Pensioni, resta lo «scalone»

11/02/2004


11 Febbraio 2004

Pensioni, resta lo «scalone»

Accordo si Tfr e neoassunti
Gli industriali protestano per gli interventi sulla decontribuzione
«Decade la coerenza di tutto l’impianto»
Roberto Giovannini

ROMA
Roberto Maroni – e soprattutto Giulio Tremonti – rimettono in riga la maggioranza di centrodestra sulla riforma delle pensioni. Il vertice al ministero del Welfare cui hanno partecipato rappresentanti della maggioranza di Camera e Senato non ha risolto il nodo fondamentale del contendere, ovvero l’irrigidimento dei criteri per il pensionamento di anzianità dal 2008. Se ne riparlerà giovedì, in un nuovo incontro Esecutivo-maggioranza.

Ma appare chiaro che An e Udc per ora non riescono a ideare una soluzione alternativa in grado di rendere più graduale lo «scalone» e – insieme – conseguire lo stesso risparmio previsto per le casse dello Stato, ovvero lo 0,7% del Pil annuo. Le uniche concessioni concordate ieri sono il virtuale affossamento della decontribuzione per i neoassunti e il criterio del silenzio assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione. Per i «dialoganti» – ormai spuntata l’arma della verifica politica di governo – gli spazi di manovra si stanno riducendo a zero.
E da Bruxelles, dove i ministri dell’Ecofin hanno espresso dubbi sulle prospettive dei conti italiani, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti di nuovo più che mai in sella ribadisce che sulle pensioni il governo terrà fede agli impegni.
Abbandono della decontribuzione e «silenzio-assenso» per il Tfr erano due delle tre cose che i sindacati volevano eliminare dalla delega previdenziale. E ieri, al termine del vertice, il sottosegretario al Welfare Pasquale Viespoli (Maroni era a Parigi) ha ufficializzato che lo sconto sui contributi per i nuovi assunti sarà virtualmente abbandonato. La norma, fortemente voluta dagli industriali e altrettanto fortemente osteggiata dai sindacati, finirà probabilmente su un binario parlamentare «morto», ovvero nella delega 848-bis, che contiene la modifica dell’articolo 18 concordata con Cisl e Uil nel 2002 e i nuovi teorici stanziamenti per gli ammortizzatori sociali. Un provvedimento che è rimasto pateticamente inchiodato in Parlamento, e che molto difficilmente (a meno di improbabili miracoli) vedrà mai davvero la luce. Del resto, la decontribuzione (uno sconto sui contributi pagati dalle imprese per i nuovi assunti, teoricamente a parità di prestazione pensionistica) è un provvedimento che ha un costo per lo Stato: inizialmente basso, gradualmente sempre più alto. Difficile immaginare che in tempi di vacche magre si possano liberare risorse per una misura che palesemente contraddice l’esigenza di ridurre la spesa previdenziale.
Quanto allo «scalone», per adesso le modifiche suggerite dalla maggioranza – caso dell’ipotesi di «quota 96» voluta da An e Udc – non riescono a far quadrare i conti dei risparmi. Sembra dunque prendere quota una semplice graduazione del passaggio ai 40 anni di contributi a partire dal 2008: soluzione già da mesi predisposta (e considerata il punto di caduta possibile) al ministero dell’Economia. Se così fosse, Tremonti salverebbe la sostanza della riforma, che è considerata al Tesoro la fondamentale garanzia della credibilità della finanza pubblica italiana in Europa e sui mercati. Ieri Maroni ha garantito che non ci sarà nessun rinvio della riforma, che verrà presto illustrata ai sindacati, e soprattutto sembra aver impegnato i partiti di maggioranza a un cammino spedito del provvedimento in Parlamento. Chiarissimo anche il commento di Tremonti: «La materia delle pensioni ha da tempo cessato di essere solo materia di welfare – ha detto dopo l’Ecofin – ed è diventata parte della discussione sulla sostenibilità dei bilanci pubblici. C’è un forte interesse del paese alla riforma. Sono convinto che manterremo gli impegni».
Tra i commenti, scontato il no di Confindustria all’affossamento della decontribuzione: così «decade la coerenza dell’impianto complessivo della riforma». Dal centrosinistra, si considera quanto deciso ieri un passo indietro del governo: «Il governo faccia ancora un passo indietro, quello decisivo. Tolga di mezzo lo scalone del 2008 e sposti la verifica sull’andamento del sistema pensionistico italiano al 2005, così come prevede la riforma Dini», dice il diessino Renzo Innocenti. E Francesco Rutelli afferma che è merito della Margherita se il governo «ha fatto marcia indietro». Una linea condivisa dal leader Cisl Savino Pezzotta, secondo cui si tratta di due «vittorie del sindacato: la nostra posizione sta mutando quella che era la posizione del governo». Per la Uil, Luigi Angeletti dice che «se scomparirà anche l’emendamento relativo all’innalzamento a 40 anni» al sindacato «andrà benissimo». In casa Cgil, invece, si ha la certezza che ormai la delega, nella parte fondamentale non cambierà: «non c’è una reale volontà di cambiamento radicale», afferma il segretario confederale Morena Piccinini.

Il timore di Guglielmo Epifani è che Cisl e Uil si accontentino delle correzioni fin qui ottenute. Lasciando ancora una volta sola la Cgil.