Pensioni più povere e investimenti all’estero

08/10/2003



 
   
08 Ottobre 2003




 

LE CONSEGUENZE DELLA "RIFORMA"
Pensioni più povere e investimenti all’estero

FELICE ROBERTO PIZZUTI


Nel valutare le misure previdenziali, il primo rischio è che le novità più o meno significative e pittoresche presenti nelle proposte e nelle dichiarazioni di accompagnamento distolgano l’attenzione dagli aspetti più significativi del disegno di legge delega già approvato da un ramo del Parlamento: la decontribuzione e il dirottamento del Tfr ai fondi pensione. Non è un caso che quel disegno di legge sia stato tra i primissimi provvedimenti del governo Berlusconi; in esso sono presenti elementi essenziali della sua politica economica complessiva che è fondata su un adattamento opportunistico alle specificità negative del nostro sistema economico della posizione neoliberista secondo cui per rilanciare la crescita, sarebbe essenziale la riduzione dei costi salariali. Quella ricetta si è rivelata fallimentare; infatti è alla base della stagnazione economica che sta caratterizzando la generalità dei paesi più avanzati. In Italia i suoi effetti negativi sono ancora più accentuati dalla specifica incapacità delle imprese di fare investimenti innovativi e di puntare alla competitività fondata sulla qualità. Venuta meno, con l’adozione dell’euro la pratica delle svalutazioni competitive, nelle scelte aziendali e in quelle di politica economica ha prevalso la politica di ridurre i costi salariali.

Taglio dei contributi
La decontribuzione fino a cinque punti degli oneri pensionistici è dunque un tassello centrale di una politica economica che, tuttavia, ci declassa a dover competere sui prezzi (e non sulla qualità) con i paesi in via di sviluppo e, per di più, a chiedere misure protettive contro economie emergenti come quella cinese con la quale sarebbe molto più utile intessere relazioni. Per cercare di compensare il consistente taglio della copertura pensionistica del sistema pubblico già operato con le riforme degli anni `90 e quello che si progetta con le nuove, viene proposto di sviluppare la previdenza privata a capitalizzazione cui però si affida un ruolo sostitutivo e non integrativo. A tal fine, in un contesto economico già penalizzato dalla carenza dei consumi e delle difficoltà di accesso al credito delle nostre piccole imprese si vuole sottrarre il Tfr alla disponibilità dei lavoratori e delle aziende per trasferirlo ai fondi pensione. Questi ultimi, tuttavia, così come già fanno oggi con i fondi relativamente scarsi che manovrano (solo il 16% viene impiegato in titoli di imprese nazionali), quando disporranno dell’intero flusso del Tfr (in soli sette anni gestiranno uno stock di 100 miliardi di euro), dato il ristretto numero di nostre imprese quotate in Borsa, non potranno che investire nei mercati finanziari stranieri; il nostro risparmio servirà a finanziare i sistemi produttivi concorrenti senza reciprocità.

Dunque, oltre a rendere pericolosamente incerto il reddito dei pensionati e più costoso il complessivo sistema pensionistico, il ruolo che si vuole assegnare alla previdenza complementare penalizzerà l’intero sistema economico. Ricordati gli aspetti strutturali della riforma, oscurati dal dibattito sulle nuove proposte, anche queste ultime meritano di essere valutate per sottolineare la loro coerenza con lo stile e la filosofia della politica economica governativa. Nonostante venga spesso ribadito il proposito di salvare le future generazioni dal presunto conservatorismo di chi difende le pensioni e lo stato sociale, nelle misure economiche adottate negli ultimi due anni è ricorrente l’intento di rimandare al futuro oneri attuali e di cercare di anticipare al presente benefici non ancora maturati (si pensi alle cartolarizzazioni).

