Pensioni: Rifondazione boccia le quote

19/07/2007
    giovedì 19 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    Retroscena
    La difficile trattativa

      Rifondazione
      boccia le quote
      “Solo fra 3 anni”

        STEFANO LEPRI

        ROMA
        L’anno prossimo in pensione con 58 anni di età e 35 di contributi, invece dello scatto a 60 anni previsto dalla legge Maroni; e poi dal 2010, o da metà 2009, con 58 anni di età e 37 di contributi, oppure 59 e 36, 60 e 35. Questo potrebbe essere alla fine l’accordo nel «protocollo di intesa» che Romano Prodi presenterà oggi su pensioni, mercato del lavoro, precari, produttività. I sindacati vogliono fare presto, e sono ben disposti ad accettarlo. Rifondazione comunista, per ora, continua a dire no.

        Tutto si gioca, ancora, sullo «scalone», il passaggio a 60 anni dell’età minima per la pensione di anzianità dal 2008, deciso dal centro-destra nel 2004; riguarda, in tutto, ottantamila lavoratori dipendenti. «Siamo sul filo del rasoio – spiega Morena Piccinini, segretario confederale Cgil – perché le carte sono ormai tutte sul tavolo, ma la combinazione in cui ci verranno proposte non dipende più dai conti, dipende dalle mediazioni politiche».

        Di nuovo ieri Rifondazione ha dato l’alt a ipotesi di intesa su cui il consenso di Cgil, Cisl Uil era più che probabile. Oggi, per replicare a Emma Bonino, il Prc pubblicherà su un grande quotidiano una pagina con le sue cifre sulle pensioni; tenta di dimostrare che abolire la legge Maroni «come da programma dell’Unione» non violerebbe gli impegni europei di mantenere stabile la spesa pensionistica. «Facciamo diventare di sinistra il far di conto» sostiene il responsabile lavoro di Rifondazione, Maurizio Zipponi.

        I conti del Tesoro e della Commissione europea, ovviamente, restano molto diversi. Cgil, Cisl e Uil accettano un percorso graduale che arrivi in più anni a stringere i requisiti per la pensione di anzianità, invece di innalzarla bruscamente come fa la legge Maroni. Il primo dei passi, o «scalini», età minima a 58 anni dal 2008, ha ormai il consenso di tutti. E’ ancora materia di negoziato il secondo passo di questo percorso, da compiere con il sistema delle «quote» (non più due requisiti separati, età e contributi, ma uno solo, somma dei due).

        Il governo cercherà di proporre quota 96 nel 2010 (dunque 58 anni di età più 38 di contributi, o 61 di età e 35 di contributi e le varie soluzioni intermedie). I sindacati l’accetterebbero con qualche difficoltà. Anche per evitare un no di Rifondazione, si potrebbe scendere a quota 95, con un percorso più lungo che ugualmente termini a quota 97 (58+39, 59+40). Al momento, Rifondazione accetta soltanto il primo passo, fino a 58 anni, «per poi verificare tra 3 anni i risultati» dice Zipponi.

        Chi fa lavori definiti «usuranti» continuerà a poter lasciare con 57 anni di età e 35 di contributi, come adesso; ministero del Lavoro e sindacati hanno impostato i criteri, la cui definizione prenderà tempo, per individuare i lavori usuranti; in concreto dovrebbero essere esentati 10-20 mila dei circa 85.000 lavoratori dipendenti che compiranno i 57 anni con 35 anni di contributi nel prossimo triennio. Su questa base «sarebbe irresponsabile» rinviare un accordo, afferma con forza il leader della Cisl Raffaele Bonanni.

        I coefficienti di calcolo delle pensioni contributive, problema non urgentissimo ma di capitale importanza per l’equilibrio di lungo periodo della previdenza, saranno rinviati a una commissione tecnica. Si dovranno ricalcolare i parametri tenendo conto dei flussi migratori e della crescita del lavoro flessibile, ma a parità di risultati; in seguito la revisione sarebbe triennale e non decennale.

        Il «protocollo di intesa» che il governo presenterà oggi alle forze sociali comprende anche alcune modifiche alla legge Biagi, soprattutto per evitare che sia eluso il divieto di rinnovare i contratti a tempo oltre un certo limite. Inoltre dovrebbe crescere di molto il fondo disponibile per sgravi contributivi agli aumenti salariali aziendali, come chiedono Confindustria, Cisl e Uil.