Pensioni: Quando la sinistra diceva «sì»

09/07/2003




      Martedí 08 Luglio 2003

      Tempi che cambiano
      la linea di Veltroni e Cofferati nel 2000
      Quando la sinistra diceva «sì»
      ROMA – Riformare le pensioni da sinistra e nell’equità.
      Così alla fine dell’agosto del ’99, con il Governo D’Alema alle prese con le prime bozze della Finanziaria
      2000, l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, aveva
      sostanzialmente motivato la proposta di estendere subito
      a tutti i lavoratori il metodo di calcolo contributivo nella forma pro rata. Una proposta che fu subito "sostenuta"
      dal numero due e dal leader della Cgil dell’epoca, rispettivamente Guglielmo Epifani e Sergio Cofferati,
      nell’ambito di quella che fu definita un’azione combinata.
      I risultati furono tutt’altro che positivi visti i malumori
      (anche se non diffusi) nella Quercia e, soprattutto, la netta spaccatura creatasi tra i sindacati con Cisl e Uil, guidate da Sergio D’Antoni e Pietro Larizza, fortemente contrarie a questa misura.
      Ma l’iniziativa dell’accoppiata Veltroni-Cofferati, ai quali aveva preparato la strada l’allora presidente dell’Inps,
      Massimo Paci, rappresentava soltanto un tappa del cammino intrapreso nella seconda metà degli anni 90
      dalla sinistra e, in particolare, dai Ds verso la meta
      del cosiddetto "contributivo per tutti".
      Una meta giudicata fondamentale per completare il
      processo di riorganizzazione del Welfare all’insegna
      dell’equità. Tant’è vero che proprio Veltroni inserì
      l’estensione del contributivo a tutto campo tra i punti principali della mozione presentata in qualità di segretario al congresso della Quercia a Torino (gennaio 2000). L’anomalia venutasi a creare con il varo della riforma Dini, insomma, doveva essere corretta al più presto.
      E questa resta opinione diffusa in gran parte del’Ulivo. Tiziano Treu (Margherita), uno dei padri della riforma Dini, e Paolo Onofri, già consigliere economico di Romano Prodi, anche nei mesi scorsi hanno ripetuto che uno dei correttivi auspicabili è proprio il "contributivo per tutti". Quanto all’anomalia, se fosse dipeso soltanto dalla Cgil, non ci sarebbe mai stata.
      Estate 1995. Già durante la trattativa che precedette
      l’accordo del 1995 tra Governo e sindacati sulla riforma
      Dini il sindacato di Corso Italia, all’epoca guidato da
      Cofferati, si espresse a favore del "contributivo per tutti".
      Ma, alla fine, la Cgil decise di non opporsi alla introduzione della cosiddetta linea di demarcazione dei 18
      anni di contributi tra "retributivo" e "contributivo" voluta
      da Cisl e Uil.
      Febbraio 1997. Nel febbraio ’97 la «Commissione per la riforma dello Stato sociale» istituita dal Pds, della quale avevano fatto parte, tra gli altri, Nicola Rossi, D’Alema, Paci e Laura Pennacchi elaborò un documento in cui si faceva riferimento alla necessità di applicare rigorosamente il principio contributivo.
      Marzo 1997. I lavori della commissione Onofri, che era
      stata incaricata dall’allora premier Prodi di stendere un
      rapporto sullo stato di salute del Welfare in Italia, giungono alla fase finale. Nel capitolo sulle pensioni, preparato, tra gli altri, da Nicola Rossi (consigliere economico di D’Alema), si proponeva di puntare al "contributivo prorata" per tutti.
      Autunno 1997. Nel corso della trattativa che precede il
      varo della riforma Prodi, la Cgil fa nuovamente capire
      di essere favorevole ad applicare il "contributivo"
      a tutto campo, ma Cisl e Uil ribadiscono il loro «no».
      Primavera 1999. Paci, all’epoca presidente dell’Inps, torna più volte a rilanciare la proposta del "contributivo
      per tutti".
      Maggio-giugno 1999. Alla fine di maggio del ’99, alla vigilia della stesura del Dpef, l’allora premier D’Alema
      afferma che occorre correggere le anomalie e «le nicchie di privilegio» del sistema pensionistico. E in giugno lo
      stesso D’Alema propone (senza risultati) ai sindacati
      uno «scambio» in cui rientrano interventi sulle pensioni
      di anzianità.
      Autunno 1999. Veltroni prima e Cofferati poi rilanciano
      l’idea del contributivo per tutti. Ma, anche per il durissmo
      braccio di ferro tra Cofferati e l’allora leader della Cisl D’Antoni, l’operazione si blocca sul nascere.

      M.ROG.


      Contributivo: cronistoria di un odio-amore

      La linea D’Alema.
      Il 22 giugno ’99, alla vigilia della stesura del Dpef, l’allora premier Massimo D’Alema lascia intendere di voler intervenire sulle pensioni di anzianità. E, per centrare questo obiettivo, afferma di essere intenzionato a proporre uno «scambio» ai sindacati: abolizione del divieto di cumulo tra reddito da lavoro e pensione in cambio di un intervento sui trattamenti anticipati. Un’iniziativa che scatena la dura reazione della sinistra Ds e, soprattutto, della Cgil di Sergio Cofferati. Reazione che – complici anche i non positivi risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative di fine giugno ’96 – costringono il premier D’Alema a desistere

      L’asse Veltroni-Cofferati.
      Appena due mesi dopo, alla fine di agosto ’99, prima Walter Veltroni (allora segretario Ds) e subito dopo Sergio Cofferati (leader della Cgil) rilanciano, con un’azione definita da molti «combinata», la proposta di estendere subito a tutti i lavoratori il metodo di calcolo contributivo. Un’idea che era stata già ventilata nelle settimane precedenti all’allora presidente dell’Inps Massimo Paci (in quota Ds) e su cui si era dichiarato possibilista anche Guglielmo Epifani. La proposta Veltroni-Cofferati sembrava avere anche il sapore di una risposta a D’Alema che due mesi prima (sulle anzianità) si era forse spinto troppo in là per la Cgil e per la sinistra Ds