Pensioni, otto volte «No» (F.Targetti)

08/10/2003



          mercoled’ 8 ottobre 2003
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      Pensioni, otto volte «No»
      Il governo ha fatto bene ad affrontare la questione: il vero problema è che la ha affrontata in modo del tutto sbagliato
      Primo punto critico: l’autoesaltazione di Berlusconi come salvatore della Patria e la drammatizzazione della situazione…

      di Ferdinando Targetti

Molti sono i motivi di dissenso, che cercherò di illustrare, sulla prospettata riforma delle pensioni del centrodestra, ma credo che il governo non debba essere demonizzato per il solo fatto di aver affrontato questo problema spinoso. Il giudizio politico sull’azione di governo credo debba essere assai diverso a seconda che si tratti di scandalose proposte fatte per assecondare gli interessi personali del premier, cioè la maggior parte delle leggi proposte dalla maggioranza (dal falso in bilancio alla legge sul conflitto di interessi, dalla Cirami alla Gasparri), oppure di misure che affrontano, anche se in modo non condivisibile, una questione nazionale. Questo è il caso della riforma delle pensioni.
Il problema pensionistico italiano è che oggi il carico della spesa pensionistica è circa il 13,5% del Pil; questa percentuale crescerà
fino al 16,5 nel 2032 (media Ue 13%), dopo inizierà a declinare (13% nel 2050). Il 16,5% va ridotto perché comporterebbe oneri contributivi
troppo alti e/o un aggravamento di imposte e/o un aumento del debito pubblico che non possiamo permetterci. Chiunque fosse stato al governo
avrebbe dovuto affrontare questa questione. Il governo ha fatto bene ad affrontarla, ma l’ha affrontata male dal punto di vista della forma e del contenuto.
Primo punto critico: l’autoesaltazione di Berlusconi come salvatore della Patria e la drammatizzazione della situazione pensionistica italiana. Innanzitutto va ricordato che nel nostro Paese la grande riforma pensionistica è già stata compiuta in epoca precedente. Senza le riforme
Amato, Dini e Prodi il rapporto spesa pensionistica/Pil avrebbe raggiunto il 23% e sarebbe rimasto a quei valori per vari lustri. Quindi la riforma di cui si parla ora non è che un completamento di quelle intraprese in epoche di centrosinistra. Berlusconi ha usato il messaggio a reti unificate, come se fossimo sull’orlo del baratro, annunciando che senza la riforma “lo stato non ce la farà più a pagare le pensioni”, mentre invece la crescita rilevante di quel rapporto avrà luogo tra il 2012 e il successivo ventennio. Berlusconi ha usato un’arma impropria, con toni drammatici, per sostenere una proposizione infondata.
Secondo punto: la concertazione tradita. Dopo un lungo periodo di trattative con i sindacati nel giro di pochi giorni il governo annuncia, per bocca del suo premier, a reti unificate l’eliminazione di fatto dal 2008 delle pensioni di anzianità. Le modalità dell’annuncio e il contenuto del messaggio assumono la forma di una deliberata volontà di rompere le trattative, tanto è vero che anche la Cisl, che ha dimostrato di non avere atteggiamenti pregiudizievoli verso il governo, concorre a promuovere lo sciopero generale.
Terzo punto: lo scalino e i costi iniquamente ripartiti. La proposta prevede che i lavoratori che da oggi al 2008 possono andare in pensione di anzianità (perché hanno 35 anni di contributi e 57 anni di età) possano, se vogliono, continuare a farlo; a questa coorte è anche offerto di lavorare, se vogliono, con un incentivo del 32% lordo di stipendio in
più (senza però che gli anni di lavoro aggiuntivo contribuiscano ad aumentare il valore della pensione in relazione alle retribuzioni finali); oppure possano continuare a lavorare senza incentivo con un valore futuro della pensione maggiore: insomma tutto uguale, anzi per costoro
le cose vanno meglio di prima perché si offre loro un’opzione in più. Se questo serve ai conti dello Stato è tutto da dimostrare perché dipende dalle scelte che verranno fatte dai pensionandi tra le tre opzioni suddette. L’onere della riforma ricade invece interamente su coloro che avrebbero maturato il diritto alla pensione di anzianità tra il 2008 e il 2014 che,
come minimo, devono ritardare di tre anni il pensionamento. Se uno compie 57 anni il 31.12.07 (e ha i contributi necessari) ha tutte le opzioni possibili, se uno è nato 24 ore dopo deve aspettare tre anni in più per poter andare in pensione o vedersi calcolata la rendita pensionistica
interamente con il metodo contributivo, che significa una decurtazione
che può essere fino al 50%. La riforma avrebbe invece dovuto allungare l’età della pensione di anzianità fin da subito e con gradualità (sei mesi ogni anno).
Quarto punto: assenza dell’equa misura del pro-quota. Dopo la riforma Dini i lavoratori furono divisi in tre categorie: i lavoratori più anziani che avevano il privilegio di un computo della pensione con il vecchio metodo retributivo (più conveniente) sia per il periodo pre-riforma, sia per i periodi post-riforma; coloro che già lavoravano, ma da meno di 18
anni, per i quali le pensioni erano calcolate pro-quota: con il vecchio metodo solo per il periodo pre-riforma e con il nuovo metodo, contributivo, per i periodi successivi; infine i giovani che iniziavano a
lavorare, per i quali valeva solo il nuovo metodo contributivo. I sindacati si erano detti favorevoli a rivedere questo schema e ad estendere il metodo pro-quota, quello che vale per la seconda categoria, anche ai lavoratori della prima categoria.Una scelta coraggiosa ed equa. L’attuale
