Pensioni, regime unificato per chi cambia lavoro

16/09/2003

ItaliaOggi (Lavoro e Previdenza)
Numero
219, pag. 41 del 16/9/2003
di Luigi Chiarello



La Commissione europea lancia una consultazione con le parti sociali.

Pensioni, regime unificato per chi cambia lavoro

Bruxelles preme sull’acceleratore in materia di riforma delle pensioni, rivolgendosi direttamente alle parti sociali. La richiesta è esplicita: sindacati e padronato devono esercitare il loro ruolo per favorire la mobilità e adattare i regimi pensionistici professionali affinché le persone che cambiano impiego o interrompano la loro carriera non subiscano più perdite eccessive nei loro diritti alla pensione professionale.

Nei pensieri della commissione Ue c’è soprattutto la tutela delle garanzie acquisite, la cui perdita costituisce un disincentivo alla mobilità dei lavoratori e alla flessibilità. Ma anche un obiettivo: raggiungere il livello di nuovi posti di lavoro programmatico prefissato dal Consiglio europeo di Lisbona nel 2000 e attuare l’Agenda europea per la politica sociale. Secondo Bruxelles, cambiando occupazione, i lavoratori subiscono una diminuzione dei diritti previdenziali acquisiti di tipo professionale. E ciò avviene soprattutto quando lo spostamento riguarda due o più stati membri. Bruxelles individui subito alcuni fattori che impediscono ai lavoratori di cambiare occupazione. E ne chiede il cambiamento. Nel mirino della commissione finiscono, in particolare, tutti gli stati membri, tra cui l’Italia, in cui i lavoratori devono abitualmente rimanere cinque anni presso lo stesso datore di lavoro prima di aver diritto a una pensione professionale. In tali paesi se un lavoratore decide di andare altrove durante questo periodo, egli non acquisirà diritti a pensione per per lo stesso periodo. Ma Bruxelles non si ferma qui. Secondo la commissione alcune sofferenze derivano anche dal fatto che non tutti gli stati prevedono rivalutazioni, in parallelo con l’inflazione, dei diritti acquisiti in quiescenza, lasciati da un lavoratore quando questo si sposta ad un altro lavoro. Dunque non ci sarebbe la necessaria tutela sui diritti acquisiti dagli effetti dell’inflazione. Infine, denuncia l’esecutivo comunitario ´non è sempre possibile trasferire i diritti a pensione tra regimi di tipo diverso o a un regime in un altro stato membro’.

La ricetta di Bruxelles. Per la commissione, si potrebbe trovare una soluzione nella riduzione graduale dei periodi richiesti per aver diritto a una pensione, o il riconoscimento di periodi importanti di lavoro in un altro stato membro. I lavoratori dovrebbero poter optare se vogliono mantenere i loro diritti acquisiti a pensione nel regime originario oppure trasferirli ad un altro, incluso in un altro Stato membro. Si dovrebbe fare in modo che i diritti acquisiti in quiescenza lasciati da un lavoratore in un regime pensionistico di un datore di lavoro precedente non subiscano troppo gli effetti dell’inflazione. Le attese. L’esecutivo comunitario ieri ha lanciato la consultazione delle parti sociali, ma ha avvertito: ´in linea di massima ci si aspetta una risposta entro sei settimane se vi sarà una decisione di negoziare un contratto collettivo, ciò dovrà essere fatto entro nove mesi’. Se le parti sociali non agiranno, Bruxelles ´proporrà essa stessa una legislazione’. L’attuale legislazione Ue già protegge i diritti statutari alla pensione dei lavoratori migranti, garantendo uguale trattamento a coloro che cambiano lavoro nell’ambito di un paese e al di là delle frontiere e regolamentando la costituzione di fondi pensionistici a livello europeo. Anna Diamantopoulou, commissario in carica dell’occupazione e degli affari sociali ha dichiarato in proposito: ´Abbiamo esaminato e analizzato il problema del trasferimento dei diritti a pensione con tutte le parti interessate. Un’azione a livello europeo s’impone chiaramente per fare in modo che i lavoratori non vedano i loro diritti diminuiti quando cambiano lavoro, e conto particolarmente sulle parti sociali per fare un passo decisivo nella buona direzione’.