“Pensioni” Se il sindacato batte un colpo (M.Giannini)

22/01/2007
    lunedì 22 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pag.7)Economia

      L´ANALISI

      Di fronte alle esitazioni della maggioranza serve una proposta innovativa di Cgil Cisl e Uil

        Se il sindacato batte un colpo

          Se il 2007 deve essere l´anno della
          svolta, mai come oggi governo e
          parti sociali devono impegnarsi per
          evitare ritualità inutili

          Epifani batta un colpo, il riformismo
          di questo centrosinistra oggi chiama
          in causa anche lui

          Massimo Giannini

            LA CENA delle scelte, non la cena delle beffe. Questo sarebbe legittimo aspettarsi, dalla riunione conviviale che ieri sera ha visto seduti allo stesso tavolo, a Palazzo Chigi, Romano Prodi con i suoi vicepremier, i ministri economici e i leader sindacali.

            Qualche decisione seria che trasformi il vecchio e iniquo Stato Sociale fordista in un Welfare per la crescita di stampo laburista. Non la vacua rimasticatura di formule vuote e di impegni generici, già visti e sentiti mille volte. Le premesse del "prima" non fanno ben sperare sulle prospettive del dopo-cena, tra Padoa-Schioppa che confessa di «non aspettarsi molto dall´incontro», Damiano che dichiara «non innalzeremo l´età pensionabile» e Bonanni che avverte «non è ora di parlare di pensioni».

            Verrebbe da chiedersi: su queste basi, che si vedono a fare?

            Se davvero il 2007 deve essere «l´anno della svolta» come vuole il premier, mai come oggi governo e parti sociali devono evitare il rito inutile dell´eterno ritorno. Un esempio: «Il Senato ha approvato il decreto sulle disposizioni urgenti per il pubblico impiego che prevede. il collocamento a disposizione del personale in mobilità d´ufficio che non accetti la nuova destinazione e. il compito delle amministrazioni pubbliche di effettuare periodicamente a campione le verifiche dell´efficienza e della produttività dei servizi e delle strutture. Soddisfatto il ministro della Funzione Pubblica». Questo flash dell´Agenzia Ansa, testuale, non è dell´altroieri. E non sarà neanche di dopodomani. E´ invece datato 19 aprile 1989. Cominciava già allora la tragicomica, donchisciottesca battaglia dei governi di turno contro i mulini a vento delle Amministrazioni Pubbliche.

            Efficienza, merito, mobilità. Tutto era già scritto. Tutto sembrava già fatto. Tutti parevano già «riformisti». Il capo dell´esecutivo, che era De Mita. Il ministro «soddisfatto», che era Cirino Pomicino. La gloriosa Triplice sindacale, che era incarnata da Trentin, Marini e Benvenuto.

            Sono passati diciotto anni, e siamo ancora fermi dove eravamo allora. Un altro «storico» memorandum d´intesa tra governo Prodi e Cgil-Cisl-Uil, che ri-prevede «mobilità, esodi incentivati, meritocrazia». Un ministro troppo coraggioso, Nicolais, che si deve rimangiare in fretta la tesi secondo cui il dipendente pubblico, in caso di riorganizzazione contrattata, potrà «essere spostato automaticamente, senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno».

            Una dirigenza sindacale che ri-sale sulle barricate: o è volontaria, o non è mobilità, ri-gridano in coro Epifani, Bonanni e Angeletti. Che lavori o no, si sposta solo chi vuole, e amici come prima. Il risultato, ancora una volta, è un «falso movimento», estenuante e gattopardesco. Una «svolta riformista», ri-annunciata per la centesima volta, che in realtà non c´è, non esiste, non si realizzerà. Con buona pace di Pietro Ichino e di Mario Pirani, che una settimana fa su questo giornale si chiedeva giustamente (e forse profeticamente) se «la rimozione dei 3-400 mila burocrati di troppo» non fosse, ancora una volta, un´utopia.

            La fantasmatica trattativa sul pubblico impiego è il paradigma perfetto dell´Italia di questi anni: una concertazione ormai improduttiva, un surreale gioco dell´oca: i concorrenti partono, con idee forti e propositi altisonanti.

            Ma dopo percorsi lunghi e tormentati, tra strappi apparenti e ricuciture rassicuranti, tra finte concessioni e vere interdizioni, ri-tornano sempre alla casella iniziale.

