“Pensioni” Stato, mercato o terza via

17/11/2006
    N.45 – Anno LII – 16 novembre 2006

    Pagine: da 34 a 38 – Primo Piano

    TFR
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      Stato, mercato o terza via

      Guida alla decisione sul futuro della liquidazione

        di Carlo Clericetti

          Sei mesi da gennaio per decidere che cosa fare dei soldi che vengono accantonati per la liquidazione. Metterli in un fondo pensione? Lasciarli in azienda o nell’apposito fondo dell’Inps che garantir� un rendimento analogo all’attuale? Una scelta niente affatto facile. Qui di seguito, i fattori che influenzeranno la decisione

            Il rendimento odierno I soldi accantonati per la liquidazione (pi� in breve: Tfr, trattamento di fine rapporto) vengono rivalutati ogni anno di un tasso pari al 75 per cento dell’indice dei prezzi al consumo (cio� l’inflazione) pi� 1,5 punti percentuali. Ci� significa che con un’inflazione inferiore al 6 per cento (in realt�, se si considera il peso del fisco, intorno al 5) la rivalutazione � reale, cio� ci si guadagna; se l’inflazione � pi� alta la rivalutazione non tiene dietro alla corsa dei prezzi. Ormai da molti anni siamo abituati a un’inflazione bassissima, intorno al 2 per cento. Il problema di queste scelte � che bisogna guardare al lunghissimo periodo: una carriera lavorativa dura dai 25 ai 40 anni e in un tempo cos� lungo pu� succedere di tutto. Quarant’anni fa (1966) eravamo in un periodo di stabilit� e di inflazione e tassi contenuti; ma trent’anni fa eravamo nella super-inflazione provocata dalla crisi petrolifera e l’inflazione in Italia arriv� a superare il 20 per cento e rimase a tassi a due cifre per anni. Con un’inflazione al 20 per cento il Tfr si rivalutava del 16,5 (lordo), quindi c’� una perdita in termini reali. Non � detto che succeda di nuovo in futuro. Ma nessuno pu� assicurarci del contrario. Il rendimento del Tfr per� � sicuro, perch� � fissato per legge. Inoltre la somma accantonata � garantita anche rispetto a un’eventuale fallimento dell’azienda, perch� in quel caso verrebbe pagata da un apposito fondo dell’Inps

              I fondi pensione Mentre il rendimento del Tfr � uguale per tutti, quello del Fondo pensione � diverso non solo tra un fondo e l’altro, ma anche per i singoli aderenti allo stesso fondo, in quanto si pu� scegliere fra varie linee di investimento. In linea di massima ce ne sono almeno tre: una ‘conservativa’ (il patrimonio viene investito tutto o quasi in obbligazioni); una ‘bilanciata’ (parte in obbligazioni e parte in azioni); e una pi� ‘aggressiva’ (prevalgono gli investimenti in azioni). Pu� essere applicato il principio del ‘life cycle’, con gli investimenti azionari che diminuiscono man mano che aumenta l’et� dell’interessato, in modo da ridurre il rischio. Aderendo a un Fondo non si ha nessuna garanzia del rendimento, pu� andare bene o pu� andare male. O meglio, esistono anche quelli che offrono garanzie di rendimento minimo (non un granch�, di solito: pi� o meno la conservazione del valore rispetto all’inflazione), ma queste garanzie hanno un costo, che ovviamente va a scapito del rendimento.

                Le azioni Ma perch�, allora, ci si dovrebbe imbarcare in questa avventura? Molti esperti risponderanno che � provato che, nel lungo periodo, l’investimento azionario � redditizio, pi� di quello in obbligazioni e anche pi� del Tfr. Queste ‘prove’ derivano da osservazioni statistiche sull’andamento delle Borse, confrontato con il rendimento degli altri strumenti di investimento. Si tratta di calcoli basati di solito sulla Borsa americana, che � sempre stata una delle pi� importanti ed evolute, e abbracciano periodi lunghissimi, anche un secolo.

                  Ora, questi calcoli sono senz’altro corretti, ma hanno un punto debole: ci offrono una media, che, com’� noto, pu� derivare da valori anche molto diversi. In altre parole: sar� certamente vero che nell’arco del XX secolo il rendimento delle azioni � stato abbondantemente vincente; ma lo � stato anche tra il maggio 1971 e il maggio 2001 (sono due date prese a caso), quando il signor Rossi ha versato i suoi contributi nel Fondo pensione? E lo � stato anche tra il gennaio 1975 e il marzo 2004, quando il signor Bianchi � andato in pensione dopo aver versato per tanti anni i suoi soldi al fondo? Insomma, quando si prende uno specifico punto di partenza e uno specifico punto di arrivo, il vantaggio non � pi� cos� sicuro. Anche la Borsa americana ha avuto dei periodi in cui le azioni hanno reso zero in termini reali. E quanto sono stati lunghi questi periodi? Tantissimo: due di 23 anni e uno di oltre 29. Ci pu� stare dentro tutta una storia contributiva, in questi periodi. Chi ha avuto la sfortuna (e qualcuno sicuramente c’� stato) di incappare in queste fasi negative, ha ottenuto un ben magro risultato. Il quarto di questi periodi � tuttora in corso, da pi� di sei anni. Qualche settimana fa, infatti, � stato celebrato il nuovo record storico dell’indice Dow Jones, che ha superato gli 11.727 punti che aveva raggiunto nel gennaio 2000 prima del crollo dei mercati. Ma si tratta di un record in termini nominali, perch�, ha notato il ‘Wall Street Journal’, considerando l’inflazione del periodo manca ancora un buon 20 per cento.

