“Pensioni” Sindacati uniti, ma non troppo

22/01/2007
    domenica 21 gennaio 2007

    Pagina 6 – Economia

    Sindacati uniti, ma non troppo

      Pronta una bozza
      comune, restano
      però importanti
      divisioni

      TERESA PITTELLI

        ROMA

          E’ pronto il documento unitario dei sindacati sulle pensioni, ma restano le distanze su alcuni punti importanti come l’età di pensionamento e i coefficienti di trasformazione. Tanto che Cgil, Cisl e Uil, che oggi si presenteranno all’appuntamento a tavola con il premier, Romano Prodi, per cominciare a discutere la riforma del welfare, potrebbero decidere di «tenersi in tasca» il documento ormai quasi definito, e tirarlo fuori solo in un secondo momento, lasciando che sia il governo a scoprire per primo le sue carte. «Lo presenteremo a tempo debito, per ora non è il caso perché non vogliamo caratterizzare il dialogo che comincia oggi con la riforma delle pensioni. La questione urgente è la crescita del paese e non vogliamo lasciarla solo a Montezemolo», spiega Pierpaolo Baretta, segretario aggiunto della Cisl.

            Insomma, è una questione soprattutto tattica. La ragione, però, a ben vedere potrebbe essere anche un’altra: l’esistenza di distanze non banali su alcuni pezzi cardine degli interventi di riforma, al di là del documento.

              Quest’ultimo, infatti, contiene da un lato un nutrito elenco di proposte sulle quali le tre segreterie hanno ormai trovato l’intesa, e dall’altro alcune formulazioni generiche che evidenziano le differenze di vedute. Tutti d’accordo sul l’armonizzazione della contribuzione tra i lavoratori delle diverse categorie in modo da eliminare le discriminazioni, sulla rivalutazione delle pensioni minime, sulla copertura dei "buchi" contributivi dei lavoratori flessibili, la separazione tra assistenza e previdenza e sull’accorpamento degli enti di previdenza.

                Chiare divisioni invece sul tema scottante dell’innalzamento dell’età della pensione. I tre segretari continuano a ripetere come un sol uomo che occorre eliminare lo scalone (cioè il brusco passaggio da 57 a 60 anni dell’età di pensionamento previsto dalla legge Maroni a partire dal 2008), e innalzare l’età attraverso incentivi a restare al lavoro. Una posizione per ora sorda ai richiami del ministro del lavoro, Cesare Damiano, all’impossibilità di eliminare lo scalone tout court perché verrebbero a mancare ai conti pubblici i risparmi di spesa (9 miliardi di euro a regime) previsti dalla legge Maroni. In realtà il niet della Uil e la contrarietà della Cgil sono accompagnati da una posizione più duttile della Cisl, che tra le altre proposte porta avanti l’introduzione della cosiddetta «quota 95», cioè la cifra risultante dalla combinazione tra l’età di pensionamento e l’anzianità contributiva del lavoratore (ad esempio 60 anni di età e 35 di contributi, o 57 anni con 38 di contributi etc.). Un’apertura che la Cisl per ora non vuole sbandierare, visto che il momento richiede la massima coesione delle confederazioni all’esterno.

                  Ma è sui coefficienti di trasformazione, che la legge Dini del ’95 ha imposto di aggiornare ogni dieci anni sulla base dell’allungamento delle speranze di vita, che si giocherà la partita più complicata. Anche qui, tra le righe delle dichiarazioni formali le posizioni in realtà si distanziano. «Senza revisione dei coefficienti verrebbe meno un pilastro della legge Dini approvata con referendum da 4 milioni e mezzo di lavoratori», chiarisce Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil. Una visione che sarebbe condivisa da Guglielmo Epifani, nonostante in segreteria ci sia qualche voce un po’ discordante, e che contrasta con il no deciso della Cisl. Più sfumata, invece, la proposta della Uil. «Ci opponiamo a una riduzione dei coefficienti imposta dall’alto ma siamo disponibili a discutere di una revisione basata su meccanismi diversi, che salvaguardino un livello accettabile di pensione futura per i giovani», ammonisce il segretario generale Domenico Proietti.