Pensioni povere per i giovani

12/05/2003
             
            LUNEDÌ, 12 MAGGIO 2003
             
            Pagina 12 – Economia
             
            PREVIDENZA
             
            Solo impegnando il Tfr agganceranno gli anziani
             
            Pensioni povere per i giovani
            un futuro con metà stipendio
             
             
             
            I neoassunti avranno il 44% dell´ultima retribuzione, gli autonomi il 29 per cento
            Chi rimane fino a 65 anni e investe nei fondi, avrà una copertura dell´82%
            L´altro rimedio per ottenere trattamenti dignitosi è quello di restare di più al lavoro
            I parasubordinati saranno i più penalizzati: su mille euro di salario, riceveranno solo 250 euro alla fine della loro vita lavorativa
            La copertura risale ai due terzi della busta paga per chi investe nella previdenza complementare. Purchè quest´ultima renda il 2,5% l´anno
            Ecco quanto riceveranno gli italiani a fine carriera, con e senza i fondi integrativi
             
            MARCO RUFFOLO

            ROMA – Silenziosamente, senza che il governo muova un dito, le pensioni pubbliche degli italiani si avviano verso una stagione di vacche magrissime. Sotto la mannaia non finiranno le pensioni già in pagamento. La stangata riguarderà quelle future, di chi è già a metà della sua carriera lavorativa e in misura ancora più preoccupante quelle dei nuovi assunti. É già stato anche tracciato l´identikit del meno fortunato: la palma l´oro dei sacrifici è fin d´ora assegnata a quel lavoratore autonomo che comincia oggi la carriera e che pensa di mettersi a riposo fra 35 anni all´età di 60. La sua pensione non coprirà neppure un terzo della sua ultima retribuzione: appena il 29%. Non molto più allettanti sono le prospettive del neo-assunto da una grande impresa: dopo i consueti 35 anni di contributi, compiuto il cinquantasettesimo anno di età, quel dipendente si metterà in tasca ogni mese meno della metà del suo ultimo stipendio, esattamente il 44 per cento: meno di 450 euro su una retribuzione di mille.
            Le proiezioni, di fonte governativa, chiudono ogni margine alla speranza che la previdenza pubblica possa in futuro garantire da sola una vecchiaia serena ai lavoratori italiani. E indicano nei fondi pensione l´ indispensabile coperta aggiuntiva. Ma in che misura e con quali rischi? Come saranno le pensioni degli italiani nei prossimi anni con o senza la seconda colonna della previdenza integrativa? E soprattutto quanto dovranno rendere ogni anno i fondi per rassicurare intere generazioni di futuri nonni?
            Nel nostro viaggio tra "coefficienti di trasformazione" e "montanti contributivi", il primo girone è popolato dai lavoratori che hanno lasciato da poco, i "neo-pensionati". Saranno loro il nostro punto di riferimento, sono loro gli ultimi fortunati. Chi è andato in pensione tre anni fa con 35 anni di contributi e un´età di 57 riceve oggi i due terzi della propria retribuzione. Non moltissimo, ma neppure poco. Nel secondo girone incontriamo i "lavoratori in mezzo al guado", quelli che hanno percorso circa metà della propria carriera. Un dipendente assunto diciotto anni fa, che ne aspetta altri diciassette per lasciare il lavoro all´età di 57 anni, ha la prima spiacevole sorpresa: la sua copertura scenderà infatti al 53% dell´ultimo stipendio. E sarà ancora peggio per il lavoratore autonomo nella stessa situazione: appena il 39%. Infine, tocchiamo il fondo con il terzo e ultimo girone, quello dei "giovani", con coperture che vanno dal 27 al 45% a seconda che l´interessato sia dipendente o autonomo. Circa la metà, o anche meno, di quanto prende chi è in pensione da pochi anni.
            Insomma, la pensione pubblica è una coperta che si accorcia sempre più passando da una generazione all´altra. E questo grazie a due regole della riforma Dini: 1) pensioni legate ai contributi versati a partire dal ’95 per chi aveva quell´anno una carriera lavorativa inferiore ai 18 anni; 2) riduzione dei coefficienti per il calcolo della pensione per tenere conto dell´aumento delle aspettative di vita. Come fare allora a colmare il divario tra una generazione di "anziani" garantiti e una di giovani senza futuro? Due i rimedi che si ricavano dalle tabelle del governo.
            Uno è quello di restare al lavoro più di quanto previsto dai requisiti minimi di anzianità (35 anni di contributi e 57 di età). Lasciando il lavoro a 65 anni e 40 di contributi, si riduce drasticamente la differenza tra vecchie e nuove generazioni con una copertura del 76% per le prime e del 64% per le seconde. Ma si tratta di una scelta impopolare, che pochi fanno spontaneamente. L´altro rimedio è la previdenza integrativa. I lavoratori, così come prevede la delega che sta per passare in Parlamento, saranno invitati con la formula del silenzio-assenso a destinare tutto il Tfr (cioè la liquidazione) in fondi pensione che con adeguati rendimenti possano compensare i vuoti lasciati nelle loro tasche dalla previdenza pubblica. Nelle sue proiezioni, il governo ipotizza che ogni anno possano rendere in media il 2,5%. Vediamo cosa succederebbe alle pensioni degli italiani.
            Il neo-assunto avrebbe quasi lo stesso trattamento del neo-pensionato con un grado di copertura dello stipendio: 65% contro 72%. E un´identica percentuale spetterebbe a chi si trova a metà carriera. Anche il neo-lavoratore autonomo ci guadagnerebbe, senza però raggiungere la copertura di chi è già andato in pensione: 45% contro 64. Se poi, oltre ad usufruire del fondo pensione, il lavoratore scegliesse anche di aspettare i 65 anni prima di lasciare, allora la pensione salirebbe all´82-83, almeno per i dipendenti.
            Tutto risolto dunque? Non proprio. Chi assicura che il fondo pensione renderà in media il 2,5% l´anno? C´è chi considera l´aumento ipotizzato del tutto realistico. Certo è però che i fondi già esistenti, dopo un rendimento di oltre il 3% nel 2000, hanno cominciato a perdere e nel 2002, come ha rilevato lo stesso Giuliano Cazzola, l´esperto che ha coordinato il rapporto governativo con le proiezioni presentato in sede Ue, quelli chiusi sono andati sotto del 3,5% e quelli aperti hanno fatto anche di peggio. Cosa succederebbe se continuassero a perdere? Non sarebbe meglio tenersi il Tfr che comunque rende sempre un 3,5%? Ecco il dilemma che i sindacati hanno prospettato al governo chiedendo l´introduzione di un rendimento minimo garantito. Rimedio praticabile? Al governo la risposta nelle prossime settimane.