“Pensioni” Rifondazione mette i paletti

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

      Pagina 10/11 – Primo Piano

        LA LINEA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA

          Uno «scudo» per gli operai,
          così Rifondazione mette i paletti
          per trovare l’accordo sull’età

            Enrico Marro

            ROMA — «In ogni caso una penalizzazione degli operai, quelli a cui si è riferito il presidente della Repubblica, sarebbe inammissibile». Così il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ieri sera al Tg1. A tre giorni dal convegno, giovedì prossimo, nel quale Rifondazione comunista presenterà la sua proposta di riforma delle pensioni, il leader del partito ha fissato il punto irrinunciabile per la sinistra radicale: la difesa degli operai, cioè di circa 8 milioni di lavoratori, uno su tre.

            Se il resto della coalizione di maggioranza saprà cogliere questo segnale politico, si potrà aprire una trattativa costruttiva e magari arrivare a uno di quei «compromessi avanzati», come li chiama il ministro dello Solidarietà Paolo Ferrero, che hanno consentito finora a Romano Prodi di restare a Palazzo Chigi. Insomma, se lo scalone introdotto dalla riforma Maroni (età minima per la pensione a 60 anni dal 2008) verrà tolto di mezzo e gli operai potranno continuare ad andare a riposo a 57 anni, sugli altri lavoratori si potrà discutere se e come mandarli in pensione più tardi, anche molto più tardi. Le proposte che Rifondazione illustrerà giovedì mattina e che verranno discusse nel pomeriggio in una tavola rotonda con i segretari di Cgil, Cisl e Uil non conterranno ovviamente alcun aumento obbligatorio dei requisiti (età e anni di contributi). Fisseranno però molti paletti a tutela di un’ampia platea di lavoratori. Secondo i dati Istat, i dipendenti privati e pubblici con la qualifica di operaio sono 7 milioni 900 mila: quasi tre milioni nell’industria, uno nelle costruzioni, 900 mila nel commercio, 500 mila negli alberghi e ristoranti, 400 mila in agricoltura e così via.

            Agli operai, spiega Maurizio Zipponi, ex Fiom-Cgil, che a nome della segreteria illustrerà giovedì le proposte di Rifondazione, bisogna aggiungere altre due categorie: «i lavoratori turnisti», cioè quelli impegnati anche di notte, e le attività «particolarmente stressanti, che sono individuabili secondo precisi indicatori internazionali che, per esempio, consentono di distinguere tra una maestra d’asilo (stressante) e un professore universitario (non stressante)». Zipponi non vuole far numeri su quanti dovrebbero essere tutti i lavoratori da salvare, «ma certo si tratta di milioni di persone». Per gli altri, quelli che fanno professioni intellettuali o comunque gratificanti, «ci vuole un sistema flessibile che permetta loro di scegliere se andare in pensione più tardi e ciò produrrà di per sé un aumento dell’età pensionabile», senza bisogno di alcun obbligo e forse neppure di incentivi, spiega Zipponi, perché questi lavoratori restano volentieri più a lungo in attività.

            Al contrario degli operai, dei turnisti e di chi fa lavori stressanti, continua il dirigente di Rifondazione, per i quali bisogna garantire quella speciale tutela «già prevista dalla Dini». Ma non più attraverso l’individuazione dei cosiddetti «lavori usuranti», perché «si sono fatti già tre tentativi senza successo e i lavoratori… sono usurati dalla discussione sugli usuranti», bensì appunto ricorrendo a criteri oggettivi. Che poi garantire a 8-9 milioni di lavoratori di poter andare in pensione ancora a 57 anni (e forse anche meno per i lavori più duri) possa mettere a rischio i conti della previdenza è un argomento respinto in toto dal partito di Bertinotti.

            «Stiamo lavorando a questo convegno da alcuni mesi, con una commissione di esperti che hanno raccolto dati incontestabili. Dimostreremo quanto si è risparmiato in dieci anni con la Dini e, proiettando la spesa, mostreremo che non siamo in una condizione di allarme», sostiene Zipponi. E i 9 miliardi di risparmi annui a regime assicurati dalla riforma Maroni? «Poi si spenderebbe di più, perché bisognerebbe pagare pensioni più pesanti», risponde. E comunque, dice Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo, vicinissimo a Bertinotti, si può provvedere con il «massiccio e inaspettato aumento delle entrate». Del resto, per Rifondazione, le pensioni non si tratta di ridurle ma di aumentarle. Sia quelle minime ora, sia quelle dei giovani che andranno col sistema contributivo. Per questo, altro che revisione dei coefficienti di calcolo! Ci vogliono invece i contributi figurativi per i lavoratori atipici che, dice Zipponi, «ammesso che raggiungano 40 anni di contributi, riceveranno una pensione che non è pari nemmeno alla metà dello stipendio mentre con il sistema precedente alla Dini (il retributivo, ndr) avrebbero preso l’80%». Con la riforma delle pensioni, conclude, si deve insomma «riparare a una rottura generazionale clamorosa». Tutto il resto viene dopo. Compresa la previdenza integrativa per la quale, sottolinea Gianni, resta aperto uno spiraglio nella Finanziaria alla proposta di Rifondazione di poter destinare il Tfr anche all’irrobustimento della pensione Inps: «Al comma 760 c’è scritto che la cosa potrà essere presa in considerazione già quando il ministro del Lavoro dovrà fare la prima relazione al Parlamento sul Tfr».

            Dal convegno di giovedì uscirà insomma un partito della Rifondazione comunista per nulla in difesa e tutto all’attacco sulle pensioni. Teso a dimostrare che i lavoratori hanno già dato, che il sistema non può chiedere loro altri sacrifici, che le pensioni vanno aumentate, che lo scalone deve saltare: «Lo abbiamo scritto nel programma e dobbiamo essere credibili», dice Zipponi. Ma come la mettiamo con la durata media della vita che continua ad allungarsi,superando gli 80 anni? È conciliabile questa buona notizia con un’età pensionabile a 57 anni? La media, nella previdenza, non ha senso, ha detto più volte Bertinotti e ripetono i suoi. Chi fa un lavoro duro campa meno e quindi deve andare in pensione prima, taglia corto Zipponi. «Chiarito ciò, per chi non è in questa condizione ci saranno criteri che aiuteranno i lavoratori a scegliere di andare in pensione più tardi».

            Suggeriscono i più stretti collaboratori di Bertinotti: «Una cosa è l’intellettuale, il politico, il cattedratico, un’altra l’operaio, il lavoratore manuale. Il presidente un segnale lo ha dato. Basta saperlo cogliere e la discussione si può aprire…». Dietro la posizione dura c’è insomma la voglia di accordo.