Pensioni, superbonus con il trucco

18/10/2004

            domenica 17 ottobre 2004

              Alcuni esperti si sono messi a fare i conti intorno all’incentivo voluto da Maroni e hanno scoperto che i vantaggi sono pochi
              Pensioni, superbonus con il trucco
              Restare al lavoro conviene solo a chi ha retribuzioni elevate. Gli altri ci perdono

                Raul Wittenberg

                  ROMA L’incentivo a ritardare la pensione conviene soltanto ai quadri e ai dirigenti. O meglio, a chi riceve una retribuzione tanto elevata da superare il tetto oltre quale il rendimento pensionistico è inferiore al 2% della paga per ogni anno di lavoro. Tetto il cui valore nel 2004 è di 37.884 euro annui, ovvero oltre 5 milioni e mezzo di vecchie lire al mese. Proprio questo rendimento, che ai livelli più alti dello stipendio finisce per dimezzarsi, fa diventare economicamente più vantaggioso il cosiddetto bonus. Chi sta sotto, ci rimette. Per cui, se fosse una persona informata e razionale, dovrebbe accedere all’incentivo soltanto se quei soldi – sono tanti ed esentasse, il 32,7% della paga – gli servono subito per spese urgenti, tali da sacrificare una fetta della pensione che prenderà per il resto della sua vita. Lei, e poi il familiare superstite. Infatti con il bonus l’importo della pensione si blocca al momento in cui si aderisce all’incentivo: per il periodo successivo mancando i contributi la pensione maturata non può lievitare. E nonostante siamo ad un terzo dello stipendio in più, la differenza viene dal fatto che il bonus lo prendi al massimo per quattro anni, il pezzo di pensione lo perdi per tutta la vita.

                    A questo punto si tratta di sapere se il gioco vale la candela. Si tratta di calcolare se gli incentivi che alla fine avrò incassato sono superiori, pari o inferiori alle quote di pensione che avrò perduto. Il governo si è guardato bene dall’informare i cittadini: considerando i livelli di competenza di questo Esecutivo di Centro Destra, è probabile che non lo sappia neppure lui. Anzi, forse non lo sapeva. Ora lo sa. Perché dall’Università di Roma, competenze di ben altro livello l’informazione l’hanno fornita. Ma non è stata raccolta dai nostri riformatori da operetta. Lo dobbiamo ai calcoli del prof. Sandro Gronchi (fu uno dei primi a ragionare sul sistema contributivo introdotto dalla riforma del 1995) se sappiamo dove si perde e dove si guadagna leggendo i suoi interventi su www.lavoce.info.

                      Alla base di tutto c’è la matematica attuariale, una roba poco accessibile. Come dice il professore, siccome l’informazione è difficile perché richiede calcoli complicati, chi deve scegliere fra l’uovo oggi (il bonus) e la gallina domani (il supplemento di pensione), è possibile che «non potendo quantificare la gallina cada nell’errore di pensare che l’uovo è più grande». Una fortuna del’Inps, commenta Gronchi, «perché il vantaggio di elevare l’età del pensionamento sarebbe ottenuto ad un costo perfino minore».

                        Un esempio per due soggetti che continuano a lavorare. Mario Rossi rinuncia all’incentivo, ogni anno di lavoro in più alimenta un supplemento di pensione Inps. Franco Bianchi prende l’incentivo e lo investe in obbligazioni da smobilizzare gradualmente per avere una integrazione pensionistica. I numeri dicono che l’integrazione di Bianchi sarebbe inferiore al supplemento di pensione pubblica di Rossi. Considerando che il bonus è esentasse, ma non la pensione, un lavoratore che paga il 23% di Irpef rinviando di quattro anni il pensionamento, grazie al bonus del Cavaliere di Arcore perderebbe un supplemento di pensione addirittura pari al 37,8% dello stipendio. La penalizzazione aumenta con la durata del rinvio (tra 1 e 4 anni) diminuisce con l’aumentare dell’aliquota Irpef, e quindi del reddito. Con una aliquota del 30,19% da pensionato, la perdita sul vitalizio è del 9,6% ad un anno di rinvio, del 23% a quattro anni. Con una aliquota al 46%, si perde lo 0,1% per un anno di rinvio. Però, al contrario che per i redditi inferiori, già da due anni di rinvio si guadagna (1,8%) fino ad arrivare all’11,4% se il soggetto prende il bonus per quattro anni.

                          Questa volta insieme a Raimondo Manca, il prof. Gronchi suggerisce di guardare la cosa in un’altra prospettiva. Offrendoti l’incentivo, lo Stato ti fa un prestito, che dovrai restituire quando andrai in pensione, per tutta la vita. «Sfortunatamente l’analisi finanziaria-attuariale rivela che le condizioni del prestito non sono vantaggiose e perciò il piatto degli incentivi è tutt’altro che arricchito». Infatti, confrontando l’insieme dei bonus e tutte le quote di pensione che si perdono nell’arco della speranza di vita, le perdite sono superiori al guadagno, la differenza è l’interesse che si paga per il «prestito». Secondo questa analisi, l’interesse è generalmente superiore a quello richiesto dalle banche sui mutui fondiari. E anche sotto questo punto di vista sono favoriti i redditi maggiori: l’interesse diminuisce con il numero degli anni di rinvio della pensione. Ma soprattutto diminuisce con l’aumentare dell’aliquota fiscale marginale del futuro pensionato. Una progressività alla rovescio, perfettamente coerente con la riforma fiscale del Cavaliere. Con un reddito fino a 11.600 euro l’anno, l’interess va dal 6,10 al 5,55%, con un reddito oltre i 63 milioni, scende dal 4,2 al 3,7 per cento.