Pensioni, riforme in salita per tutti i Paesi

23/10/2002


          23 ottobre 2002



          COMMENTI E INCHIESTE
          Il nuovo Welfare
          1 – Pensioni…
          2 – Spagna
          3 – Germania
          4 – Francia


          Pensioni, riforme in salita per tutti i Paesi


          ROMA – Incentivare la permanenza al lavoro, alzare il tasso di occupazione, ridurre il peso contributivo e spianare la strada alla previdenza complementare. Sono le quattro tappe che alcuni dei principali Paesi europei considerano strategiche nel cammino verso la definitiva riorganizzazione del sistema pensionistico. Che, sulla base delle indicazioni già fornite dalla Ue, dovrebbe culminare entro il 2010 nell’innalzamento di almeno cinque anni dell’età effettiva di pensionamento. Tappe e percorsi alternativi saranno discussi da oggi a Bruxelles durante la "sessione previdenziale europea" nel corso della quale tutti gli Stati membri illustreranno alle commissioni sulle politiche sociali ed economiche la situazione interna e si confronteranno sulle prospettive per il futuro. Con due emergenze da fronteggiare: il progressivo invecchiamento della popolazione e la precaria sostenibilità dei sistemi pensionistici. Divergenze. Naturalmente tra i singoli Paesi non mancano le differenziazioni sulle misure da adottare, dovute anche alla diversa tempistica degli interventi: Spagna e Germania difendono le riforme realizzate recentemente mentre Francia e Italia si dichiarano pronte ad attuare nel 2003 un nuovo riassetto d’intesa con le parti sociali. I tedeschi non prospettano misure aggiuntive a quelle già varate nel 2001 e definiscono ambizioso l’obiettivo europeo di far salire al 50% nel 2010 il tasso di occupazione dei lavoratori compresi tra 55 e 64 anni. Un obiettivo che la Spagna conta di centrare per effetto degli interventi già intrapresi e soprattutto della crescita economica: non a caso nel rapporto spagnolo si ricorda che nel 2040 la spesa previdenziale inciderà sul Pil per poco più del 12% (circa 3 punti in meno rispetto all’Italia). Il confronto sulla necessità di definire una strategia comune, almeno sui principi guida, potrebbe dunque non rivelarsi del tutto in discesa. Italiani e francesi sembrano propensi a giocare carte se non proprio identiche quanto meno simili. Prime fra tutte quelle degli incentivi per favorire il rinvio dei pensionamenti (che l’Italia ha già introdotto nella delega previdenziale all’esame del Parlamento), del maggiore "appeal" della previdenza complementare e della necessità di accrescere l’occupazione. Ed entrambi i Paesi sono intenzionati a realizzare la riforma il prossimo anno, anche se nel rapporto italiano, messo a punto per conto del ministero del Welfare, dalla commissione coordinata da Giuliano Cazzola (che illustrerà a Bruxelles il documento), questa scadenza non viene evocata. Poche le misure strutturali. In ogni caso nella maggior parte dei documenti, compresi quelli italiano e francese, il riferimento al ricorso a misure strutturali appare abbastanza limitato. Anche se proprio questa è una delle richieste, insieme alla diminuzione del carico contributivo e al decollo della previdenza integrativa (già una realtà, ad esempio, in Gran Bretagna), che arriverà dalla Ue. La Francia non sembra intenzionata a mettere mano alle attuali norme sull’età minima di pensionamento e sul livello del prelievo obbligatorio. Il Governo italiano ammetterà che la fase di transizione scaturita della riforme degli anni 90 è troppo lunga e ricorderà che continua a farsi sentire in qualche modo il peso delle pensioni di anzianità. Ma ribadirà che la strada che intende percorrere è quella della delega varata a fine 2001, a partire dalla decontribuzione sui neo-assunti e dall’uso del Tfr per i fondi pensione. Insomma, nessun ricorso a disincentivi o a tagli dei trattamenti anticipati. Del resto, ieri il vicepremier Gianfranco Fini è stato inequivocabile: «Noi siamo vincolati al rispetto del Patto per l’Italia, che esclude interventi di carattere strutturale sulla riforma delle pensioni. Delle due l’una: o rispettiamo il Patto o cambiamo le pensioni». Ma – ha aggiunto Fini – «non si può intervenire in contrasto con le parti sociali».
          Rossella Bocciarelli
          Marco Rogari



