“Pensioni” Tfr fai da te

17/11/2006
    N.45 – Anno LII – 16 novembre 2006

    Pagine: da 32 a 38 – Primo Piano

    TFR
    FAI DA te

    La scelta del fondo o il trasferimento all’Inps, i dubbi sul rendimento e il peso del fisco, i costi dei gestori e i pericoli dell’inflazione. L’Italia dei dipendenti davanti a un bivio: ecco tutte le incognite da conoscere. Per fare la mossa giusta

      di Paolo Forcellini

        Grande � la confusione sotto il cielo dei lavoratori dipendenti. Da quando il governo ha deciso di trasferire con la Finanziaria una parte del tfr che maturer� nel 2007 all’Inps, nessuno si � ancora preoccupato di dare risposta alle mille questioni che circondano l’iniziativa. Che rendimento verr� assicurato dall’istituto di previdenza ai suoi creditori per i soldi presi in prestito? E poi, quanto durer� questo prestito e quali garanzie offre? E ancora: come verrano utilizzati i soldi? Il mecccanismo si limiter� a un solo anno, o andr� avanti anche oltre?

        Finora di certo c’� il fatto che, grazie a questo escamotage, Prodi & C. si aspettano di ridurre il disavanzo pubblico per il 2007 di 6,6 miliardi, sperano di far quadrare la manovra del taglio del cuneo fiscale, e pure di trovare comunque risorse per finanziare opere pubbliche che rischiavano di restare bloccate per mancanza di fondi. Ma tutto questo dipende dalla scelta che i lavoratori dipendenti del settore privato faranno nei primi sei mesi dell’anno prossimo. Se decideranno che la quota di liquidazione che che matura durante il 2007 non deve andare ai fondi pensione, e lo diranno esplicitamente, le imprese saranno obbligate a girare quei soldi all’Inps. Offrire elementi per orientare a fare una scelta consapevole, � quindi fondamentale. Ma finora si � pensato ad altro.

        Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, per esempio, ha puntato a ottenere il semaforo verde dall’Unione europea: le somme destinate all’Inps possono essere portate a deduzione del deficit. Anche se in molti hanno osservato che, cos� facendo, lo Stato in realt� s’indebita con i titolari di queste quote di Tfr, sulle quali, peraltro, Pantalone – che le spender� in investimenti pubblici a bassissimo rendimento – deve garantire la stessa remunerazione di cui si sono fin qui fatte carico le aziende: poco pi� del 3 per cento annuo nell’ultimo decennio, vale a dire pi� dell’interesse netto corrisposto sui buoni del Tesoro.

        D’altra parte il governo ha dovuto sudare non poco per tacitare il malumore del fronte imprenditoriale che vedeva sfumare dalle sue casse un flusso di denaro sicuro e a buon mercato. Dopo faticose trattative, il 23 ottobre � stato stabilito che solo le imprese con almeno 50 dipendenti dovranno versare il Tfr al fondo di tesoreria-Inps; le altre aziende private potranno continuare a gestirlo in proprio.

        Ma quanti sono i miliardi in ballo? Dei 19 miliardi di Tfr che maturano ogni anno, tre gi� oggi finiscono in fondi contrattuali (di gruppo, di categoria). Ci� che resta � il ricco malloppo che fa gola a diversi soggetti: da sempre alle imprese, di certo alla massa crescente di fondi pensione negoziali, chiusi o aperti, e ai Pip, i piani pensionistici individuali di natura assicurativa. Ora anche allo Stato, con il fondo Inps.

        In questa scesa in campo, lo Stato promette di utilizzare tutti i mezzi. A partire da una intensa campagna informazione che dovr� raggiungere circa 13-14 milioni di persone. Obiettivo, convincerne il maggior numero possibile a optare per i fondi. Sono loro, infatti, le strutture portanti del cosiddetto ‘secondo pilastro’ previdenziale. Con la riforma Dini a regime, le pensioni future dei pi� giovani, basate sul criterio contributivo, risulteranno ampiamente decurtate rispetto a oggi (tra 20 e 25 punti in meno in rapporto all’ultimo stipendio): la perdit�, ha sempre assicurato la politica, sar� compensata affiancando al ‘primo pilastro’ pensionistico (quello Inps) un ‘secondo pilastro’, rappresentato da una rendita aggiuntiva pagata dai fondi, a loro volta alimentati da contribuzioni contrattuali e soprattutto dallo smobilizzo di quell”arcaico’ istituto che � il Tfr.

