Pensioni, sindacati pronti al muro contro muro

29/09/2003




28 Settembre 2003

LAPADULA (CGIL): «NON HANNO SALVATO NEANCHE LA FORMA». BARETTA (CISL): «NO A DOCUMENTI PRECOTTI»
Pensioni, sindacati pronti aI muro contro muro
«Tempi troppo stretti, trattare così non è serio». Domani vertice decisivo

Luigi Grassia

Il confronto governo-sindacati sulle pensioni parte con un muro contro muro: in vista dell’incontro di domani a Palazzo Chigi, quando verrà illustrata la proposta di riforma, da Cgil, Cisl e Uil arrivano segnali di chiusura totale. «Non c’è nulla che assomigli a una trattativa e il metodo seguito è inaccettabile», secondo la Cgil. «Il governo ha già venduto al pelle dell’orso» dice la Cisl. Mentre per la Uil quella dell’esecutivo «è solo una proposta di immagine, senza sostanza».
Il problema, oltre che di sostanza, è di tempi. La riforma della previdenza sarà portata all’attenzione dei sindacati al principio di una settimana in cui il Consiglio dei ministri intende chiudere tanto il capitolo pensioni quanto quello della Finanziaria. La «manovra» sarà esaminata a partire da domani e per il confronto con Cgil, Cisl e Uil c’è tempo solo fino a venerdì 3 ottobre. Già si sa che in Finanziaria confluiranno le nuove e più rigide norme sulle pensioni d’oro e quelle d’invalidità e l’incentivo del 32,7% per chi ritarda il pensionamento. Quanto al documento da sottoporre alle parti sociali, dovrebbe prospettare dal 1° gennaio 2008 il requisito dei 40 anni di contributi sia per i lavoratori pre-riforma Dini sia per quelli che nel ‘96 aveva totalizzato meno di 18 anni di anzianità. Per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 e finanzia la sua pensione col contributivo puro, la riforma introdurrà il requisito dell’innalzamento da 57 a 60 anni di età. Lo smobilizzo del Tfr per la previdenza integrativa dovrebbe confluire in un emendamento alla delega sulla riforma previdenziale.
La Cgil andrà all’incontro ma non è disposta a cedere su niente. Secondo il responsabile economico Beniamino Lapadula, «non viene salvata neanche la forma, il metodo seguito dal governo è assolutamente inaccettabile. La forma avrebbe richiesto un comportamento diverso, dopo che per un anno e mezzo il ministro del Welfare Maroni ha negato l’evidenza di una riforma in preparazione fingendo un dissenso che non c’è mai stato». Per Lapadula «non c’è nulla che somigli a una trattativa». Lo sciopero generale, secondo la Cgil, «sarà inevitabile perché ci troviamo di fronte a un intervento pesante, che rappresenta un’altra riforma Dini uccidendo la stessa Dini».
Se la posizione della Cgil poteva essere data per scontata, non si mostrano per nulla disponibili neanche Cisl e Uil. Secondo il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, «se hanno già venduto la pelle dell’orso, non possono pretendere di farla conciare a noi». Quanto alla reazione, secondo il segretario confederale della Cisl Pier Paolo Baretta «è il governo che sta programmando uno sciopero generale», spingendo i sindacati nell’angolo. «Nessuno pensi di presentarci un documento precotto».
Il segretario generale aggiunto della Uil, Adriano Musi, bolla come «superficiale» il modo di agire del governo. «Discutere in quattro giorni di previdenza, pensare che noi possiamo rispondere a questo “prendere o lasciare”, mi pare un modo superficiale di trattare il tema della previdenza». Il numero due della Uil ha ricordato che per la stessa maggioranza la riforma è stata «un parto faticoso», per cui non si può pretendere che adesso «i sindacati diano la loro risposta in così poco tempo».
Comunque anche la Uil andrà a vedere le carte del governo nell’incontro fissato. «Certamente ci saremo – dice Musi – per capire che cosa ci viene proposto, di che cosa si discute. Già domani sera faremo le nostre valutazioni. In ogni caso sono convinto che lo sciopero si farà, bisogna solo capire quando».
Sulla previdenza anche il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta, attacca: «Berlusconi dice che la gravità della situazione attuale è stata ereditata dal governo precedente che fece la Dini, ma se così fosse, ora ci sarebbe sul tavolo un progetto di riforma delle pensioni molto più urgente, non dal 2008».
La conclusione di Letta è paradossale solo in apparenza: la nuova riforma non va presa sul serio, perché il differimento a cinque anni «si risolve con un rinvio alla prossima legislatura, quella in cui noi aspiriamo a governare». Quindi il suggerimento è che i sindacati «con lo sciopero generale non diano una patente di legittimità riformista al governo. Se c’è lo sciopero, quella di questo governo passa per una grande riforma».