«Pensioni, solo un primo passo»

20/11/2003



20 Novembre 2003

PRIMI BILANCI IN CHIAROSCURO DOPO GLI INTERVENTI SUL WELFARE

«Pensioni, solo un primo passo
La spesa aumenterà dal 2032»
Via Nazionale: la riforma contribuisce a frenare la spesa previdenziale
Promossa la legge Dini, ha anche aumentato il livello d’occupazione

    ROMA
    GLI interventi sulle pensioni che il governo intende attuare «potranno contribuire a ridurre la tendenza espansiva» della spesa pubblica per la previdenza, dice la Banca d’Italia. Sono parole, queste del Bollettino economico semestrale presentato, ieri che il governatore Antonio Fazio ha voluto limare di persona fino all’ultimo momento. Insomma «è solo un primo passo». Proprio la Banca d’Italia, che da anni incita tutti i governi a riformare le pensioni, non sembra al massimo dell’entusiasmo per quello che il governo attuale ha deciso di fare.

    Ieri si è capito con più precisione perché.
    Giancarlo Morcaldo, direttore centrale per la ricerca economica, stretto consigliere di Fazio, ha spiegato che hanno fatto molta impressione in Banca i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, secondo cui oltre il 2032 le misure in discussione aumenteranno la spesa previdenziale invece di diminuirla. Il 2032 è un anno lontano – sei legislature, un tempo enorme per la politica – ma in questo campo bisogna progettare con l’occhio lungo: è pericoloso generare delle aspettative di trattamenti che poi si rischia di dover ridurre.
    Dunque il progetto Tremonti ha il pregio di piallare quella che gli esperti hanno chiamato la «gobba» della spesa previdenziale negli anni verso il 2015, togliendone da dopo il 2008 una somma che equivale a circa lo 0,7% del prodotto lordo, cifra che alla Banca d’Italia pare significativa ma non sufficiente a fermarne del tutto l’espansione; però crea un’altra gobba più in là nel tempo, secondo calcoli della Ragioneria, organo dello stesso ministero dell’Economia, di cui la Banca d’Italia non vede ragione di dubitare.
    La Banca d’Italia ha sempre esortato i politici a sfidare l’impopolarità sulle pensioni, perché in un Paese con sempre più alta proporzione di vecchi non c’è altra via, ma anche perché dopo un certo tempo si riscontrano forti effetti positivi. Lo dimostra un’analisi pubblicata come riquadro a parte nel Bollettino di ieri: la riforma Dini, adottata nel 1995, non ha solo frenato la spesa previdenziale, ha anche contribuito al continuo aumento dell’occupazione riscontrato negli ultimi sei-sette anni. Semplificando, gli anziani che sono rimasti al lavoro più a lungo a causa della modifica delle regole previdenziali non hanno tolto il posto ai giovani. E’ stato raggiunto l’obiettivo di aumentare il tasso di attività (la quota di persone che lavorano) nella fascia di età tra 52 e 64 anni. Prima della modifica dei requisiti per la pensione – l’anno di svolta è il 1997, in cui l’età minima per il pensionamento di anzianità salì da 52 a 55 anni per i dipendenti del settore privato – nonostante il numero di anziani nella popolazione avesse già cominciato ad aumentare in modo significativo, il numero di ultracinquantaduenni occupati diminuiva.

    Dal 1998, la tendenza si è invertita, con un aumento degli occupati oltre i 52 anni in parallelo a una crescita anche degli occupati più giovani.
    Negli ultimi tre anni, risulta dall’analisi, «alla crescita dell’1,5 per cento all’anno dell’occupazione totale gli occupati della classe di età da 52 a 64 anni hanno contribuito per 0,6 punti percentuali». In parte, questo effetto è stato prodotto dall’aumento del numero di anziani, ma in un’altra e molto significativa parte dal calo delle uscite verso la pensione. Mentre nell’anno 1994 ogni cento occupati tra i 52 e il 64 anni ben 12 avevano lasciato il posto di lavoro (8 per pensionamento, 4 per altri motivi) nel 2003 l’esodo si è ridotto a poco più di sette su cento, di cui 4,5 per pensionamento