        Lo Stato si trover� quindi a "scommettere contro se stesso", sintetizza Marcello Messori, docente di Economia a Roma-Tor Vergata. Il governo gioca infatti due ruoli in commedia: principale promotore e propagandista del ‘secondo pilastro’ e al tempo stesso interessato a convogliare quanto pi� possibile del trattamento di fine rapporto all’Inps. Un caso da manuale di conflitto d’interessi: � facile profezia stimare che il secondo ruolo far� la parte del leone, in ballo ci sono 6,6 miliardi di disavanzo in meno. Ma non solo.

        Quei pi� di 6 miliardi dovrebbero provenire tutti dalle imprese con oltre 49 addetti, quelle dove i fondi contrattuali hanno gi� messo e potrebbero mettere pi� radici. Nelle imprese minori, invece, sostiene Giuliano Cazzola, ex sindacalista e presidente del collegio sindacale dell’Inps, "� molto probabile che le pressioni dei datori di lavoro a mantenere il Tfr in azienda abbiano successo".

        "Il nuovo marchingegno complica una materia gi� complessa per i lavoratori", sostiene Messori, "incentivandoli a scegliere la soluzione meno innovativa, lasciare il Tfr all’azienda, o a non scegliere: in questo caso il Tfr andr� automaticamente alla linea d’investimento pi� prudenziale di ciascun fondo", in sostanza quindi a impieghi monetari e obbligazionari. Inoltre i fondi sono vincolati a garantire a questo tipo d’investitori almeno il capitale nominale versato: anche per questo opteranno per investimenti sicuri ma dal rendimento molto basso. Insomma tutto congiura alla eliminazione di quel rischio che invece, secondo Messori, dovrebbe essere "naturalmente incorporato nella previdenza complementare".

        "L’accordo del 23 ottobre innova almeno una cosa: anticipa di un anno la smobilitazione del Tfr verso i fondi negoziali", premette Elsa Fornero, docente a Torino e presidente del Cerp, centro di ricerche sul sistema pensionistico e il welfare, "purtroppo per� la nuova previdenza complementare parte senza un’adeguata campagna d’informazione, in una situazione caotica nella quale una buona parte dei fondi aperti non rispettano ancora tutti i tasselli previsti. Si � voluta fare una concessione ai sindacati, che ci tenevano molto (avranno voce in capitolo nei fondi negoziali, ndr.), ma forse sarebbe stato meglio se il tema del Tfr fosse stato affrontato congiuntamente alla riforma delle pensioni,: il governo avrebbe avuto una carta in pi� da giocare nella trattativa che si aprir� nelle prossime settimane". Quanto alla destinazione di parte del Tfr all’Inps, Fornero non ha dubbi: "Tutto ci� non ha nulla a che fare con l’operazione previdenza complementare che consiste nell’affiancare al sistema pubblico a ripartizione (si pagano le pensioni con i contributi di quanti continuano a lavorare, ndr.) un sistema privato a capitalizzazione, operante sui mercati finanziari. Se invece si mantiene il credito del lavoratore, come avviene con l’operazione Inps, si rimane dentro a un sistema che con la logica dei due pilastri non ha nulla a che fare".

        La ripartizione tra imprese di minori e maggiori dimensioni d� la stura a una serie di altre possibili controindicazioni. In primo luogo rischia di favorire il gi� preoccupante nanismo delle aziende italiane. Chi mai assumer� il cinquantesimo addetto sapendo che perder�, a vantaggio dell’Inps, anche tutto il Tfr che matureranno gli altri 49 lavoratori? Pi� verosimile una scissione delle imprese over-49, onde rientrare nella categoria delle ‘piccole’ e potersi trattenere il Tfr. Ma Tiziano Treu, ex ministro e attuale presidente della commissione Lavoro del Senato, minimizza: "Se ci sono, come annunciato, le compensazioni, se cio� le aziende verranno risarcite della perdita del Tfr e potranno ottenere mezzi finanziari al medesimo costo, appartenere all’una o all’altra classe dimensionale sar� irrilevante. Alcuni imprenditori potrebbero continuare a temere un danno ma sarebbe una preoccupazione irrazionale". Poi per� ci sono i casi limite, quelli delle imprese di confine che un mese hanno 49 dipendenti, il mese successivo 50 o pi� e un paio di mesi dopo fanno la cura dimagrante e tornano sotto i 50. In attesa di chiarimenti normativi, i lavoratori di queste realt� avranno il loro Tfr segmentato, un po’ di qua e un po’ di l�, con complicazioni contabili non indifferenti. Fra l’altro, in alcuni casi gli investimenti dei lavoratori saranno smobilizzabili e in altri no.