            E´ utile riflettere su queste dinamiche, nel giorno in cui il presidente del Consiglio convoca giustamente i sindacati, per rimettere a punto l´agenda delle riforme impostate al vertice di Caserta. Dopo le aspre polemiche sulla Finanziaria, è bene che il governo abbia allargato il tavolo del confronto sui contenuti (crescita e ammortizzatori sociali) e anche sui convenuti (Confesercenti e piccole imprese). Il dialogo limitato a Confindustria e sindacati confederali è asfittico sul piano sociale, e si riduce sempre più spesso a un monologo sul piano politico. Ma l´eterno ritorno che paralizza il Paese, questa volta, non può e non deve intralciare di nuovo il cammino delle decisioni. Il rischio esiste. Non solo sul pubblico impiego, visto che di memorandum triangolari sono già lastricate le vie dell´inferno della Prima Repubblica. Ma anche sulle liberalizzazioni, dove le lenzuolate diventano fazzoletti, le inevitabili tensioni sociali producono improbabili Bicamerali, e ci si spaventa per il primo sciopero dei farmacisti o la prima serrata dei benzinai, dimenticando troppo presto che la riforma minima sui farmaci varata nel luglio scorso ha già fatto scendere del 25% il prezzo di molti medicinali da banco, e che la riforma minima dei distributori negli ipermermercati ipotizzata due settimane fa farebbe risparmiare in media circa 200 euro l´anno a ciascun automobilista.

            E poi, soprattutto, sulle pensioni. I sindacati chiedono al governo e alla maggioranza di parlare con una voce sola. La richiesta è comprensibile e condivisibile. Ma potrebbe essere ri – girata al sindacato stesso. Finora, dalla revisione dei coefficienti all´aumento dell´età pensionabile, Cgil, Cisl e Uil hanno parlato linguaggi diversi. Eppure, qualunque riscrittura del patto intergenerazionale non può non passare attraverso questi due punti cruciali.

            Non c´è bisogno di essere algidi tecnocrati per sostenerlo. Sta scritto, nero su bianco, sul Memorandum che proprio Epifani, Bonanni e Angeletti hanno firmato il 26 settembre scorso a Palazzo Chigi, insieme al governo e alle parti sociali.

            Quel testo si prefigge tre obiettivi: «assicurare l´equità sociale e la sostenibilità finanziaria; migliorare le prospettive per i giovani, sia a breve che a lungo termine; garantire a tutti gli anziani pensioni di importo adeguato». Al punto A) si legge che il completamento del processo di riforma avverrà attraverso «la piena applicazione del regime contributivo e il rafforzamento dei criteri che legano l´età di pensionamento all´importo della pensione tenendo conto della dinamica demografica e salvaguardando la flessibilità nell´accesso alla pensione in aderenza al principio introdotto dalla legge 335/95». Questo significa (o dovrebbe significare) che la rivalutazione dei coefficienti di trasformazione delle pensioni è un impegno già sottoscritto. E dunque non è (o non dovrebbe essere) oggetto di ulteriore trattativa: i sindacati hanno già accettato quel principio undici anni fa, concordando la legge con Dini, e lo hanno ri-confermato quattro mesi fa, siglando il Memorandum con Prodi. Da vertici come quelli di ieri sera le parti dovrebbero uscire con qualche ulteriore passo avanti, non solo con la conferma o peggio con la ri-negoziazione sui passi già compiuti. E´ una vecchia abitudine, che in Finanziaria si è purtroppo ripetuta: Cgil-Cisl-Uil fanno calare dall´alto, come una concessione nuova e sempre sofferta, ciò che è già stato concesso, dalla leggi, dai contratti o dalle prassi.

            Al tavolo del dibattito tra riformisti e radicali che da mesi dilania l´Unione c´è un convitato di pietra, e quel convitato di pietra è proprio il sindacato. Di fronte alle esitazioni e alle divisioni di una maggioranza ancora affetta dalla sindrome del «nessun nemico a sinistra», quale impatto avrebbe una proposta innovativa sul Welfare avanzata dalla Cgil, da troppi anni arroccata in una difesa dell´esistente che non la mette comunque al riparo dalle amare proteste degli operai di Mirafiori? Epifani batta un colpo.

            Il riformismo di questo centrosinistra, oggi, chiama in causa anche lui. E´ proprio necessario che un sindacalista diventi sindaco, per rendersene conto?