“Pensioni” Si potrebbe intervenire sulla reversibilità (F. Kostoris)

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

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    PAROLE CHIAVE – LA QUESTIONE PREVIDENZIALE E IL NODO DEI COEFFICIENTI DI TRASFORMAZIONE

      Pensioni, si potrebbe intervenire sulla reversibilità

        Inasprire i requisiti per la titolarità del trattamento ai superstiti. Con una più netta separazione della previdenza contributiva dall’assistenza

          di Fiorella Kostoris

            Al di là delle dichiarazioni ufficiali, quasi silenti sulla questione previdenziale, pare che a Caserta il presidente del Consiglio abbia lasciato intendere di ritenere inevitabile il ridimensionamento dei coefficienti di trasformazione, in ragione dell’aumento dell’aspettativa di vita intervenuto dopo la legge Dini del 1995. Ma gli si oppongono, apertis verbis, la sinistra della sua coalizione e i sindacati, non disponibili a un abbassamento di quei coefficienti, in considerazione del fatto che ogni loro riduzione comporterebbe nel regime contributivo, a parità di altre circostanze, una diminuzione (dal 2015) della pensione annua, già oggi molto esigua per una notevole quota di pensionati: secondo gli ultimi dati Istat-Inps, attualmente ben il 17,2% dei titolari di pensione maschi e il 29,7% delle femmine riceve un beneficio inferiore a 500 euro al mese e un ulteriore 26,7% fra gli uomini e 34,8% fra le donne non supera i 1.000 euro. Sebbene questo argomento sia significativo, rimane vero che, rebus sic stantibus, l’esecutivo ha l’obbligo di modificare i coefficienti di trasformazione per due ordini di motivi: primo, perché altrimenti esso verrebbe giustamente tacciato, in Italia e in Europa, di evasione di una legge dello Stato e tale responsabilità non ricadrebbe sulle organizzazioni sindacali che, nell’articolo 1, comma 11 della Dini, devono essere solo «sentite», bensì esclusivamente sul ministro del Lavoro, di concerto con quello dell’Economia, i quali sono tenuti a «rideterminare ogni 10 anni il coefficiente di trasformazione»; secondo, perché se i coefficienti non fossero variati in relazione all’andamento di vari parametri, crollerebbe un muro portante del sistema contributivo, che gli stessi sindacati per altri versi chiedono di non scalfire mai, anche perché hanno collaborato a scrivere la riforma Dini 12 anni fa.

            Per introdurre una proposta atta forse a uscire da tale impasse, ricordo che nello schema contributivo ogni lavoratore versa una quota del suo salario, oggi il 33% se dipendente, per tutti gli anni della vita attiva, ricevendo in cambio, successivamente, un beneficio pensionistico annuo «corrispondente». A titolo di esempio, ignorando sia la preferenza temporale (quindi il tasso a cui si scontano i trattamenti futuri), sia la presenza di superstiti (dunque la parziale erogazione ad altri della prestazione, dopo la morte dell’assicurato), se il montante al momento del ritiro dal lavoro fosse pari a 60.000 euro e il periodo medio di quiescenza fosse di 20 anni, il coefficiente di trasformazione sarebbe 1 su 20, cioè il 5% (e il beneficio annuo ammonterebbe a 3.000 euro), ma se l’aspettativa di vita a quella stessa età di pensionamento (fortunatamente) salisse a 25 anni, il coefficiente di trasformazione dovrebbe scendere a 1 su 25, cioè al 4% (e la pensione annua calerebbe a 2.400 euro), pena altrimenti la fine del principio stesso contributivo. Perciò i coefficienti di trasformazione sono diversi per differenti età di pensionamento, in esse essendo ineguale la speranza di vita residua.