          SPAGNA: Il sistema può contare su un surplus dal ’99

          Il pieno effetto dell’invecchiamento della popolazione si manifesterà in Spagna più tardi che negli altri Paesi, sostiene il documento di Madrid. Le ultime proiezioni al 2040 valutano infatti che per quella data la spesa previdenziale spagnola sarà compresa fra il 12,05% e il 12,66% del Pil, a seconda delle variabili utilizzate. Il documento governativo sottolinea che il sistema previdenziale spagnolo ha mostrato un surplus negli ultimi anni per effetto di una performance positiva dell’economia e del mercato del lavoro oltre che per effetto di alcune misure di policy adottate dal Governo in anni recenti, come la definitiva separazione delle forme di finanziamento del sistema di sicurezza sociale (i benefici universali vengono finanziati con tasse e quelli di natura specifica vengono finanziati con contributi) o l’introduzione di un sistema di pensionamento flessibile che permette di continuare a lavorare a part-time oltre l’età di pensionamento e riduce i contributi sociali alle imprese che impiegano lavoratori ultrasessantenni con contratti a tempo indeterminato. I surplus del sistema previdenziale esistono dal 1999 e hanno generato un fondo di riserva che attualmente è pari all’1% del Pil. Per tutti questi motivi, il Governo spagnolo appare molto ottimista anche con riferimento ai criteri Ue della capacità di offrire trattamenti previdenziali a un livello adeguato e della sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale. Sul primo versante, il documento ricorda che in Spagna sono stati introdotti meccanismi per sostenere le pensioni minime e altri trattamenti come le pensioni di reversibilità, quelle di invalidità e le altre assistenziali. Sul secondo terreno si ricorda che le disposizioni del piano nazionale per l’occupazione e una forte ripresa hanno molto incrementato il numero dei lavoratori che sostiene con i propri contributi il sistema di sicurezza sociale.

          GERMANIA: Si punta alla crescita del tasso d’occupazione

          La riforma previdenziale realizzata nel 2001 – come spiega il documento tedesco – mira a frenare l’incremento della contribuzione e a impedire che i contributi siano superiori al 20% nel 2020 o al 22% nel 2030. Inoltre diminuisce moderatamente il tasso di sostituzione di riferimento, portandolo dall’attuale 70% al 67% dello stipendio. Il terzo traguardo è quello di fornire un complemento alla previdenza obbligatoria attraverso la realizzazione di un nuovo tipo di pensione (Riester Rente) che è accessibile sia attraverso uno schema di pensione integrativa collettivo sia attraverso uno schema individuale ed è fortemente finanziata attraverso il bilancio pubblico: il sussidio complessivo ammonterà a 12,7 miliardi di euro nel 2008. Nel lungo periodo i tedeschi non si attendono di incontrare grossi problemi in quanto a garanzie di un livello pensionistico adeguato, perché la formula per l’aggiustamento previdenziale tiene conto dello sviluppo dei salari. Inoltre – si sottolinea – il livello del tasso di sostituzione previsto dalla riforma (67-68% del reddito da lavoro) è pur sempre un livello adeguato a garantire il tenore di vita. In terzo luogo l’entrata in vigore della Riester Rente dovrebbe contribuire a garantire un’adeguata copertura, anche perché essa è espressamente mirata al sostegno dei gruppi a basso reddito. Essenziale per la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale è poter disporre di un elevato tasso di occupazione: in Germania – sostiene il documento – questo tasso è stato pari al 65,4% nel 2000 e il Paese conta di centrare l’obiettivo di Stoccolma, pari un tasso di occupazione del 67% nel 2005, e quello di Lisbona, pari al 70% nel 2010. L’obiettivo intermedio previsto per l’occupazione femminile (un tasso del 57% entro il 2005) è stato già ottenuto. Delle difficoltà si registrano per i lavoratori anziani: l’obiettivo di un tasso del 50% nel 2010 per il gruppo d’età tra i 55 e i 64 anni è giudicato ambizioso.

          FRANCIA: Allo studio gli sconti sulla «complementare»

          Incentivi a rimanere sul posto di lavoro il più a lungo possibile, sconti fiscali per la previdenza complementare e sviluppo della solidarietà intergenerazionale. Queste le linee guida della riforma delle pensioni proposta dal Governo francese, che punta ad aprire un confronto a tutto campo con le parti sociali dall’inizio del prossimo anno per arrivare all’emanazione delle nuove norme entro giugno. Il tutto senza mettere mano né alle attuali norme sull’età minima di pensionamento, né sul livello di prelievo obbligatorio. Il documento che il Governo francese consegnerà oggi alla Commissione europea indica quale obiettivo prioritario quello di fare fronte al boom dei pensionamenti della generazione del dopoguerra e all’allungamento della speranza di vita. Nel 2004 – stima la Francia – gli ultrasessantenni saranno uno su tre, mentre oggi sono uno su cinque. Un’evoluzione che potrà essere «solo parzialmente» compensata dal miglioramento del tasso di attività e del tasso di impiego. «Nel medio termine – si legge nel documento – il Governo intende avvicinarsi a una situazione di piena occupazione privilegiando in particolare i giovani attraverso un sistema di esoneri dai prelievi sociali che saranno presi in carico dalla collettività». Senza elevare gli attuali livelli di versamenti contributivi, poi, la Francia intende favorire l’allungamento dell’età media effettiva di pensionamento attraverso più elevati livelli di sicurezza sul lavoro, di formazione continua, di prevenzione degli infortuni e di supporto in favore degli addetti alle attività usuranti. Il tutto, però, anche senza modificare le regole sull’età per la pensione. E siccome nel 2004 le pensioni saranno pari in media «solo» al 64% dell’ultimo stipendio (contro il 78% di oggi), un ruolo fondamentale dovrà essere svolto dalla previdenza complementare, da incentivare attraverso la leva fiscale.
          M.Pe.