Pensioni, sale il no dei professionisti

21/01/2004



      Lunedì 19 Gennaio 2004

      PREVIDENZA


      Le Casse nate dopo il ’96 devono fare i conti con trattamenti minimi e con l’equilibrio dei bilanci
      Pensioni, sale il no dei professionisti
      Criticata la riforma all’esame delle Camere, perché togliendo agli Istituti l’autonomia rischia di aggravare la situazione


      La pensione contributiva come ricetta per la previdenza? La formula, con il meccanismo della capitalizzazione, sperimentata dalle nuove Casse dei professionisti, non si
      è dimostrata senza "controindicazioni". Lo ha spiegato il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, nella relazione 2003, quando ha denunciato l’esiguità delle prestazioni versate ai professionisti e il mancato realizzo dei rendimenti finanziari previsti dalla legge per remunerare" i montanti contributivi. Il "buco", finora, è stato coperto con il gettito dei contributi integrativi. Questi problemi emergono anche dai "focus" pubblicati qui sotto. Inoltre, il Nucleo ha prospettato la necessità di calibrare i coefficienti di trasformazione (previsti dalle legge 335/95) per calcolare le prestazioni in base «alle caratteristiche
      demografiche delle categorie e in funzione dell’equilibrio
      di gestione finanziaria».
      I problemi. E contro l’imposizione delle regole valide per il settore pubblico continua la battaglia delle Casse. Gli Enti, compresi quelli istituiti con il decreto legislativo 103/1996, ribadiscono il "no" al maxi emendamento, presentato dal ministro Roberto Maroni alla delega previdenziale, per ora congelata al Senato (Ddl 2085).
      A parere degli Enti non funzionano né la versione del Ddl licenziata dalla Camera né le modifiche proposte dal governo. C’è un difetto a monte: il fatto che, come spiega Maurizio de Tilla, presidente Adepp (l’associazione delle Casse), «venga messa in discussione l’autonomia normativa, gestionale e contabile riconosciuta dal 1994 a
      tutte le Casse». In merito all’emendamento Maroni, de Tilla (che è anche presidente della Cassa forense) parla di «misure incostituzionali». La proposta Maroni, che coinvolge anche le Casse, «rischia — ribadisce de Tilla — di causare buchi eclatanti nei conti». L’emendamento, infatti, stabilisce l’età del pensionamento di vecchiaia a 60 per le donne e a 65 per gli uomini. «Non si tiene conto — spiega de Tilla — che le nostre regole non prevedono differenze e fissano l’età pensionabile senza alcuna distinzione di sesso, in genere a 65 anni».
      Il "tetto". Il secondo punto dolente riguarda il "tetto" ai
      trattamenti pensionistici di 516,46 euro al giorno (circa
      30 milioni al mese di vecchie lire). «Un limite paradossale — afferma de Tilla — perché le pensioni pagate dagli enti
      privati sono largamente più basse». «Il tetto — gli fa eco Demetrio Houlis, presidente dell’Enpap, l’Ente nazionale di previdenza per gli psicologi — è assurdo e contribuisce a creare false aspettative presso gli iscritti. Va al di là dell’importo massimo erogato da qualunque Cassa: basti pensare che noi stiamo fornendo pensioni di qualche decina di euro al mese».
      Il protocollo d’intesa. Invece, le Casse rilanciano il protocollo d’intesa raggiunto a settembre, dopo mesi di trattative, al ministero del Lavoro, con la mediazione del sottosegretario Alberto Brambilla. L’accordo, sottoscritto dalle Casse aderenti all’Adepp e dalle confederazioni sindacali Con federtecnica e Consilp, riguarda — tra l’altro — il capitolo "totalizzazione" (cioè la somma dei
      contributi sparsi in più gestioni), la possibilità di costituire fondi immobiliari per una gestione più efficace del patrimonio e la previsione dell’assistenza sanitaria integrativa aperta a tutti gli enti (anche quelli di nuova istituzione). Il "pacchetto" — riferisce de Tilla — «ha raccolto un consenso "trasversale", traducendosi già in proposte di emendamenti». D’altro lato, nella prospettiva
      di assegni sempre più commisurati ai versamenti contributivi, la delega cerca di favorire il decollo del secondo pilastro, ammettendo (già nella versione approvata dalla Camera) la possibilità per le Casse
      di gestire direttamente la previdenza complementare.
      Contributi e totalizzazione. Terzo aspetto "caldo" è il
      requisito di 40 anni di contributi per la pensione di anzia
      nità. «Questo tipo di prestazioni — commenta de Tilla
      — ha un impatto ridotto sulle Casse. La regola, che va bene per il pubblico, non si adatta alle nostre realtà: i professionisti iniziano, per la maggior parte, l’attività lavorativa intorno ai 26-27 anni, dopo la laurea, il periodo di tirocinio e l’abilitazione». Infine, c’è l’annosa querelle
      relativa alla totalizzazione dei periodi assicurativi. Il testo
      della delega approvato in prima lettura prevede che possano essere sommati, ai fini del diritto alla prestazione,
      i segmenti contributivi di almeno cinque anni. La pensione, pagata proquota, dovrebbe essere determinata dagli enti in base al sistema vigente in ciascuno. Di contro, il protocollo d’intesa fa riferimento al sistema contributivo (con alcuni coefficienti correttivi per premiare l’anzianità di iscrizione). Questa soluzione si traduce in un risparmio per le Casse che ancora si reggono sul metodo retributivo.

      CHIARA CONTI
      MARIA CARLA DE CESARI