Pensioni, prepotenza e incompetenza (F.Colombo)

06/10/2003






05.10.2003
Pensioni, prepotenza e incompetenza
di 
Furio Colombo


 Uno va al bar e dice: «te lo faccio vedere io come si fa a risolvere il problema delle pensioni. Li tieni tutti a lavorare. Li fai lavorare finché sono vecchi. Tanto cosa fanno se non lavorano? Gli dai qualche cosina di più e quelli ci stanno. Magari rendono poco. Ma non costano. Così, senza tante chiacchiere, si risolve il problema, okey?»
Discorsi così se ne sentono tanti. Berlusconi, il primo ministro, l’ha fatto in televisione, sequestrando la Rai a reti unificate, sostenendo la gravità e l’urgenza e poi ha concluso con un ammiccante saluto elettorale: lasciate far a me, ci penso io.
In un bar si sarebbe alzato qualcuno a dire: ma ti sembra una riforma delle pensioni questa? Ma se è la materia più complicata del mondo! C’è la durata del lavoro più la durata della vita, più i salari incassati, più i contributi pagati, più i periodi di inflazione attraversati, più le basse paghe subite (era sempre «La fine della festa», quando si trattava di rinnovare i contratti) più la valanga di «snellimenti» aziendali che hanno liquefatto montagne di grandi e medie industrie, e messo – si fa per dire – sul mercato valanghe di cinquantenni competenti, laboriosi e inassumibili, più la flessibilità celebrata come l’avvento del nuovo mondo, che arruola piccole armate di giovani senza contributi e dunque senza pensioni, più la xenofobia maniacale della Lega che impedisce di regolarizzare in modo rapido e sistematico gli immigrati,così che si possano versare e accumulare i loro contributi, più il dissiparsi del valore di accumulo, in un mondo in cui cresce smodatamente la speculazione delle immense transazioni finanziarie, ma diminuisce drammaticamente il costo del danaro e dunque il valore del deposito e del risparmio (che cosa sono le pensioni se non un mettere da parte obbligatorio per la vecchiaia?). Tutto ciò avrebbe dovuto entrare in qualunque discorso sulle pensioni.
E qualunque discorso sulle pensioni, che tocca il centro nervoso più sensibile, il punto d’ansia più profondo nella vita di chi lavora, avrebbe dovuto evitare l’improvvisazione, le quattro chiacchiere da presunto padre di famiglia, che invece spargono incertezza, confusione e panico. E avrebbero dovuto essere seguite dal confronto altrettanto pubblico, altrettanto immediato, altrettanto disponibile subito, per gli stessi undici milioni di italiani sorpresi e attoniti.
Si governa raccontando a braccio, in quattro parole e sette minuti, la riforma legislativa più complicata della Repubblica, quella che coinvolge il numero più alto di cittadini, senza dati, senza preparazione, senza confronto (anzi indicando come nemico chi si oppone) da parte della stessa persona che non ha ancora messo insieme una legge finanziaria?
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Il comportamento di Berlusconi – oltre che così spesso fuori della legge e contro la Costituzione – è anche macchiettistico e segnato da bizzarre esagerazioni. E’ il tratto che ha indotto il «New York Magazine» (6 ottobre) a definire il primo ministro italiano la sera del suo premio a Manhattan «La caricatura di un uomo ricco, che un po’ spaventa e un po’ imbarazza» Ma chi è costretto a osservarlo a reti unificate ogni giorno e ogni sera in Italia sa che (come ha notato Umberto Eco) niente è davvero fuori controllo in gesti e interventi che spesso appaiono colpi di testa.
Ricorderete che «il discorso delle pensioni» è stato fatto, quasi uguale, altrettanto campato in aria, in situazione altrettanto arbitria e fintamente improvvisata, due volte. La prima a Bari, il 25 agosto, davanti a una platea un po’ allibita di imprenditori. Erano i giorni in cui Bossi tornava bonariamente a parlare di secessione e Fini cominciava a rendersi conto in pubblico della frantumazione (maturata in questi giorni) del suo partito e della irrilevanza imbarazzante del suo ruolo. La rissosità della «Casa delle Libertà» stava diventando insostenibile, a fine vacanza. E subito Berlusconi si è lanciato sulle pensioni. Qualche migliore argomento per dirottare l’attenzione dalla furibonda scazzottata in corso in quelle ore fra Bossi e gli ex Dc definiti «ladri che il popolo avrebbe dovuto fucilare»?