            L’estensione ai superstiti di una quota della prestazione rende più complicato il calcolo del coefficiente di trasformazione. Il trattamento varia in funzione del numero dei beneficiari e del reddito degli stessi: destinatari della pensione ai superstiti sono il coniuge (anche se separato), i figli minorenni e anche i maggiorenni, se ancora studenti (fino a 26 anni gli universitari) o se inabili al lavoro e a certe condizioni i genitori e i fratelli; l’aliquota di reversibilità del beneficio, di regola, è pari al 60% per il coniuge superstite, incrementata del 20% per ogni figlio, ma è elevata al 70% in presenza di soli figli di minore età, studenti, ovvero inabili, e invece scende (a decorrere da quelle erogate dal 1995) al 45%, al 36% o al 30%, se il beneficiario superstite gode di redditi superiori rispettivamente a 3, 4, 5 volte il trattamento previdenziale minimo.

            In pratica, semplificando la stima della durata media della prestazione pensionistica, a sua volta rilevante per il calcolo dei coefficienti di trasformazione, è necessario tenere presente che al momento del ritiro dal lavoro – nell’arco flessibile tra i 57 e i 65 anni per tutti, con la Dini, e rigidamente fissato a 60 o a 65 anni rispettivamente per donne o uomini, con lo scalone Maroni – l’aspettativa di vita maschile è in Italia minore di quella femminile di circa 4-5 anni, che normalmente le mogli hanno 3 anni in meno del coniuge e che raramente tra i superstiti si trovano altri beneficiari; ne consegue che il periodo in cui è necessario spalmare il beneficio pensionistico è all’incirca una media ponderata fra l’aspettativa di vita al momento della quiescenza delle lavoratrici e quella (di 4-5 anni inferiore) dei lavoratori, quest’ultima però maggiorata dei 7-8 anni di vita residua della moglie superstite, moltiplicati per la probabilità che essa sopravviva e per l’aliquota di reversibilità a lei mediamente dovuta.

            Tre considerazioni sono ora opportune. Nel 1994 l’aspettativa di vita delle lavoratrici era di 23 anni per le 60enni e di 18,7 anni per le 65enni, mentre quella dei lavoratori maschi toccava i 18,4 e i 14,8 anni; un decennio dopo, sono tutte cresciute di circa 2 anni, perché in Italia la speranza di vita sta aumentando di quasi 1 mese ogni 5. Ad esempio i 65enni nel 2004 si attendono di vivere per altri 16,7 anni, se uomini, per 20,6 anni, se donne, con l’implicazione, evidenziata dal Nucleo di valutazione, che bisognerebbe oggi decurtare i coefficienti di trasformazione fra il 6 e l’8%.

            Sulla durata della prestazione pensionistica la reversibilità pesa molto, nei miei calcoli come se si prolungasse l’aspettativa di vita residua dei maschi di 4-5 anni. Inasprire i requisiti per la titolarità del trattamento ai superstiti e limare le aliquote di reversibilità, nel quadro di una sempre più netta separazione della previdenza contributiva dall’assistenza, costituirebbe una compensazione al mancato decremento dei coefficienti di trasformazione. Sarebbe auspicabile che tali cambiamenti si realizzassero nei flussi ai superstiti con il criterio del pro-rata per tutti, tanto più urgentemente quanto più rapidamente si estendesse la platea dei potenziali beneficiari, una volta garantiti i Pacs. Problemi per certi aspetti analoghi si porrebbero anche nella reversibilità dei fondi pensione.

            Infine, in un nuovo approccio su questa materia, sarebbe bene ispirarsi alle best practice altrove vigenti. Da un documento dell’Ocse del 2006, emerge che le vedove che non lavorano ricevono in Italia una pensione ai superstiti, misurata in percentuale dei salari medi, senza eguali fra gli altri grandi Paesi, precisamente pari al 47,3%, a fronte del 20% nel Regno Unito, del 21% in Francia, del 27,5% in Germania, del 33% in Svezia, del 38,6% negli Stati Uniti. Ulteriormente, nel confronto internazionale sulle provvidenze per le vedove occupate, le italiane sembrano ancora una volta privilegiate.

            fiorella.kostoris@tin.it
            in collaborazione con Radio Radicale