        Riuscir� comunque lo Stato a racimolare i 6,6 miliardi che si � proposto? Serpeggiano i dubbi. "Non sta scritto da nessuna parte a quali sanzioni andrebbero incontro le imprese che non girassero il Tfr all’Inps", nota Cazzola. Niente sanzioni, niente dobloni: � un rischio. Ma uno assai pi� consistente deriva dal fatto che, escludendo dall’obbligo di trasferimento all’Inps le imprese under 50, dove lavora oltre la met� della manodopera complessiva, i 6,6 miliardi debbono essere pescati tutti nelle maggiori imprese. Ci� significa, secondo le stime degli esperti del centro studi Cerm, che il 77 per cento degli addetti di queste aziende dovrebbero decidere di lasciarvi il loro Tfr, pur sapendo che finirebbe in realt� all’Inps. Un’ipotesi giudicata poco probabile, anche perch� opera il silenzio-assenso: chi non sceglie entro il 30 giugno finisce automaticamente nel suo ‘naturale’ fondo chiuso (di azienda, di categoria o di area) o in un fondo ‘residuale’ Inps (proprio cos�, gi� esiste un fondo Inps con funzioni da ‘secondo pilastro’; ora ve ne saranno due che tra loro non dovrebbero avere rapporti, essendo nati in momenti diversi e con scopi diversi). Poich� per� l’esperienza insegna che normalmente il 70 per cento dei lavoratori non fa scelte esplicite(lo ricorda ad esempio il sito lavoce.info), lo Stato rischia di rimanere con non pi� di 2-3 miliardi. Che fare? Come racimolarne 6,6? Il giurista Treu indica un possibile escamotage: "C’� una sorta di ‘semestre bianco’, gennaio-giugno 2007, durante il quale deve essere operata la scelta. � possibile che la norma venga interpretata nel senso che tutto il Tfr che matura durante quei sei mesi finisca comunque all’Inps e che l’opzione inizi a operare solo per il periodo successivo. In questo caso � facile che l’obiettivo di 6,6 miliardi sia centrato (4,25 miliardi finirebbero nelle casse Inps solo nel primo semestre, ndr). Tutto dipende da come verr� scritto il testo definitivo della Finanziaria". Per il 2007, dunque, il problema sarebbe risolto. Per gli anni successivi resterebbe pi� che mai aperto, anche perch� � gi� stabilito che nel 2008 tutta la questione va riconsiderata. Ma i pasticciacci contabili, e i loro costi, rimarrebbero indelebili. Un esempio? Un lavoratore che durante il ‘semestre bianco’ scegliesse un fondo, o vi finisse per via del silenzio-assenso, si troverebbe con il suo Tfr ripartito in tre fette: quello pregresso in azienda, quello del primo semestre 2007 all’Inps, quello successivo nel fondo. No comment.

        Un’ulteriore ombra s’aggira attorno all’Inps. Al momento di lasciare il lavoro, quanto tempo ci metter� il lavoratore il cui Tfr � stato in parte dirottato sul conto dell’ente previdenziale per ottenere il capitale versato? Gli esperti dicono che non c’� da preoccuparsi: l’intera liquidazione, rivalutazioni incluse, verr� pagata dalle aziende che poi si rivarranno sull’Inps. Ma ora un emendamento sembra attribuire direttamente all’Inps il compito di restituire i quattrini. Ne risentiranno i tempi? Ulteriore problema: i lavoratori dipendenti di categorie con propri enti previdenziali (giornalisti, lavoratori dello spettacolo, ecc.). I loro contributi finiscono all’ente di appartenenza, il Tfr all’Inps. Come si districher� la matassa?

        Un’ombra ben pi� grossa aleggia infine sui fondi pensionistici. Attualmente il loro rendimento � tassato all’11 per cento, contro il 12,5 delle altre attivit� finanziarie. Ma nei prossimi mesi il governo ha promesso di mettere mano alla tassazione delle rendite finanziarie, omogeneizzandole tutte al 20 per cento. Anche i fondi previdenziali rientreranno nella ristrutturazione? Mentre i sindacati chiedono addirittura che li si incentivi abbassando l’aliquota dall’11 al 5-6 per cento, non vi sono indicazioni univoche da parte del governo: si va da chi propone di lasciare i fondi all’11 a chi prospetta un tasso del 15, da chi auspica il mantenimento del differenziale d’imposizione con le altre rendite, portando quindi i fondi al 18,5, fino a chi vorrebbe un 20 per cento uguale anche per i fondi integrativi. E certo quest’incertezza non gioca a favore di un gran successo di pubblico per il ‘secondo pilastro’.