detto; quanto alla mancata revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo in rendita il calcolo è nel Dpef dell’anno scorso: a regime due punti in più di spesa pensionistica rispetto al Pil".

                Montezemolo dice che Padoa-Schioppa è rimasto isolato nel governo. Le sembra che gli altri ministri siano troppo morbidi?

                  "Il problema non sono solo gli altri ministri, ma il premier Prodi, il quale sconfessa regolarmente Tps ogni volta che dice qualcosa di sensato in materia di pensioni. Il titolare dell’Economia dovrebbe prendere esempio da Guido Carli, il quale, quando era al Tesoro, pretese che il governo (l’ultimo presieduto da Andreotti) varasse un provvedimento di riforma in 40 giorni altrimenti avrebbe dato le dimissioni. È solo questo il potere contrattuale di cui dispone un tecnico: minacciare di andarsene".

                  I sindacati vogliono l’eliminazione dello scalone, il governo abbassare i coefficienti. Che compromesso si riuscirà a trovare?

                    "Non mi pare possibile un compromesso serio. Credo che assisteremo a una clamorosa calata di braghe su tutta la linea. Eppure non sarebbe difficile trovare delle soluzioni ragionevoli. In primo luogo, spalmando lo scalone ovvero raggiungendo in un arco di tempo più lungo i limiti (62 anni per i dipendenti e 63 per gli autonomi) previsti nella legge del 2004, sia pure partendo, nel 2008, da uno scalino più corto. Dico di più: per gli operai e i ‘precoci’, quelli che hanno cominciato a lavorare in giovane età, il percorso verso la nuova soglia potrebbe essere persino più lungo. In sostanza, propongo di arrivare entro 10-12 anni, con riguardo al sistema contributivo, ad un range di pensionamento flessibile, uguale per uomini e donne, compreso tra un minimo di 62 e un massimo di 67, corredato da adeguati coefficienti di trasformazione. Non è un pacchetto molto distante da quella attribuito al ministro Damiano".

                    Ma con i coefficienti ancora più bassi non si rischia di avere trattamenti insufficienti?

                      "La sceneggiata sui coefficienti è degna di una repubblica delle banane. Si è mai visto contrattare un automatismo? Oppure il saggio di inflazione o i tassi di mortalità? In Svezia i coefficienti li rivedono ogni due anni senza chiedere il permesso a nessuno. E nessuno protesta. Chiariamoci le idee. Se aumenta l’attesa di vita le conseguenze sono due: o si lavora più a lungo neutralizzando così l’effetto demografico o ci si accontenta di una pensione più bassa"

                      Sui coefficienti i confederali non sembrano disposti a trattare…

                        "Gli andamenti demografici non sono una trappola della reazione in agguato, ma incideranno sia sulla sostenibilità dei sistemi di welfare sia sulle esigenze del mercato del lavoro. La riforma Dini teneva ferma nel tempo l’età (da 57 a 65 anni) e scaricava sull’importo della pensione (tramite l’assetto dei coefficienti) l’effetto della trasformazione demografica. La riforma Maroni compie un cammino inverso: stabilizza su requisiti fissi l’età (65 anni gli uomini e 60 le donne) anche nel sistema contributivo. E ridimensiona parecchio la funzione dei coefficienti, rendendoli praticamente inutili. Così anche i sindacati sarebbero serviti. Se solo lo capissero…".

                        Il governo vuole aumentare le pensioni più basse. Qualcuno sta ipotizzando di dare, invece di un ritocco mensile, una vera e propria quattordicesima. Che ne pensa?

                          "Se si danno 50-60 euro in più nella busta della pensione c’è il rischio che il fisco si mangi tutto, mentre il versamento in un’unica tranche godrebbe di una tassazione separata. Ma è un’idea che non mi convince, c’è il rischio di estendere l’aumento anche alle altre pensioni, e non solo all’1,2 milioni di persone di cui parla l’esecutivo. Per aiutare i pensionati più poveri, bisognerebbe secondo me lavorare sulla no-tax area, allargandola il più possibile".

                          Perché i giovani dovrebbero avere benefici da una nuova riforma delle pensioni?

                            "I giovani hanno un interesse primario: avere un sistema sostenibile in grado di erogare loro la pensione. Le norme sono intessute di promesse e non hanno mai prodotto risorse. Quelli che oggi versano lacrime di coccodrillo sulla condizione dei giovani sono gli stessi che per difendere i privilegi delle generazioni del sistema retributivo non hanno esitato a scaricare su quelle future (che già sopportano un ingente debito pubblico costituito anche per conservare un modello di welfare al di sopra dei nostri mezzi) i costi del risanamento".

                            Intanto è stato dato il via alla riforma del Tfr.

                              "Per i giovani la previdenza integrativa sarà fondamentale. Per la semplice ragione che troveranno un sistema assai meno generoso di quello che loro avranno garantito a caro prezzo alle generazioni precedenti. È molto più conveniente, anche ai fini della tutela dei lavoratori, fare affidamento su di una strategia che ripartisca il rischio-pensioni in parte sul sistema pubblico riformato ed in parte su di una quota a capitalizzazione individuale, costituita di investimenti e rendimenti veri".

                              I sindacati spiegano che i loro ‘niet’ servono anche a difendere le nuove generazioni.

                                "Solo a parole. L’Italia è il Paese di Erode e Matusalemme. Un Paese assatanato per le pensioni, incapace di pensare ad altro. È un segno del declino. Non si può tenere tutto. Lo sa che l’Inps (con buona pace di coloro che hanno manifestato domenica scorsa) incassa per assegni al nucleo familiare 2 miliardi più di quelli che spende e che queste risorse vanno a tappare i buchi delle pensioni? Lo sa che se aggiungiamo a questa voce anche quelle riguardanti gli ammortizzatori sociali arriviamo nel 2007 ad un saldo attivo di 6,5 miliardi? Ma tutto viene sacrificato al moloch delle pensioni con l’aggiunta del tabù del pensionamento di anzianità che altro non è se non l’onore reso a Cipputi, l’operaio della grande impresa. Lo sa quante sono le lavoratrici dipendenti private che hanno la pensione di anzianità: appena il 17 per cento del totale".

                                Tutti gli organismi internazionali ci chiedono un allungamento dell’età pensionabile. Ma non sembra che in Europa siamo i meno virtuosi.

                                  "Tutti i sistemi hanno più o meno delle uscite di sicurezza. L’età media effettiva (sottolineo effettiva) di pensionamento in Italia non è tanto inferiore a quella media. Però il mal comune non è una consolazione ma un limite di tutto il Continente. Il vertice di Barcellona del 2002 diede ai Quindici il compito di elevare di almeno cinque anni (da 58 a 63) l’età media effettiva di quiescenza. Non dimentichi l’indicazione di Lisbona del 2000 di portare al 50 per cento il tasso di occupazione degli over 55, quale esigenza primaria del mercato del lavoro, visto che nei prossimi decenni o lavoreranno le donne e i cinquantenni, oppure non sapremo come far girare le macchine".