Prepararsi con cautela, confrontarsi con le parti, anche solo usare i numeri giusti, non è da lui. A Bari ha usato numeri falsi. Gli italiani vanno in pensione in media a 60 anni (salvo i padani di Bossi), non a 57 come si è inventato Berlusconi. Dunque vanno in pensione più tardi di francesi, tedeschi, belgi e svedesi. Ma non importa. Lo stile ormai è mussoliniano. Inventare in modo sfrontato, con faccia tosta, sicuro che nessuno risponderà con la stessa evidenza, perché lui tiene il piede sul tubo delle notizie.
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Il discorso imposto a reti unificate alla Rai (mentre le televisioni del presidente-padrone erano libere di trasmettere veline e velone) è venuto il giorno dopo il più grave black out che abbia mai colpito l’Italia. Dovunque – lo abbiamo visto in America – dopo paurosi eventi del genere seguono reazioni politiche durissime e l’immediata apertura di inchieste. In Italia si è provveduto immediatamente a cambiare discorso, con la tecnica delle «stunt bombs», le bombe che stordiscono. Infatti l’entrarti in casa forzosamente, all’ora di cena, con l’annuncio a reti unificate che le pensioni sono in pericolo è un buon colpo e una strategia efficace.
Primo, non si parla più delle gravissime responsabilità del black out. Giusto il tempo di piazzare una bugia d’affari («servono nuove centrali nucleari», ci hanno detto, quando nel mondo non le vuole più nessuno) e poi, con la tecnica dei gatti, si copre tutto e si lascia perdere.
Secondo, si sparge il panico per moltissimi interessati. Nel panico chi vorrà ricordarsi che la maggioranza di governo è ormai una canea di insulti fra partiti e dentro i partiti in una situazione in cui ognuno, in tempi normali, perderebbe la faccia?
Terzo, si dichiarano nemici i sindacati. E’ vero che in questo modo si fa apparire «Il patto per l’Italia», un inganno e una finzione ignobile. Ma – con il controllo completo delle informazioni – nessuno lo dirà. E comunque a Berlusconi serve un nemico. I comunisti, i rossi, i bolscevichi a cui – da solo, nel mondo – si è dedicato finora con tanta passione, cominciano a sembrare anche a lui una vecchia trovata. Quarto, creando dramma, tensione, emozione, controversia, Berlusconi, come un classico mago d’avanspettacolo, da l’impressione di governare. L’unico gesto che lascia il segno è la sua occupazione della Rai a reti unificate, che appare golpista sia per l’arbitrarietà della richiesta (non c’era legge, non c’era testo, non c’era coinvolgimento del Parlamento, tecnicamente non c’era urgenza) sia per la mancanza di contraddittorio. Per il resto – salvo prepotenza – non ha fatto nulla, non ha toccato nulla, non ha risolto nulla. Solo un annuncio (la sola cosa che sa fare) di un evento che dovrebbe compiersi, nel più ingiusto dei modi quando, per fortuna, non sarà più lui a governare.
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Ho detto «nel più ingiusto dei modi». Avrei anche dovuto dire: nel più sbagliato. C’è infatti il caos che la «riforma Berlusconi» getta sul diritto alla pensione: sei multato se non resti per 40 anni; sei premiato, in modo umiliante e modesto, dopo tutti quegli anni di lavoro, se rimani. Infatti qualunque esperto della questione ti direbbe che, da questo momento, e finché dura la condizione di garanzia dei diritti, chi può, appena può, si precipiterà a mettersi in pensione per sfuggire alla mannaia dei 40 anni di lavoro obbligatorio. E una simile fuga farà saltare tutti i numeri e tutti gli equilibri che – comunque – Berlusconi non conosce. Ma l’ingiustizia, mista a una paurosa ignoranza della situazione italiana, è il dato più impressionante. Infatti chi sono gli italiani che saranno raggiunti e colpiti dall’editto dei 40 anni di lavoro obbligatorio? Non i dipendenti delle grandi e medie imprese che da oltre dieci anni vengono messi in mobilità, fino a farli entrare forzosamente mentre sono ancora giovani, attivi, capaci, nel sistema pensionistico. Sono milioni, ormai, in Italia, i fuoriusciti forzati. Non i dipendenti di alcuni grandissimi gruppi che – secondo una regola interna che risale molto indietro nel tempo – vanno obbligatoriamente in pensione a 60 anni. Non i dirigenti, che sono regolarmente incoraggiati dalle aziende a ritirarsi presto per favorire il ricambio. O si pensionano non appena varcano la soglia di una liquidazione desiderabile. Comunque – come sa chiunque abbia esperienza di vita aziendale – l’ultima cosa che un imprenditore desidera è un nucleo dirigenziale anziano. Si blocca la rotazione, si impedisce il tipico vanto a cui le imprese ambiscono: «I nostri dirigenti sono giovani!» Non i portatori, sia di ideazione che di esecuzione, di nuove tecnologie. L’età e il cambiamento tecnologico, non coincidono. Se mai quel cambiamento espone, da anni, molti lavoratori al ritiro anticipato, anche dove vi sono cicli continui di formazione e riqualificazione.
Se le quattro chiacchiere al bar che Silvio Berlusconi ha imposto al Paese diventeranno per disgrazia, legge di questa sfortunata Repubblica, questa legge sarà immorale (come hanno detto i sindacati) perché cadrà sulle spalle di chi non si può scansare. Riguarderà i lavori pesanti, i lavori usuranti, i lavori in pericolo, gli operai che diventano sordi alle presse, i lavori ripetitivi e sempre uguali, quelli non toccati dalla innovazione, quelli in cui non ci sono avanzamenti e dove le carriere sono piatte. Quelli in cui non fa differenza l’età, purché la persona sia viva, mediamente sana e capace di ripetere i gesti.
Quanto a insegnanti, e altre funzioni delicate dell’impiego pubblico, è inimmaginabile il lavoro senza uscita per quarant’anni.
Come si vede, anche ruotando il punto di vsta, dalla vita di chi lavora a chi riceve le conseguenze di quel lavoro, la legge immorale è anche insensata. Le Asl forzeranno i medici a fare i medici e i chirurghi per 40 anni? Strano che questo tipo di lavoro forzato incanti la Confindustria i cui principali membri da anni scaricano prontamente lavoratori e dirigenti meno giovani. Strano che si possa pensare a un mondo di artigianato e commercio che vieta l’ingresso ai giovani. Strano e falso. Sarebbe meglio non farsi trovare dalla parte di Berlusconi mentre propone dopo l’imbroglio del «Patto per l’Italia» e della «delega sulle pensioni» una legge odiosa. La riposta, del resto, la stanno dando i sindacati, che sono finalmente una voce sola.