Lo stesso intento è presente nelle recentissime misure previdenziali. Decidere oggi che nel 2008 – cioè nella futura legislatura e a carico di una futura maggioranza – sarà applicato l’aumento istantaneo di cinque anni dell’anzianità contributiva necessaria per il pensionamento e pretendere che questa sia una riforma strutturale del sistema pensionistico che farà risparmiare (sempre in futuro) l’equivalente di un punto di Pil (?), costituiscono il presupposto per chiedere in cambio alla Commissione europea la possibilità di aumentare subito il debito pubblico in deroga al Patto di stabilità (un aumento di 0,5 punti di Pil metterebbe a disposizione del governo circa 6,5 miliardi di euro di maggiore spesa o di minori entrate). Ma la pretesa che imporre l’innalzamento dell’anzianità contributiva dia questo risparmio futuro aggiuntivo si basa sull’inverosimile ipotesi che la spesa pensionistica tendenziale (in assenza di quei provvedimenti) non venga affatto influenzata da modifiche spontanee dell’età di pensionamento che, invece, saranno altamente probabili.

Copertura ridotta
La riforma Dini, avendo ridotto sensibilmente la copertura pensionistica media, avendo previsto la possibilità di scegliere l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni dell’età, penalizzando chi va in pensione prima e premiando chi rimane a lavoro di più, ha già innescato uno spontaneo processo di avanzamento dell’età pensionabile che si accentuerà nei prossimi anni. I rappresentanti del governo hanno già annunciato che se la Commissione europea non accetterà lo "scambio" sarà colpa del suo presidente Prodi, confermando platealmente la strumentalità politica del provvedimento. E’ tuttavia evidente che la presunta riforma strutturale enfaticamente sbandierata dal governo non sarà in grado di produrre rilevanti risparmi aggiuntivi rispetto a quelli che già deriveranno da comportamenti spontanei stimolati dal sistema contributivo già in essere. E’ vero invece che la decontribuzione provocherà da subito una riduzione delle entrate contributive che in pochi anni arriveranno ad essere pari allo 0,8% del Pil; d’altra parte, se non si vuole ridurre di un ulteriore 17 % il valore delle pensioni e si pone la decontribuzione a carico del bilancio pubblico, l’equilibrio attuariale del sistema pensionistico verrà completamente stravolto.

Fondare la richiesta alla Commissione europea di un allentamento del Patto di stabilità sulla pretesa che questa "riforma strutturale" del sistema pensionistico darà luogo ad un consistente e stabile miglioramento del bilancio certamente non aiuterà quella richiesta .Il cosiddetto super bonus per rimandare il pensionamento nei prossimi quattro anni in realtà ha dubbie doti incentivanti poiché l’aumento retributivo del 32,7% (ma non è ancora chiaro come verrà trattato fiscalmente e dunque quale sarà la sua reale entità netta) sarà compensato dalla mancata considerazione degli ultimi anni lavorativi ai fini del calcolo della pensione. Si spera di risparmiare – per ogni lavoratore che accetterà l’incentivo – la differenza tra l’erogazione di una pensione e il mancato introito degli oneri contributivi.

Tuttavia, nel settore pubblico ad una pensione in meno corrisponderà non solo la riduzione dei contributi (del lavoratore), ma anche una retribuzione più elevata di quella normale. Per il bilancio pubblico sarebbe un aggravio consistente; è per questo che i dipendenti pubblici sono esclusi almeno da un’applicazione immediata del provvedimento, nonostante la evidente incostituzionalità della discriminazione.Per consentire poi a Bossi di dire che le pensioni di anzianità non sarebbero state eliminate, si è aggiunta la farsa di «consentire» anche dopo il 2008 il pensionamento a 57 anni d’età con 35 anni di contributi. Ma a chi operasse tale «scelta» verrebbe applicato il metodo di calcolo contributivo anziché quello retributivo: la pensione cambierebbe in una misura variabile, correlata alla storia retributiva di ciascuno; mediamente subirebbe una decurtazione di circa il 30%. Peraltro, non è dato sapere come sarebbe possibile applicare il metodo contributivo per lavoratori entrati in attività nei primi anni settanta, periodo per il quale non si dispone di tutti i dati necessari per quel tipo di calcolo.