Pensioni, tre riforme promosse a metà

23/03/2001

Il Sole 24 ORE.com



    Pensioni, tre riforme promosse a metà
    di Laura Pennacchi*
    Innovare significa investire nel futuro. La cartina di tornasole dell’autenticità dei propositi volti a innalzare la qualità e la propensione all’innovazione dell’economia e della società italiana sta nella misura in cui, in questi stessi propositi, si destina attenzione ai giovani, soggetti tanto stranamente trascurati — salvo che episodi traumatici li facciano balzare in testa alle cronache — quanto naturalmente depositari della riproducibilità, e dunque del futuro, di ogni economia e di ogni società. Un’idea che si sta facendo spazio a livello internazionale — grazie al sostegno di autori quali Ackerman e Alstott, Le Grand, Kelly, Reich — è di attribuire una "dotazione di capitale" ai giovani al compimento dei 18 anni.
    Tutte le proposte fin qui avanzate si basano su motivazioni coinvolgenti tanto la sfera dell’"equità" quanto quella dell’"efficienza". Infatti, esse fanno riferimento in primo luogo al drammatico aumento nei sistemi globalizzati moderni delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e al ruolo giocato in tale processo dalla crescente concentrazione della ricchezza, la cui distribuzione è assai più concentrata di quella del reddito e dà luogo a disparità con l’impatto maggiore sulla equità intergenerazionale, paradossalmente, però, le meno studiate e contrastate. A metà degli anni 90 negli Usa il patrimonio netto mediano dell’1% più ricco della popolazione era pari a 4,6 milioni di dollari, mentre il patrimonio netto mediano del quintile più ricco — a cui tale 1% appartiene — era pari a 550mila dollari e il patrimonio del quintile più povero era di soli 450 dollari, nel Regno Unito il 93% della ricchezza nazionale apparteneva al 50% più benestante della popolazione, in Italia il 10% delle famiglie più abbienti possedeva il 46,4% dell’intero ammontare di ricchezza.
    In secondo luogo tali motivazioni fanno riferimento all’emersione dell’"economia della conoscenza", la quale conferma l’importanza dell’inclusione dei cittadini nella cittadinanza sociale attraverso il lavoro — e lavoro di qualità — piuttosto che attraverso l’erogazione di trasferimenti monetari con carattere inevitabilmente risarcitorio invece che promozionale.
    Infine, tali motivazioni stigmatizzano lo squilibrio delle opportunità di accesso soprattutto per i più giovani, visto che la maggior parte degli individui privi di proprietà si situa proprio nella fascia di età compresa fra i 20 e i 30 anni e che molti di essi, specie se meno abbienti, non possiedono le risorse per compiere gli studi universitari, per avviare un’attività o per accendere un mutuo.
    Da qui nasce la seguente ipotesi: che la dotazione di capitale prenda la forma della concessione di un prestito fino a un limite di 50 milioni, con garanzia pubblica e copertura pubblica degli oneri derivanti da interessi fortemente agevolati, di cui una parte (in percentuale del prestito totale) da non restituire e una parte da restituire con tempi e modalità differenziate a seconda delle condizioni reddituali. Nel 2001 compiranno 18 anni 616.317 giovani, negli anni successivi il numero sarà inferiore stabilizzandosi intorno alle 550mila unità, ma la possibilità di richiesta della dotazione di capitale dovrebbe non essere limitata all’anno di compimento dei 18 anni ed estesa fino ai 23-24 anni. L’utilizzo sarebbe condizionato al rispetto di determinati obblighi e comportamenti positivi, quali il completamento della formazione prevista dall’ordinamento (diploma di scuola secondaria, obbligo formativo, apprendistato) e l’assenza di condanne penali e dovrebbe essere finalizzato specificamente all’avvio di un’attività e alla formazione post-secondaria qualificata di varia natura: universitaria, altri corsi riconosciuti, tirocinio professionale, formazione connessa ad attività lavorativa.
    La versione di dotazione di capitale qui sommariamente descritta ricalca l’ispirazione generale sopra ricordata accentuandone alcune valenze, in particolare la finalizzazione, oltre che a obiettivi di "equità redistributiva", a obiettivi di "egualizzazione delle opportunità" e, pertanto, di sollecitazione dell’investimento formativo.
    In sintesi, tale versione si caratterizza per i seguenti aspetti: Mette in gioco finalità che concernono sia l’equità, sia l’efficienza (quest’ultima relativa in particolare alle conseguenze che le disparità possono avere sul potenziale innovativo e dinamico dell’economia della conoscenza). In quanto le finalità concernono sia l’equità sia l’efficienza, le ragioni in termini di "equità redistributiva" vengono considerate non solo nello spazio astratto (e separato) dei diritti ma in stretta connessione con valutazioni sull’efficacia dei meccanismi di crescita e di sviluppo. L’equità è assunta come riferimento sia sotto forma di "equità redistributiva", sia sotto forma di "eguaglianza delle opportunità". Viene adottata una versione forte delle nozioni sia di "opportunità" — non limitata alla versione debole della "parità formale dei punti di accesso" — sia di "inclusione sociale", richiedente l’attivazione di risorse specifiche di progettualità.
    Occorre, dunque, superare l’impasse rappresentato dalla presupposizione di un "gioco a somma negativa" e immaginare la possibilità di "giochi a somma positiva": cosa a cui mira, per l’appunto, l’ipotesi di una dotazione di capitale per i giovani volta a incrementare le risorse complessive di progettualità, di socialità e di attività (nel senso proprio anche di "tassi di attività") di cui la nostra società può disporre.

    *Vicecapogruppo Ds alla Camera
    Venerdì 23 Marzo 2001

 
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