riforma non affronta questo problema, sicché ora ci troviamo nella situazione in cui coloro che stanno andando in pensione hanno il duplice privilegio delle vecchie pensioni di anzianità e del vecchio calcolo retributivo. Mentre invece i lavoratori che avevano meno di 18 anni di
contributi nel 1995, non solo avranno un calcolo della pensione pro-quota, ma se dopo il 2008 vorranno andare in pensione
di anzianità perderanno anche la quota calcolata con il retributivo. Ma
questa "fregatura" sarà percepita da coloro che voteranno in futuro; i votanti che vanno in pensione oggi non dovevano subire nessun costo pensionistico che si sarebbe potuto trasformare in costo elettorale
per il centrodestra.
Quinto punto: una riforma delle pensioni obbligatorie senza una riforma delle pensioni complementari. Dopo la riforma Dini, la situazione pensionistica dei giovani sarà pesante: un giovane che inizi a lavorare oggi prenderà in media il 50% dell’ultimo stipendio, mentre oggi quella percentuale è molto più alta. Per questa ragione fin dalla fine della legislatura precedente appariva evidente la necessità dello sviluppo delle pensioni integrative, attraverso agevolazioni fiscali dei versamenti e garanzie statali sui rendimenti minimi dei fondi pensione. La riforma
fu affossata per la tiepidezza dei sindacati e per l’ostilità delle imprese e
soprattutto della Confindustria di D’Amato a dover corrispondere il Tfr
come base della seconda gamba previdenziale. L’impegno del governo di centrodestra su questo terreno in questi anni è stato irrisorio. La riforma della previdenza complementare avrebbe dovuto impegnare il Parlamento su questi argomenti anziché preoccuparsi della soluzione dei
problemi del primo ministro.
Sesto punto: la disattenzione della riforma nei confronti dei lavoratori con prestazioni non continuative. In un mondo in cui si richiede sempre più flessibilità ai lavoratori, in cui il cambiamento di lavoro diventa la regola, in cui i lavoratori sono soggetti alle forme contrattuali più disparate (lavoratori autonomi, co. co.co, a termine ecc.) è necessario che a questi lavoratori sia garantita una certa continuità di prestazioni contributive, anche quando sono soggetti ad una forzata inattività. Ebbene, come messo in evidenza su questo giornale da Livia Turco
e Cesare Damiano, con l’attuale riforma si prende una strada opposta. Infatti se un lavoratore non ha maturato almeno cinque anni di contributi presso ciascun fondo o gestione quegli anni non concorrono alla maturazione della pensione e i contributi versati sono persi! I lavoratori
devono invece avere il diritto, come proposto dal centrosinistra, al cumulo di tutti i contributi versati nelle varie gestioni previdenziali nel calcolo della loro pensione.
Settimo punto: la decontribuzione e la disoccupazione degli anziani. La riforma prevede che per i nuovi assunti le imprese pagheranno fino a 5 punti di contributi in meno. Questo vuol dire meno entrate contributive (al netto di una maggior contribuzione dovuta all’aumento dell’occupazione indotto dalla decontribuzione stessa, ma il risultato sarà comunque una perdita per l’Inps) che dovranno essere coperte dalla fiscalità generale oppure da un’ulteriore contrazione delle prestazioni previdenziali pubbliche. Non solo, ma bisogna considerare un altro aspetto del nostro mercato del lavoro. In Italia il tasso di occupazione della popolazione tra 55 e 65 anni di età è tra i più bassi d’Europa e
non solo a causa delle preferenze dei lavoratori, ma anche per scelte delle imprese, che spesso hanno utilizzato le pensioni di anzianità per dismettere lavoratori anziani e sostituirli con lavoratori più giovani,
peggio retribuiti e, oggi, con contratti di lavoro più precari. La misura della decontribuzione non farà che accentuare la tendenza alla disoccupazione di lavoratori di età matura, ai quali verrà anche
sottratto il paracadute del pensionamento di anzianità.
Ottavo punto: meno pensioni senza maggior assistenza. La riforma delle pensioni toccando delicati equilibri sociali deve apparire non solo come una necessità imposta da riequilibri economicofinanziari in presenza di modifiche delle tendenze demografiche, ma anche come una misura legislativa complessa che preveda al suo interno misure di equità (ad esempio il pro-quota) e misure compensative per i più deboli: come si è viso negli ultimi due punti è infatti necessario affiancare ad una riforma che riduca le prestazioni previdenziali delle misure che aumentino le prestazioni assistenziali, come un reddito minimo garantito che consenta a lavoratori con contributi discontinui e a lavoratori disoccupati in età matura di non vedere il futuro con angoscia. Il governo, dopo metà legislatura dedicata alla risoluzione dei problemi giudiziari ed economici del premier, muove i primi passi verso una politica di destra che riguarda un rilevante problema del paese. Il disegno è: “meno pensioni e meno tasse (sui più abbienti)”. Il centrosinistra dovrebbe avere una posizione alternativa. Essendo una forza politica con cultura di governo sbaglierebbe ad opporre un rifiuto pregiudizievole al completamento
della riforma delle pensioni da lui stesso iniziata e portata quasi a
compimento, ma dovrebbe battersi per una diversa riforma: una riforma che si accompagni allo sviluppo delle pensioni complementari, che poggi su un’equa ripartizione degli oneri tra generazioni e che offra nel contempo maggiore assistenza alle fasce più deboli.