Pensioni rosa nuovo scoglio: uscita a 62 anni

09/07/2007
    lunedì 9 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    PREVIDENZA
    TRATTATIVA INFINITA

      Pensioni rosa
      nuovo scoglio:
      uscita a 62 anni

        Dubbi sull’ipotesi 58-59-96 e spunta il nodo del trattamento di vecchiaia al femminile

          ALESSANDRO BARBERA

          ROMA

          Nella trattativa sulla riforma delle pensioni ora prende corpo anche l’ipotesi di aumentare l’età per le donne. In Italia – caso raro in Europa e nel resto del mondo – il loro addio al lavoro è fissato a 60 anni, contro i 65 degli uomini. Sia il leader della Margherita Francesco Rutelli che l’ex premier Lamberto Dini ora insistono: «Per compensare i maggiori costi dell’ammorbidimento dello scalone occorre farla salire anche per loro». Propongono di farlo su base volontaria e introducendo i contributi figurativi per i periodi di maternità. Rifondazione è disposta ad arrivare fino a 62 anni, ma solo se accompagnata da incentivi. «Pur di evitare di andare a casa troveranno un qualche accordo». Per Umberto Bossi una via d’uscita al rebus pensioni il governo la troverà. Le indiscrezioni raccontano un pressing sempre più forte di governo e sindacati sull’ala radicale. A precisa domanda il responsabile economico di Rifondazione Maurizio Zipponi ieri diceva: «Se non si trova l’accordo il governo cade. E noi certo non vogliamo il ritorno di Berlusconi».

          Già oggi il ministro del Lavoro potrebbe formalizzare la sua ultima ipotesi di mediazione: primo scalino a 58 anni il prossimo primo gennaio, 59 dopo due anni, passaggio al sistema delle «quote» il primo gennaio 2012. Da quel momento il requisito minimo non sarebbe più l’età anagrafica, ma la somma di età e contributi. Se ad esempio si partisse da «quota 96», basterebbero 58 anni e 37 di contributi. Il Tesoro spinge per uno scalino ogni 18 mesi e la partenza delle quote nel 2011, ma se si partisse da quota 96 nel 2012, dopo altri due anni – il primo gennaio 2014 – si potrebbe raggiungere «quota 97», nei fatti l’aumento dell’età a 62 anni e 35 di contributi previsti dalla riforma Maroni.

          Rifondazione è in grado di accettare questo compromesso? Le variabili della trattativa restano molte. Molto dipenderà ora dall’atteggiamento della Cgil, preoccupata di non essere scavalcata a sinistra pena un insostenibile conflitto con l’ala «dura», i metalmeccanici della Fiom. Il numero uno della Cisl Bonanni ieri, rispondendo alle critiche di Eugenio Scalfari su Repubblica, sottolineava di «non apprezzare chi fa di tutti i sindacati un solo fascio. Sullo scalone abbiamo posizioni diverse». In realtà ai piani alti della Cgil il clima è tutt’altro che barricadero: «In linea di principio si può discutere di un mix fra scalini e quote», spiega una fonte. E a quanto pare gli stessi leader sindacali – e in particolare il segretario Cgil Guglielmo Epifani – stanno facendo pressing su Giordano e Bertinotti perché scendano a patti con Prodi e Padoa-Schioppa, che oggi a Bruxelles vedrà al vaglio dell’Eurogruppo il Dpef, un esame informale ma che non arriva sotto i migliori auspici.

          Rifondazione sembra del resto aver già ottenuto ciò a cui teneva di più: una platea molto ampia di lavoratori per i quali lo scalone sarà nei fatti abolito. Su questo punto dall’ala destra della maggioranza non sono arrivati veti. Dovrebbero rientrarci tutti coloro che fanno lavori a turni, i dipendenti delle strutture aperte 24 ore su 24 (ospedali, sicurezza, industrie) e tutti gli operai che lavorano alle catene di montaggio. Non dovrebbero invece esserci incentivi: «Quello previsto dalla Maroni è stato poco efficace, non sarà rinnovato», spiegava ieri Damiano.

          Sull’esito della trattativa il ministro del Lavoro si mantiene abbottonato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) continua la concertazione sulle pensioni basse. Poi definiremo il resto». C’è ancora da trovare l’accordo con i sindacati di categoria su quali debbano essere i pensionati a cui aumentare l’assegno. I sindacati chiedono 40 euro mensili per chi ha versato almeno 20 anni di contributi e percepisce assegni inferiori ai 654 euro al mese, 8.502 euro l’anno. In questo caso l’aumento si distribuirebbe fra i 3 e i 3,5 milioni di persone. Il governo vorrebbe invece garantire l’aumento anche per i pensionati sociali. In quel caso però l’aumento medio da 40 euro medi mensili crollerebbe a 29. Buone notizie infine da Damiano sul fronte del conferimento del Tfr alla previdenza complementare: «Secondo gli ultimi dati a giugno l’adesione ha raggiunto il 40% dei dipendenti privati».