Pensioni, spaccatura a sinistra

20/01/2004


20 Gennaio 2004

Pensioni, spaccatura a sinistra

World Economic Forum: «minati» i sistemi europei

ROMA
Le iniziative di Francesco Rutelli e della Margherita sui temi economici e sociali stanno davvero agitando il quadro politico e sindacale. Ieri, in un’intervista al
Corriere della Sera, il leader della Margherita ha risposto alle critiche giunte da sinistra alla proposta del suo partito sulle pensioni. E ha rilanciato su un altro tema «caldo» come quello del sistema contrattuale, ipotizzando un potenziamento della contrattazione a livello territoriale.
Nei commenti, qualcuno ha affermato che Rutelli propugna le gabbie salariali, anche se l’ex sindaco di Roma si limita a propugnare un potenziamento del secondo livello contrattuale, più su base territoriale che su base aziendale. Fatto sta che come è avvenuto per le pensioni, anche sul modello contrattuale la Margherita sceglie di fare largamente sue le proposte formulate dalla Cisl di Savino Pezzotta, e notoriamente tutt’altro che gradite alla Cgil. Una mossa che oltre a entrare in rotta di collisione con le forze più di sinistra dell’Ulivo e con Rifondazione, aumenta ancora il disagio dei Ds, che ieri hanno aspramente stigmatizzato la strategia rutelliana che Piero Fassino definisce di «visibilità personali o di partito». Un disagio che non riguarda tanto il merito: non è un segreto per nessuno che una discreta fetta della Quercia aderirebbe di buon grado alle proposte di Rutelli, ma non all’inevitabile rottura con la Cgil che ne deriverebbe.
E in casa Cgil si segue con preoccupazione crescente l’evoluzione della situazione. Ieri si è riunita la segreteria del sindacato guidato da Guglielmo Epifani, che si è diffusamente interrogata sul reale senso delle iniziative della Margherita. Il dissenso sul merito delle proposte di Rutelli su pensioni e contratti è totale, ma il giudizio è negativo soprattutto per due ragioni: da un lato le aperture del centrosinistra sulle pensioni appaiono un aiuto non necessario a governo e maggioranza, come spiega il segretario confederale Marigia Maulucci, e dall’altro approfondiscono il cuneo che oggettivamente esiste tra Cgil e Cisl. Come afferma il segretario confederale Morena Piccinini, «questo è innanzitutto il momento in cui il governo deve assumersi le sue responsabilità», con l’impegno a illustrare le modifiche che verranno fatte alla delega previdenziale. Ancora, sulle pensioni le tre confederazioni hanno sempre detto di essere contrarie a interventi sulle anzianità, «e per questo la proposta di Rutelli e della Margherita ci stupisce. Tanto più che Rutelli ha anche aperto sul fronte dei contratti territoriali proponendo di fatto un ritorno alle gabbie salariali, cosa che noi non condividiamo assolutamente». Ma allo stesso tempo, di fronte all’incalzare della politica, la Cgil si trova costretta ad accettare di riprovare a definire una posizione unitaria con Cisl e Uil su welfare e previdenza, cosa che si era rivelata impossibile (per obiettive divergenze di merito) lo scorso dicembre. Di qui la decisione – si legge in una nota – di «approfondire il confronto con Cisl e Uil per vedere se ci sono le condizioni per una piattaforma condivisa su welfare e previdenza da sottoporre poi alla consultazione dei lavoratori». Non sarà facilissimo.
Nel sindacato di Savino Pezzotta – che ieri ha riunito l’esecutivo dell’organizzazione – c’è una certa soddisfazione per la piega che sta prendendo la situazione. A nessuno sfugge la consonanza tra le proposte cisline e quelle di Rutelli, ma allo stesso tempo c’è la consapevolezza che su un tema come quello delle pensioni non è possibile ipotizzare (anche se ce ne fossero le condizioni politiche, cosa che per il momento non è) un accordo separato senza la Cgil. La linea illustrata da Pezzotta, dunque, è niente accordi separati, proposta unitaria del sindacato, e nessun tabù nel discutere soluzioni che possano limitare i danni della riforma delle pensioni messa a punto dal governo, cui spetta l’onere di dare una risposta alle confederazioni.
E intanto una ricerca elaborata in vista del World Economic Forum di Davos definisce «minati» i sistemi previdenziali dei Paesi sviluppati: le cause, invecchiamento della popolazione e stagnazione dell’occupazione. Lo studio dedica particolare attenzione al caso italiano, con considerazioni in parte preoccupate (nel 2030 ci saranno più pensionati che lavoratori), ma anche con una valutazione relativamente migliore rispetto ad altri Paesi.
Tra le correzioni suggerite dagli esperti del Wef, favorire la permanenza al lavoro delle persone con più di 55 anni.

[r.gi]