                  Riassumendo: il rendimento del fondo dipender� dall’andamento dei mercati, dalla bravura o meno dei gestori, dalle scelte individuali di investimento e dal periodo in cui ci si trover� a fare i versamenti. Per molti probabilmente potr� andare bene, e otterranno un rendimento superiore a quello attuale del Tfr; ma, altrettanto probabilmente, per qualcun altro andr� meno bene. Come per i polli di Trilussa, ci sar� chi ne mangia due, ma ci sar� anche chi rimarr� a bocca asciutta.

                    Ma i fondi pensione non sono tutti uguali. C’� un’altra questione da prendere in considerazione: quella del costo dell’investimento. I fondi pensione, infatti, hanno delle spese, sia per gli investimenti che per l’amministrazione, e naturalmente queste spese sono a carico del sottoscrittore. A guardarle sul singolo versamento sembrano pochi spiccioli, invece incidono, a volte pesantemente, sul risultato finale. Una ricerca in proposito � stata condotta dal Cerp, centro studi torinese diretto dall’economista Elsa Fornero.

                    I fondi si dividono in tre grandi ‘famiglie’: quelli contrattuali, cio� contrattati fra sindacati e datori di lavoro delle varie categorie; quelli aperti, cio� offerti sul mercato dalle societ� di gestione del risparmio; e le polizze individuali, offerte dalla compagnie di assicurazione. Secondo la ricerca del Cerp la convenienza dal punto di vista dei costi � nell’ordine in cui li abbiamo nominati, ma non mancano sovrapposizioni (cio� ci possono essere, per esempio, fondi aperti pi� cari di una polizza individuale, ecc.). Esaminare attentamente i costi � un esercizio tutt’altro che superfluo: il Cerp ha calcolato che, sull’arco di 35 anni, il prodotto pi� caro si mangia, in tasse e commissioni, ben il 59 per cento del capitale che sarebbe maturato investendo la cifra netta; il prodotto meno caro (che � un fondo contrattuale) solo il 12,5 per cento. Per le polizze la media � al 48 per cento, con la meno cara al 34; per i Fondi aperti media al 37,6 con un minimo al 26.

                    Ma non � ancora finita. Arrivati alla sospirata pensione si sar� maturato, con i versamenti, un certo capitale. La legge stabilisce che, volendo, si pu� riscuoterne in contanti non oltre la met�, mentre con il resto si deve stipulare un contratto con un’assicurazione per ottenere un vitalizio. Anche questo contratto naturalmente ha un costo, che sicuramente non � indifferente perch� le compagnie devono tutelarsi dal ‘rischio sopravvivenza’. Le tabelle attuariali pongono oggi la vita media intorno agli 80 anni, ma se uno gli fa il dispetto di campare allegramente fino a 100 o pi� (cosa che non � poi cos� rara) l’assicurazione deve continuare a versare. E siccome come ogni azienda non vuole fallire, tende a tenersi pi� in basso possibile con l’importo stabilito.

                      Se arriva in soccorso il fisco. Dopo tutto quanto � stato detto, si capisce che sull’adesione ai Fondi circolino molte perplessit�. Ma a questo punto il fisco tira fuori un asso: capitale e rendita dei fondi pensione sono tassati in modo molto pi� favorevole sia della pensione pubblica che del Tftr.

                        La pensione pubblica, infatti, paga normalmente l’Irpef; sul Tfr si paga il 23 per cento (fino a circa 120 mila euro); sui frutti dei fondi pensione, invece, si paga il 15, e anche meno, perch� l’imposta diminuisce dello 0,5 per cento per ogni anno di permanenza nel Fondo dopo i primi 15 (con 35 anni, quindi, si arriva al 9 per cento appena).

                        � chiaro che questo fatto imprime una forte spinta alla convenienza del fondo, tanto maggiore quanto pi� alto � il reddito (perch� maggiore � la differenza rispetto all’aliquota che si sarebbe altrimenti pagata). Oltretutto, � persino possibile un ‘trucchetto’: uno si conserva il Tfr, e poi, un anno prima di andare in pensione, chiede al datore di lavoro di versarlo tutto in un fondo, in modo da sfruttare la tassazione pi� favorevole.

                        Ma anche qui c’� un rischio: chi mi assicura che questa tassazione di favore, di qui a dieci o vent’anni, sar� mantenuta? Nessuno. Uno dei prossimi governi potrebbe decidere che questo beneficio � ingiustificato, o pi� probabilmente troppo costoso per le casse pubbliche

                        La terza via. Insomma, scegliere � tutt’altro che facile, e alla fine forse sar� decisiva la propensione al rischio di ciascuno. Tanto pi� che potrebbe esserci anche una terza possibilit�. Un gruppo di economisti e sindacalisti (tra i firmatari Roberto Pizzuti, Luciano Gallino, Gianni Rinaldini, Paolo Leon) ha lanciato un appello perch� sia data la possibilit� a chi lo vuole di utilizzare il Tfr per aumentare i contributi alla previdenza obbligatoria, come prevedeva il Programma dell’Unione (il testo dell’appello � su HYPERLINK "http://www.eguaglianzaeliberta.it" www.eguaglianzaeliberta.it). Basterebbe la met� del Tfr, affermano, per aumentare di 10 punti percentuali il tasso di copertura (ossia l’importo della pensione rispetto all’ultimo stipendio), senza contare che ci sarebbe un flusso annuo di un punto di Pil che sarebbe conteggiato per la riduzione del disavanzo pubblico. Ma questa, al momento, � una possibilit� solo teorica.

                          www.carloclericetti.it