Pensioni, più basso lo «scalone» del 2008

21/01/2004



      Mercoledí 21 Gennaio 2004


      Pensioni, più basso lo «scalone» del 2008

      Riforma del Welfare – La Cdl in commissione al Senato vuole correggere il vincolo dei 40 anni – Maroni apre sulla gradualità


      ROMA – Una pagella in rosso. È quella dei conti previdenziali delle Regioni. A salvarsi sono solo in tre: Lombardia, Lazio e Veneto. Al Sud invece la situazione è allarmante: i due terzi del disavanzo tra entrate e uscite dell’Inps è imputabile alle Regioni del Mezzogiorno. Un deficit che, complessivamente, nel 2001 ha raggiunto quota 31,3 miliardi contro i 28,9 dell’anno precedente. Sono dati non proprio rassicuranti, dunque, quelli che emergono dal quarto rapporto sulla regionalizzazione del bilancio previdenziale italiano curato e presentato ieri al Cnel dal sottosegretario al Welfare, Alberto Brambilla. Dal dossier elaborato, su dati aggiornati al 2001, emerge che «quasi tutte le regioni mostrano saldi negativi ed in peggioramento». Le eccezioni sono rappresentate dalla Lombardia (saldo attivo di 736 milioni di euro), il Lazio (+350 milioni) e il Veneto (+23,3 milioni). Ma se al Nord e al Centro il rapporto tra entrate ed uscite (tasso di copertura) «è abbastanza equilibrato», al Sud il deficit galoppa senza freni. Non a caso il 65% del disavanzo complessivo è attribuibile a Regioni del mezzogiorno, con in testa la Sicilia (-5,4 miliardi), seguita da Campania (-4,9 miliardi) e Puglia (-4,3 miliardi). Un quadro nel quadro si inseriscono altri dati non proprio positivi. Il rapporto-Brambilla, ad esempio, indica che sono in pagamanto oltre 21,6 milioni di prestazioni previdenziali (una prestazione ogni 2,6 abitanti). «Un dato – si legge nel dossier – che ha pochi riscontri in Europa». Non solo. Lo studio evidenzia la «drammaticità della realtà con province come La Spezia che fruiscono di 57,5 prestazioni ogni 100 abitanti e Regioni come la Liguria e l’Umbria che ricevono 51 prestazioni ogni 100 residenti». A questo proposito Brambilla sottolinea che «siamo un Paese con tassi di attività vicini al 53% e tassi di "assistenza" (sotto forma di prestazioni sociali, escluse quelle sanitarie e scolastiche) prossimi al 40% con punte, come abbiamo visto, sopra il 56 per cento». E aggiunge: «Difficile in queste condizioni disporre di risorse per l’ammodernamento tecnologico del Paese indispensabile per competere nel mercato globale». Nel rapporto si sottolinea che, come dimostrano l’andamento delle entrate contributive, in continua crescita, le riforme Amato, Dini e Prodi «stanno cominciando a mordere». Allo stesso tempo Brambilla definisce «giusto» il ricorso a un nuovo intervento. Ma a una precisa condizione: che prima si realizzi la separazione della previdenza dall’assistenza. Nel dossier, in proposito, si ricorda che tra le prestazioni in pagamento ci sono ancora «oltre 450mila pensioni di guerra, 4,5 milioni di pensioni di invalidità (escluse quelle erogate dall’Inail); 600mila pensioni sociali, 2 milioni di pensioni integrate al minimo e altrettante che usufruiscono delle maggiorazioni sociali. Infine – si aggiunge nel rapporto – abbiamo quasi 3,8 milioni di pensioni ai superstiti senza porre limiti di età e spesso senza controlli». Secondo Brambilla, è anche necessario «che vi sia una corrispondenza tra contributi versati e prestazioni». In altre parole, il "contributivo" a tutto campo. E poi, visto che in Italia «il sommerso assorbe il 27% del Pil», occorrerebbe centrare un altro obbiettivo: «Un aumento del tasso di occupazione regolare». M.ROG.